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L'uomo che misura i ghiacciai

da "Dalla parte giusta", di Pietro Del Re (Baldini+Castoldi, 2020)

Kim Holmén, geofisico e direttore del Norwegian Polar Institute di Longyearbyen

Kim Holmén, geofisico e direttore del Norwegian Polar Institute di Longyearbyen Foto: Øistein Norum Monsen / Dagbladet

Su gentile concessione dell'editore, pubblichiamo un reportage di Pietro Del Re sugli effetti dei cambiamenti climatici nelle Isole Svalbard tratto dal libro "Dalla parte giusta".

Isole Svalbard (Norvegia) - È metà gennaio e nel tentativo di affacciarsi all’orizzonte, verso mezzogiorno, il sole delle Svalbard riesce finalmente a incrinare la lunga notte polare colorando ogni cosa di un miracolistico blu astrale. A queste latitudini estreme la chiamano «blue season» e vorrebbero farne, assieme alle aurore boreali, un’attrazione turistica invernale. Ma chi è venuto fin quassù per ammirarla è costretto a restarsene in albergo perché piove da giorni, sebbene ci troviamo ad appena milletrecento chilometri dal Polo. Infatti, l’arcipelago norvegese dove si contano la chiesa, l’università e l’ufficio postale più a nord del pianeta, è il luogo dove gli effetti del surriscaldamento globale sono più brutali. «Negli ultimi anni, la temperatura è aumentata di dieci gradi, con conseguenze drammatiche per questo ecosistema», mi dice Kim Holmén, geofisico e direttore del Norwegian Polar Institute di Longyearbyen, capoluogo di queste isole a cinque ore d’aereo da Oslo. 

Holmen ha una lunga barba a raggiera che lo fa somigliare a un antico profeta, sebbene predichi il futuro basandosi soltanto su inoppugnabili verità scientifiche. Mi ha dato appuntamento alle sette di sera, e mi riceve nel suo piccolo studio, la cui finestra affaccia sul fiordo di Longyearbyen, che da anni non gela più. Qui, in quella che chiama la sua «tana», convergono tutti i dati raccolti nelle stazioni meteo e nei centri di ricerche artiche russi, americani, canadesi ed europei. E questi dati, ahinoi, prefigurano un avvenire apocalittico. «Si allunga anche la stagione più calda, con la neve che scompare settimane prima del solito e con i ghiacciai che fondono molto più in fretta, regredendo in media di mezzo metro l’anno. Ma per valutare la rivoluzione in corso basta un dato: da ben settantatré mesi registriamo temperature record, il che significa che ogni mese misuriamo valori assoluti più alti che in precedenza», dice, indicandomi sul suo computer il grafico che illustra questa inquietante nuova tendenza climatica.

Le conseguenze di cui parla il professor Holmén sono molteplici, e non riguardano soltanto la scomparsa di una specie di merluzzo che non trova più rifugio sotto il ghiaccio perché il mare non ghiaccia più, o la decimazione delle renne che non riescono più a nutrirsi perché con l’alternarsi di pioggia e di freddo intenso gli arbusti che una volta scovavano sotto la neve sono adesso imprigionati nel gelo. Lo sconquasso climatico funesta anche le circa duemila persone che vivono qui. L’anno scorso, per esempio, dopo un’abbondantissima quanto insolita nevicata invernale a Longyearbyen, una valanga scivolata dalla collina che sovrasta il capoluogo ha inghiottito un intero quartiere.

