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Israele, ebrei americani e dicotomia democratica

di Nadav Tamir

Un uomo ebreo che indossava una papalina a favore di Barack Obama prima delle elezioni presidenziali americane del 2008

Un uomo ebreo che indossava una papalina a favore di Barack Obama prima delle elezioni presidenziali americane del 2008 (Foto: AP)

Traduciamo di seguito la riflessione di Nadav Tamir uscita su ynetnews.

La comunità ebraica statunitense, in gran parte liberale, vota tradizionalmente per i democratici nonostante sia percepita in Israele come meno amichevole del GOP (Grand Old Party), e ora l'appoggio di Israele all'amministrazione Trump ha solo ampliato il divario.

Una domanda che gli israeliani si sono posti da quando Donald Trump è stato eletto presidente nel 2016, e mentre crescono le voci di sinistra radicale negli Stati Uniti, è perché la maggior parte degli ebrei statunitensi continui a votare per il partito democratico, pur percependolo come meno favorevole a Israele. Questo quesito è diventato evidente da quando Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e le voci della sinistra radicale si sono fatte sentire maggiormente in tutto il Paese, il che sembra aver causato una spaccatura irreparabile tra Israele e gli ebrei statunitensi.

La risposta è complessa, coinvolge storia, demografia, valori e fede. Evidenzia anche la divisione apparentemente incolmabile tra la visione di Israele e la prospettiva negli Stati Uniti. Anche i conservatori negli Stati Uniti trovano difficile comprendere la connessione tra la comunità ebraica e il partito democratico e i suoi valori. Il sociografo ebreo americano Milton Himmelfarb è stato colui che ha coniato la frase "gli ebrei guadagnano come gli episcopaliani e votano come i portoricani”.

Più del 70% degli ebrei americani vota costantemente democratico, con il 74% del voto ebraico andato ai democratici nelle elezioni di medio termine del 2018 e il 70% alla candidata presidenziale democratica Hillary Clinton nel 2016. Si tratta di un enigma per chi crede che, dato il loro status socioeconomico, gli ebrei preferirebbero votare per un partito che sostiene i tagli alle tasse e si oppone al coinvolgimento del governo nell’economia.

In generale, gli ebrei laici, riformati e conservatori hanno una propensione a votare democratico, mentre gli ebrei ortodossi votano per lo più repubblicano. Gli israeliani americani e gli ebrei immigrati negli Stati Uniti negli ultimi decenni dall'ex Unione Sovietica - che tendono ad essere più conservatori - sono per lo più l'eccezione a questa regola. La connessione tra la stragrande maggioranza della comunità ebraica americana non ortodossa e il Partito Democratico deriva anche dall'attenzione della prima al valore di Tikkun Olam (ebraico, per la guarigione del mondo), che è in netto contrasto con il conservatorismo e la conservazione dello status quo. Tikkun Olam significa anche sostenere la giustizia sociale e i diritti delle minoranze e degli immigrati. Molti ebrei americani si percepiscono ancora come discendenti di una minoranza di immigrati e si sentono pertanto solidali nei confronti di coloro che, diversamente da loro, non ce l’hanno fatta, e hanno ancora bisogno dell'assistenza dello Stato. Contrariamente alla credenza popolare in Israele, la maggior parte degli ebrei americani vede l'antisemitismo come un fenomeno che ha origine dalla destra razzista e non dalla sinistra critica. Per anni essi si sono visti attaccare dal movimento per la supremazia bianca per il loro sostegno al movimento per i diritti civili e traggono grande orgoglio dalla famosa immagine di Martin Luther King Jr. che marciava insieme al famoso rabbino Abraham Joshua Heschel a Selma (Alabama) nel 1965.

Mentre molti in Israele considerano antisemite organizzazioni come il New Israel Fund o il movimento Boycott, Disinvest and Sanction (BDS) - così come la sinistra critica moderata che si oppone all'occupazione - ci sono molti ebrei statunitensi che sono membri di queste associazioni. Gli sforzi per promuovere una legislazione contro tali organismi sono visti tra gli ebrei americani come una mossa anti-liberale che viola la sacra libertà di espressione.

