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Joshua Wong: prove tecniche per un messaggio universale

Mentre ad Hong Kong impazzano gli arresti, il giovane leader solidarizza con i neri d'America

Joshua Wong durante un fermo della polizia

Joshua Wong durante un fermo della polizia

Difficilmente a Hong Kong dimenticheranno questo 4 giugno. Nel giorno dell'anniversario del massacro di Tienanmen la polizia ha arrestato decine di persone e usato spray urticante per disperdere le manifestazioni in memoria della terribile repressione del 1989. Manifestazioni avvenute nonostante, per la prima volta, le autorità le avessero vietate.

“Ci aspettavamo che la polizia disperdesse qualsiasi riunione”, ha twittato Joshua Wong, ventitreenne segretario generale del partito di Hong Kong pro-democrazia Demosistō. “Siamo preoccupati, ma non possiamo rinunciare alla nostra libertà. Potrebbe essere più semplice lasciare passare, ma agiremo: non solo per noi stessi, ma anche perché crediamo, chiaramente e semplicemente, che sia la cosa giusta da fare”.

Attivista spicco della società civile di Hong Kong, Joshua Wong ha rimarcato l’intenzione di non abbandonare il movimento e la città, sulla scia dell'offerta di cittadinanza del Primo Ministro britannico Boris Johnson a milioni di residenti. Piuttosto, ha spiegato Wong, preferirebbe che la Gran Bretagna imponesse dure sanzioni contro la Cina.

Allo stesso tempo, Wong e il suo Demosistō hanno dimostrato solidarietà al movimento statunitense Black Lives Matters nel bel mezzo delle proteste per la morte di George Floyd. Una scelta estremamente coraggiosa, se si pensa che molti dei sostenitori di Wong all’interno classe dirigente statunitense appartengono alla destra più conservatrice e oltranzista, che utilizza il movimento di Hong Kong in funzione di propaganda anti-cinese. E che, spinta dal senatore Marcos Rubio, lo aveva candidato (insieme a tutto l’Umbrella Movement) al premio Nobel per la Pace. "Come attivista per i diritti umani, sono fermamente dalla parte del movimento #BlackLivesMatter e mi oppongo alla brutalità della polizia, ovunque essa sia", ha scritto senza possibilità di essere equivocato su Twitter.

Ma chi è Joshua Wong? Salito in primo piano nello scenario dell’attivismo di Hong Kong nel 2014, Wong ha dovuto affrontare da bambino una dislessia acuta che lo ha rallentato nei processi di apprendimento della lettura e della scrittura. Un problema che ha superato grazie al forte aiuto della madre, che gli ha permesso di iscriversi e di frequentare brillantemente la facoltà di Scienze politiche. Nella sua formazione hanno influito molto le radici cristiane della sua famiglia, seppur Wong abbia delle posizioni diverse rispetto al padre sui diritti LGBT.

Il suo attivismo è iniziato quando aveva 14 anni, partecipando a delle manifestazioni contro il progetto di costruire un collegamento ferroviario ad alta velocità tra l’isola di Hong Kong e la Cina continentale. Nel 2012 un’altra grande manifestazione: Wong ha radunato più di 100.000 persone per protestare contro il progetto di istituire l’"educazione patriottica" obbligatoria nelle scuole.

Otto anni dopo, il 23enne è uno dei volti più importanti del movimento democratico senza leader della città. Scaltro nei movimenti, puntuale e cordiale nelle risposte ai giornalisti, negli ultimi anni Wong ha avuto la possibilità di parlare con tutti i grandi della terra. Dopo aver fatto avanti e indietro dalle carceri cittadine durante le proteste di massa, che ha guidato insieme ai compagni Nathan Law e Alex Chow, i suoi discorsi e le sue richieste di disobbedienza civile hanno elettrizzato i manifestanti. Una sorta di Davide contro il Golia del Partito Comunista che è già visto come una delle figure più influenti del mondo dalle riviste Time, Fortune e Foreign Policy. Ed è persino diventato il soggetto del documentario di Netflix “Teenager vs Superpower”, uscito nel 2017.

A maggio 2019 è stato condannato a due mesi di prigione con l'accusa di oltraggio dopo essersi dichiarato colpevole di aver ostacolato la liquidazione di un importante campo di protesta nel 2014. In un articolo scritto dal carcere per Time, Joshua Wong ha spiegato che "la mia mancanza di libertà oggi è un prezzo che sapevo che avrei dovuto pagare per la città che amo".

Le richieste politiche di Wong sono cinque: la legge sull’estradizione dev’essere ritirata; le manifestazioni non devono essere viste come rivolte da punire con arresti; tutti i manifestanti arrestati devono essere liberati incondizionatamente; dev’essere istituita una commissione indipendente per indagare sugli abusi di potere da parte della polizia; e, soprattutto, deve esserci un vero suffragio universale per Hong Kong. Ai grandi della terra chiede invece sanzioni contro la Cina, economiche e politiche.

Quello che sta succedendo in questi giorni sembra andare nel verso decisamente opposto. Ma nel frattempo la protesta di Wong è diventata matura, universale. Schierandosi con Black Lives Matter ha dimostrato che la lotta per i diritti umani non può non essere vista che universalmente. “Ecco la speranza”, ha scritto in un tweet uscito esattamente un’ora prima di questo articolo. “A partire da Hong Kong, le democrazie di tutto il mondo devono riunirsi per mantenere la propria posizione. Stando con Hong Kong, il mondo può dimostrare che una nuova forza può nascere dall'unità e che attraverso questa forza la libertà può essere preservata”.

Joshua Evangelista

5 giugno 2020

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