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Intervento in Libia

la reazione del mondo

A febbraio di quest’anno la rivolta araba si è estesa alla Libia, dove il leader Gheddafi, già uso a lanciare attacchi contro l’Occidente come nel caso dei missili su Lampedusa di venticinque anni fa, ha reagito bombardando i civili, assoldando mercenari che uccidevano e stupravano le persone nelle città ribelli, e minacciando di schiacciare gli insorti nel sangue. Per un misto di preoccupazioni umanitarie, strategiche ed economiche che variano anche da Paese a Paese, e sullo sfondo del timore di un nuovo genocidio sulla scia di quello del Ruanda che portò alla morte di oltre 800 mila persone in cento giorni, la comunità internazionale dopo una fase di incertezza, si è mossa. In particolare l’ONU, a cui da dopo la seconda guerra mondiale spettano le decisioni in materia di sicurezza collettiva dei Paesi contro minacce alla pace e ai diritti umani, ha votato la sera del 17 marzo la risoluzione n. 1973, che impone una no fly zone sulla Libia.

Secondo la decisione, che nei primi giorni di guerra ha già conosciuto deroghe da parte dell’esercito francese, i caccia alleati sorvegliano lo spazio aereo impedendo agli omologhi libici di colpire la popolazione. Il loro compito però sulla carta si ferma ad attacchi sulle postazioni missilistiche, mentre in queste ore si vedono attacchi anche a colonne corazzate. Il problema quando si verificano questi casi, oltre alla perdita di vite umane, è non solo o non tanto la perdita di consenso della coalizione impegnata in Libia nei confronti delle sue opinioni pubbliche, ma anche e soprattutto il fatto che alcuni Paesi ne prendono pretesto per cercare di tirarsi indietro dalle scelte comuni. Si tratta in particolare della Lega Araba, che ha tentato di dissociarsi dall’operazione affermando che era andata “oltre” quanto discusso a Parigi, ma che poi ha rettificato dichiarando che rispetterà il mandato Onu. Un ulteriore problema sono le nazioni quali Russia e Cina, che fanno parte, con diritto di veto, del Consiglio di sicurezza, ovvero del quintetto che a partire dal 1948 ha il potere di far parlare le armi.

Testualmente, come ha riportato il Sole 24 Ore in data 20 marzo, ciò che i Paesi hanno firmato è la richiesta dell’ONU di “immediato cessate il fuoco e la fine di tutte le violenze, attacchi e abusi ai danni di civili”. Anche dal testo originale della risoluzione n. 1973, pubblicato in inglese sul sito delle Nazioni Unite e in francese sul quotidiano Le Monde, si evince che l’ONU “autorizza gli stati membri a prendere tutte le misure necessarie – attraverso azioni nazionali o attraverso organizzazioni regionali – per proteggere i civili e i centri abitati, inclusa Bengasi, fatta eccezione per l’occupazione straniera di parti di territorio libico”.

La possibilità di “azioni nazionali”, in particolare, è oggetto in queste ore di negoziati e di decisioni strategiche. Il segretario di Stato americano alla Difesa Robert Gates, secondo Le Monde, avrebbe dichiarato il 21 marzo che sarebbero al vaglio diverse possibili modalità di conduzione dell’operazione di sicurezza collettiva (di questo si parla tecnicamente anche se per molti settori dell’opinione pubblica, come ha evidenziato Ilvo Diamanti su La Repubblica, si parla apertamente di guerra). Tra queste, la guida franco-britannica e il ricorso almeno parziale alle strutture della Nato, che diventa sempre più probabile dato che, secondo Obama, i primi obiettivi dell’operazione, ovvero l’ampliamento della no fly zone e lo scompaginamento della contraerea libica, sarebbero raggiunti. Il coinvolgimento dei comandi Nato resta tuttavia subordinato alla politica di dialogo con la Lega Araba.