Per la maggior parte, gli ebrei sostengono naturalmente la separazione tra religione e Stato. Il tentativo della destra religiosa di preservare gli Stati Uniti come Paese cristiano è per loro offensivo. Si sentono solidali con i musulmani americani riguardo a ciò, così come in precedenza si erano uniti agli immigrati dalla Polonia, dall'Italia e dall'Irlanda, discriminati a causa del loro essere cattolici. Gli ebrei liberali temono anche il diritto religioso a causa dei cosiddetti "valori familiari" quando si tratta di questioni come l'aborto e i diritti LGBT.

La recente scomparsa della giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, una donna ebrea liberale e orgogliosa e un'icona per molti liberali americani, ha evidenziato questa connessione tra gli ebrei americani e la sinistra. Così come hanno fatto gli attuali due giudici della Corte Suprema ebraica Elena Kagan e Stephen Breyer, che sono anche considerati leader liberali degli Stati Uniti.

La tensione tra musulmani ed ebrei, che è qualcosa di familiare in Europa - e influenza le tendenze del conservatorismo (un esempio calzante sono gli ebrei di Francia) -, è molto meno evidente negli Stati Uniti. La maggior parte dei musulmani negli Stati Uniti non sono arabi, quindi il conflitto israelo-palestinese non è una parte significativa dell'identità di queste comunità. La maggior parte dei musulmani americani è inoltre integrata nella società e nell’economia. Diversamente dalle loro controparti europee, molte delle quali vivono in ghetti poveri e vedono gli ebrei ricchi tanto come un nemico di classe quanto come un nemico nazionalista.

Gli ebrei liberali vedono Trump come l'antitesi di tutto ciò in cui credono. Le sue manifestazioni di disprezzo per le donne, gli immigrati e le persone con disabilità sono intollerabili nel liberalismo ebraico e il suo sostegno a Israele non è percepito come genuino. La maggior parte della comunità ebraica si aspetta che il suo presidente aiuti Israele a porre fine all'occupazione in Cisgiordania e a fermare la costruzione di insediamenti. La maggior parte di loro vede l'alleanza tra Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu - così come le loro alleanze con altri leader populisti di destra come Victor Urban, il brasiliano Jair Bolsonaro e Rodrigo Duterte delle Filippine - come una connessione che deriva dalla xenofobia e dal desiderio di danneggiare le istituzioni liberali nei rispettivi Paesi. Non lo riconoscono come un sostegno a Israele.

Il divario tra le tendenze politiche della maggioranza degli ebrei americani e in Israele era meno evidente quando Washington e Gerusalemme mantenevano un approccio bipartisan, che impediva a Israele di diventare una causa di conflitto tra democratici e repubblicani. Tuttavia, dal mandato di Netanyahu, gli ebrei americani credono che Israele sia diventato un braccio del Partito Repubblicano, sia a causa dell'ostilità tra Netanyahu e l'ex presidente Barack Obama (che ha ricevuto il 78% dei voti ebraici nel 2008 e il 69% nel 2012), che per la sua simbiosi con l'amministrazione Trump. Una vittoria del vice presidente di Obama, Joe Biden, il 3 novembre, potrebbe migliorare la situazione. Il candidato democratico ha mostrato infatti un sostegno impressionante nei confronti di Israele nei suoi molti anni come senatore, presidente del Comitato per le relazioni estere del Senato e vicepresidente, e potrebbe avere la capacità di colmare il divario tra il Partito Democratico e Israele. Anche la sua compagna di corsa Kamala Harris ha sostenuto Israele per tutta la sua carriera, anche prima di sposare un uomo ebreo.

Il governo israeliano deve inoltre tornare a un approccio bipartisan, non solo per preservare il rapporto speciale con gli Stati Uniti, ma anche per riconnettersi con la stragrande maggioranza degli ebrei americani liberali. Il divario tra loro e Israele si è ampliato negli ultimi anni, danneggiando notevolmente lo status di quest'ultimo come la nazione di tutto il popolo ebraico.

Nadav Tamir, Senior Advisor per le relazioni internazionali del Peres Center for Peace

Analisi di Nadav Tamir, Senior Advisor per le relazioni internazionali del Peres Center for Peace

2 novembre 2020

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