C’è poi l’orso bianco, primo motivo di fierezza del luogo ma anche spaventoso incubo per gli esseri umani, tanto che una legge locale vieta di uscire dalla città disarmati, sebbene sia consentito sparargli soltanto quando si è gravemente minacciati. Fino a pochi anni fa, i tremila orsi polari che popolano le Svalbard si avvicinavano molto raramente alle abitazioni. Oggi ciò avviene molto più di frequente, perché accanto a Longyearbyen c’è un ghiacciaio che con l’aumento delle temperature è diventato un luogo prediletto per i plantigradi. Alla vigilia del mio arrivo, m’informa Holmén, un’orsa con due piccoli ha attraversato la città alle dieci di sera. «Quando ciò accade, cerchiamo di allontanarli senza spaventarli, e se non ci riusciamo li sediamo e li trasportiamo lontano dal centro con un elicottero», dice Kjerstin Askholt, governatrice delle Svalbard. «Facciamo di tutto per non stressarli pur cercando di scoraggiarli ad avvicinarsi alle case. Operiamo sempre con un esperto, e appena loro cominciano a scappare noi facciamo marcia indietro.» La ragione di tanta prudenza è che l’orso bianco ha una pelliccia che lo fa stare a suo agio anche a temperature proibitive. Ma se questo splendido predatore corre troppo in fretta e troppo a lungo perché spaventato da una motoslitta o dalle pale di un elicottero, quando si ferma comincia a sudare. E, dato che non è geneticamente programmato a fuggire di fronte a nessuno, muore di freddo.

Il professor Holmén è tuttavia convinto della plasticità dell’ecosistema artico e della sua capacità di adattarsi an- che ai cambiamenti più repentini. «Con l’aumento delle temperature arriveranno tante altre specie alle Svalbard, e la vita per gli esseri umani sarà forse più gradevole. Dobbiamo però chiederci che ne sarà di altri animali particolarmente specializzati alle condizioni artiche che stanno perdendo il loro habitat.»

Ovviamente, le ragioni del surriscaldamento di queste isole hanno origine altrove. Ma qui vengono pericolosamente amplificate. Sono le acque sempre più calde dell’oceano che fondono i ghiacci delle Svalbard. E, con il loro scioglimento, la superficie bianca che riflette i raggi solari è sostituita da quella nerastra del mare artico, che invece assorbe il calore. Lo stesso accade sulla terraferma con la neve che scompare all’inizio della primavera, immagazzinando al suolo più energia solare. Una volta innestato questo processo è come un serpente che si man- gia la coda. O come un circolo vizioso climatico. Eppure, congedandomi dopo aver descritto scenari tanto cupi per le generazioni future, il professore mi lancia un’ultima profezia, inaspettatamente ottimista: «Alla fine, la battaglia sul clima la vinceremo noi. I buoni trionferanno. Certo, dovremo lottare strenuamente contro chi continua a inquinare e a sfruttare criminosamente le risorse, contro l’ignoranza e contro il negazionismo, ma sono sicuro che riusciremo a salvare il pianeta. Senza questa certezza, la mattina non riuscirei neanche a scendere dal letto».

Spegnete il cellulare, voi che arrivate nell’insediamento umano più a nord del pianeta. Affisso nel piccolo ae- roporto di Ny-Ålesund, l’invito è perentorio, e la spiega- zione è semplice: le onde emesse dai telefonini rischiano di interferire con le sofisticate strumentazioni necessarie al centinaio di ricercatori di cinquanta diverse nazionalità che vive in questo lillipuziano villaggio scientifico, dove il sole sorto a metà aprile tramonterà soltanto a fine agosto. Ritorno alle Svalbard, stavolta a primavera, sempre per scrivere di ambiente, visto che qui si possono osservare le conseguenze più brutali del cambiamento climatico. «È proprio l’integrazione delle misurazioni effettuate in questo luogo incontaminato che ci permette di capire che cosa accadrà al livello globale», spiega Angelo Viola, sessantaquattro anni, di Gaeta, fisico dell’atmosfera del Cnr che coordina le attività scientifiche della base artica Dirigibile Italia, chiamata così in onore della sfortunata spedizione guidata dal generale Umberto Nobile, che nel 1928 partì proprio da qui per la conquista del Polo Nord.

