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L'Europa e i migranti

chi accoglie, chi esclude, il dibattito sulla cittadinanza

il Vecchio continente è ancora visto, anche se non da tutti, come terra dei diritti

il Vecchio continente è ancora visto, anche se non da tutti, come terra dei diritti REUTERS/Dylan Martinez

In un'epoca di migrazioni transfrontaliere, la definizione di cittadinanza sta cambiando, e con questo l'approccio dei Paesi al vasto tema delle migrazioni, che possono essere sia di transito, sia proprio a lungo termine e destinate a culminare o meno nell'acquisizione dei diritti e dei doveri di cittadino. In generale, l'ottenimento della cittadinanza di un Paese europeo, un fattore misurabile a partire da documenti amministrativi e pertanto una delle variabili più facili da comprendere con obiettività quando si analizza il problema delle migrazioni, appare essere frutto delle abilità e competenze del migrante – della sua capacità e volontà di acquisire ed esercitare abilità sociali e politiche, integrandosi nella società ospite.

Una società che non sempre è incline ad accogliere, per tensioni politiche, economiche e sociali sempre più manifeste nei Paesi europei. Si registra in particolare una tendenza diffusa ad assegnare maggiori priorità agli immigrati che contribuiscono attivamente all'economia, specialmente quelli altamente qualificati, mentre quelli meno qualificati vengono intesi nella cultura popolare come altro, sovente temuto, problematico, o visto in ottica “securitaria”, ovvero come problema di ordine pubblico. Così si ha, secondo il rapporto Europe: No Migrant's Land dell'Ispi, una distinzione più o meno consapevole tra migranti “desiderati e benvenuti” accanto ad altri che sono sì “desiderati” (per esempio per il loro contributo alla fiscalità), ma “non benvenuti”. Il pericolo del terrorismo ha poi imposto di richiedere ai migranti, soprattutto per diventare cittadini, di soddisfare sempre più requisiti, come sostenere test di Educazione civica e di lingua del Paese d'adozione.

Prima di vedere che cosa sta succedendo nei singoli Paesi, diciamo ancora che la politica securitaria sull'immigrazione, che viaggia talvolta parallelamente e in maniera quasi complementare alle misure dell'accoglienza, è dettata da preoccupazioni di ordine sociale, di riduzione delle minacce di violenza oltre che di distribuzione delle risorse del welfare. Qui entra in gioco fortemente lo Stato nazione, chiamato a gestire la più parte di un fenomeno che pure resta per sua natura transnazionale. Vediamo ora alcuni casi di Paesi europei:

Germania. In Germania, l'abolizione dello ius sanguinis (al fine di limitare gli afflussi dai Paesi dell'est e dalla Russia), la creazione della German Green Card e alcune semplificazioni legislative hanno portato a un aumento dei migranti qualificati. Sono stati ammessi nel 2015 un milione e centomila migranti (fonte Ministero dell'Immigrazione tedesco), tra cui molti richiedenti asilo. Permane e si intensifica tuttavia una forte preoccupazione per i migranti economici, che vengono visti con sospetto e talora con odio da crescenti strati di popolazione (come attesta il successo di Alternativ für Deutschland), ma a volte guardati con diffidenza anche dalle persone più colte e progressiste, come potenziali terroristi o fattori di “reintroduzione dell'antisemitismo” sul suolo tedesco. In termini assoluti la Germania, secondo dati della Commissione Europea, ospita il numero più alto di non-nazionali, 11 milioni di persone, di cui più del 40% provenienti da altri Paesi europei (in tutto, il 13% della popolazione tedesca, sempre secondo i dati del Ministero, che segnala anche che 300.000 ingressi del 2015 si sono poi risolti in persone che non figurano più nei registri pubblici, o perché irregolari o perché emigrati successivamente in altri Paesi).

Regno Unito. Qui risiedono 5,6 milioni di non nazionali. L'Inghilterra ha una tradizione molto più lunga di terra di immigrazione, e spesso, prima della Brexit almeno, si definiva un “Paese multiculturale”. Dall'epoca dell'allargamento dell'Unione Europea in poi, però, Londra ha conosciuto una viva preoccupazione per l'immigrazione, culminata con l'uscita dal sistema delle quote dei ricollocamenti europei. I rifugiati e i richiedenti asilo qui vengono visti da una larga parte dei media come minacce, il che ha portato anche a un calo dell'immigrazione qualificata nel Paese. Attualmente la cittadinanza non è considerata “un diritto, ma un privilegio”, e il migrante che può esservi ammesso dev'essere “di buon carattere e di mente stabile”, deve avere minimo 18 anni e deve passare un test di conoscenza dell'inglese e della vita in Inghilterra.