Mentre i giornali tedeschi, in particolare la Frankfurter Allgemeine, danno risalto alle notizie dei ribelli di Bengasi che esultano per l’arrivo dell’aiuto straniero, da più parti, e a dire il vero anche in quegli stessi articoli, si sottolinea come esso forse è arrivato tardi, nonostante lo sforzo evidenziato sulle pagine del Corriere della Sera di donne quali Hillary Clinton e soprattutto Samantha Power, la responsabile della lotta ai genocidi dell’Amministrazione Obama, per promuovere un’azione che permetta, se non di estromettere Gheddafi dal potere, azione che esula dagli obiettivi americani ufficiali, di garantire l’incolumità a quei giovani istruiti, ma in gran parte disoccupati e frustrati che stanno animando la rivolta in Medio Oriente e Nordafrica. Forse è vero che nei Paesi occidentali la stampa è il cane da guardia del potere per antonomasia, perché questa esultanza del giornale conservatore tedesco non è condivisa dal governo tedesco che, membro a rotazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, si è astenuto sull’intervento in Libia, sia per compiacere un’opinione pubblica pacifista, che probabilmente per evitare di riproporre vecchi spettri del passato come la presenza tedesca in Nordafrica.

Una preoccupazione diffusa, ma particolarmente sentita nel nostro Paese ancorché forse soprattutto da forze localistiche, è quella dell’immigrazione. La Commissione europea ha avvertito che potrebbero aversi ondate di profughi e l’Italia è lo Stato dove molti di essi potrebbero transitare. Non di meno nostri editorialisti del calibro di Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e Piero Ostellino hanno ricordato che l’intervento in Libia al di là degli egoismi nazionali è “scelta necessaria”, in primo luogo per tutelare gli interessi che i vari governi italiani hanno suggellato stringendo con la Libia un patto di amicizia bilaterale (e a volte compiendo alcuni atti che per l’opposizione hanno il carattere della sottomissione). Si tratta degli affari nel settore petrolifero e dei cospicui investimenti della famiglia Gheddafi in Fiat, Unicredit, Siemens e una vasta gamma di imprese italiane e occidentali. In secondo luogo per questi osservatori sarebbe necessario intervenire in Libia in ottemperanza ai nostri doveri di Stato democratico e occidentale, anche considerando che in Gran Bretagna l’intervento è passato in Parlamento con una maggioranza schiacciante e in Francia è schierato con il governo anche un intellettuale del calibro di Bernard Henry Lévy.

Alcuni editorialisti hanno sottolineato che l’Italia si trova nella posizione più a rischio, anche di attacchi terroristici oltre che di ondate migratorie e ritorsioni economiche. Le preoccupazioni però sono avvertite anche in Paesi come l’Inghilterra. La BBC il 21 marzo ha pubblicato un video editoriale dove paventa la possibilità che la no fly zone possa avere una durata “irachena”, con conseguente enorme carico da un punto di vista sia ideale che economico. Più intraprendenti forse i francesi, il cui Presidente Nicolas Sarkozy, alla sua prima guerra, ha precisato fin dall’inizio che intende favorire libertà e democrazia nel mondo arabo, se possibile anche “arabizzando” la partecipazione alla missione ONU, in altri termini trattando con i Paesi arabi per coinvolgerli sempre più a fondo in quella che potrebbe essere, se andasse a buon fine, una vera pietra miliare di una “nuova era” nei rapporti tra Europa e Maghreb e tra mondo islamico e Occidente.

Per finire, giova ricordare ciò che accade negli Stati Uniti, per una volta defilati a differenza che in Iraq e altri conflitti dove intervenne la Nato perché l’ONU e l’Unione Europea non seppero decidersi. Un editoriale sul New York Times ha avvisato Obama che non sarà più possibile “continuare a fare giochetti meschini mentre la Libia brucia”. Il Caporedattore Nordamerica della BBC Mark Mardell sottolinea la tensione di Obama tra parole e azioni, “l’insistente messaggio” rivolto al mondo arabo che non si tratta di neocolonialismo, da un lato e l’esplosione in Libia dei missili cruise americani, dall’altro.

Forse, sostiene l’editorialista, il Presidente USA vincitore di un Premio Nobel per la Pace sta cominciando a mettere in pratica la dottrina propria del suo singolare mandato: quella per cui il potere americano deve conoscere dei limiti, primo tra tutti quello di non agire da solo ma come primus inter pares anziché come unica superpotenza. Per questo Obama nei suoi ultimi discorsi sul futuro del mondo arabo non avrebbe fatto menzione dei massacri in Yemen. Per questo forse sta “trascinando i piedi”, per usare un’espressione purtroppo molto usuale nel linguaggio di chi studia la prevenzione dei genocidi. Ma forse per una volta si potrebbero ottenere risultati più sicuri perché meno contestati e meno moralmente eccepibili dei precedenti con Saddam Hussein e altri dittatori sanguinari.

di Carolina Figini

22 marzo 2011

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