Da Longyearbyen, decolla due volte la settimana un aereo a elica verso Ny-Ålesund. La quarantina di edifici, per lo più di legno, che costituisce quest’avamposto della ricerca sullo scioglimento del pack affaccia sulla Baia del Re, dove ancora si erge il pilone d’attracco del dirigibile Italia, il quale dopo aver sorvolato il Polo si schiantò sui ghiacci. Ma a Ny-Ålesund svetta anche un’altra torre, vanto della nostra presenza in artico: la Climate Change Tower, alta trentaquattro metri, che consente di misurare le caratteristiche e la dinamica dell’atmosfera a contatto con il suolo. «Sulla torre sono installati anche strumenti che ci permettono di capire i processi che contribuiscono al funzionamento del sistema climatico e alle sue modificazioni», dice ancora Viola. «Dal 2008, io stesso ho assistito al drammatico arretramento dei ghiacciai nella baia, le cui acque, da dieci anni, non gelano più neanche in inverno», racconta Emiliano Liberatori, responsabile della logistica alla base italiana. È lui, per esempio, che protegge dagli orsi bianchi gli scienziati sul terreno. «At- torno a Ny-Ålesund, sono sempre più numerosi, anche a causa della riduzione del ghiaccio marino che li spinge sulla terraferma alla ricerca di cibo. Perciò, ogni volta che ci allontaniamo dal villaggio, siamo costretti a portare con noi una carabina, anche se a spaventarli è spesso sufficiente il rumore della motoslitta.» Altrimenti si spara in aria, ma se non basta devi mirare al cuore. C’è un altro accorgimento: mai chiudere le case a chiave, per potervi entrare nell’eventualità di un incontro con l’orso.

Di affamati plantigradi, Laura Caiazzo – trentasei anni, napoletana, al suo quarto soggiorno alla base – ne ha visti parecchi. «Soprattutto d’estate, quando nidifica- no le sterne e le oche artiche. Non riuscendo più cacciare la foca, perché ci sono sempre meno iceberg dove farlo, l’orso deve ormai nutrirsi delle uova degli uccelli migra- tori», mi spiega la ricercatrice. Analizzando i campioni dell’aria che arriva fin quassù, la Caiazzo ha individuato diversi elementi inquinanti che provengono dalle medie latitudini. Trascinati dai venti e dalle correnti marine, gli stessi veleni sono presenti anche nel grasso della fauna. Quando il cibo scarseggia, gli animali bruciano i tessuti adiposi e queste molecole entrano in circolo danneggiando gravemente gli organi vitali.

Se la stazione scientifica norvegese di Ny-Ålesund è la più imponente e la più popolosa, quella cinese, con i due grandi leoni di pietra al suo ingresso, è senz’altro la più pittoresca. In un luogo così remoto è la condivisione delle infrastrutture, quali la mensa o l’aeroporto, ad abbassare significativamente i costi di una base per la ricerca polare, senza contare il valore aggiunto di una tale mescolanza di scienziati, che facilita la cooperazione nei diversi pro- getti di studio. C’è anche un pub nel villaggio, che apre il sabato sera, ma la vita sociale è legata ai pasti, serviti tre volte al giorno alla mensa comune, anche per impedire l’isolamento dei ricercatori, soprattutto d’inverno, quando rimane, sì e no, una ventina di persone. «Che cosa si mangia? Pasta stracotta, poche verdure e tanto salmone», si lamenta la ricercatrice napoletana.

Da qualche anno, per studiare gli effetti dello stravolgimento climatico, e se possibile prevenirli, la comunità scientifica di Ny-Ålesund è in crescita, perché questo luo- go offre il doloroso privilegio di osservare la repentina distruzione dell’ecosistema polare. Mi riferisco alle balene, ai narvali, agli orsi bianchi e ad alcuni straordinari uccelli marini come il rarissimo gabbiano d’avorio, il cui numero nei prossimi anni diminuirà drasticamente, perché le specie che respingiamo da queste terre ghiacciate non hanno altri posti dove andare. 

Pietro Del Re, scrittore e giornalista de "La Repubblica"

27 marzo 2020

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