Paesi Bassi. Anche qui l'approccio originariamente liberale è stato sostituito da una maggiore rigidità. I nazionalisti olandesi sono preoccupati che i “valori tradizionali” siano compromessi dai flussi di migranti e pensano che da parte di questi ultimi molto spesso non vi sia un'autentica volontà di integrarsi. Un ruolo importante in questo è giocato anche da tragici eventi come l'omicidio di Theo Van Gogh nel 2004 da parte di un fondamentalista islamico. Oggi i test di lingua e di cultura olandese sono necessari anche per l'ottenimento dei visti olandesi e non solo per la cittadinanza.

Italia. Il nostro Paese ha avviato una riforma della legislazione in materia di migranti, culminata con il recepimento di alcune direttive e il d.l. n. 13 del 2017. Ha inoltre stretto accordi con la Libia al fine di ridurre gli sbarchi e avviato l'apertura di corridoi umanitari di immigrazione legale. Le pressioni per un inasprimento delle politiche migratorie e per l'adozione di un approccio securitario è molto forte e al momento il Paese si trova a poche settimane dalle elezioni politiche. Tutto potrebbe cambiare nuovamente.

Francia. Qui, dove i non-nazionali residenti sono 4,4 milioni, la nazionalità è vista come una conferma dell'aderenza a determinati valori politici, i valori repubblicani, come si è visto anche in occasione del discorso di Macron alle comunità religiose il 4 gennaio 2018. Un problema particolarmente sentito in Francia a causa del terrorismo è la doppia cittadinanza, propria anche di molti foreign fighters, tanto che negli ultimi anni si è discusso della possibilità di revocare la cittadinanza francese ad alcune persone, sia pure seguendo alcuni principi e garanzie costituzionali. È molto sentito il problema della mancata integrazione delle seconde o terze generazioni dei migranti arabi e musulmani. Il Presidente Macron, uscito vincitore dal confronto con la leader dei populisti Marine Le Pen, è comunque a favore dell'integrazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, e della cooperazione europea in tema di migrazioni, mentre è più restio all'accoglienza dei migranti economici.

Spagna. Madrid fa parte di quei Paesi interessati negli ultimi anni a una chiusura delle frontiere. Pertanto tende a convalidare, assieme ai Paesi dell'est di cui parleremo poco sotto, l'idea dell'Europa come una No migrants' land. Le enclave di Ceuta e Melilla da cui tradizionalmente provenivano i flussi sono soggette a crescente militarizzazione e sono stati stretti accordi con il Marocco per regolamentare gli ingressi. La Spagna tuttavia riceve poche migliaia rispetto ai milioni di migranti e richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo in cerca di un luogo sicuro. In Spagna sono presenti 1.300.000 stranieri, di cui 13.000 residenti a Madrid. Molti provengono dall'Africa e si sono insediati nel Paese iberico lungo tutto l'arco degli scorsi 25 anni, con un calo negli ultimi anni dovuto al cambiamento delle rotte e in una certa misura alle politiche restrittive. Diversi altri migranti provengono tradizionalmente dall'America Latina.

Si sa inoltre che alcuni Paesi come l'Ungheria, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia sono radicalmente contrari ad accogliere nuovi arrivi. Nell'insieme del suo rapporto pubblicato nel 2017, l'Ispi propone una discussione sugli ostacoli che rendono ancora l'Europa una no migrants' land nonostante i nazionalisti e i populisti si scaglino proprio contro Bruxelles come presunta responsabile degli arrivi. Sembra che siano da affrontare in particolare il pericolo della ri-etnicizzazione del discorso sull'inclusione e della cittadinanza, e quello della sua economicizzazione, la visione del migrante sempre più come “capitale umano”, che dev'essere produttivo e compatibile con uno stile di vita liberale o viene giudicato come un “altro” estremamente difficile da accettare. Il clima politico in Italia sembra dare ragione a questi studiosi, anche se bisogna sempre ricordare che nessuno è liberale a priori, men che meno per diritto “etnico”, e raramente le società chiuse rimangono liberali.

22 febbraio 2018

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