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La Casa degli schiavi di Gorée, un simbolo più grande della storia

Viaggio nell'isola della vergogna, dove ogni anno migliaia di afroamericani cercano le proprie origini

Una turista afroamericana fotografa l'isola di Gorée prima dell'approdo

Una turista afroamericana fotografa l'isola di Gorée prima dell'approdo

Il traghetto per Gorée parte più volte al giorno dalla piccola Gare Maritime de Dakar, vicino al porto commerciale della capitale senegalese. Alla cassa un impiegato in divisa controlla svogliatamente i passaporti dei viaggiatori, limitandosi ad assicurarsi che gli stranieri paghino per intero il biglietto più caro. Contrariamente alle aspettative, i passeggeri bianchi si contano sulle dita di una mano, sparsi in mezzo a un magma di locali e ospiti afroamericani arrivati dagli Stati Uniti per scoprire le proprie radici.

A turno tutte le grandi superpotenze europee hanno messo gli occhi sull’isola di Gorée, un piccolo lembo di terra a circa tre chilometri dalla costa di Dakar. In principio furono i portoghesi e i mercanti olandesi, che si alternarono ripetutamente dal 1444 al 1664. Quindi gli inglesi e infine i francesi, che conclusero l’esperienza coloniale nel 1960.

Terra più occidentale d’Africa insieme a Capo Verde, porto strategico, Gorée era il luogo perfetto per organizzare la logistica delle grandi navi dirette verso l’America. Dall’isola partivano imbarcazioni cariche di cera d’api, gomma, frumento, manufatti in cuoio. E schiavi. Esseri umani venduti e spediti come bestiame a servizio dei signori del nuovo mondo.

Il ruolo dell’isola nella tratta degli schiavi è diventato un punto importante del dibattito post-coloniale dell’Africa Occidentale. Dal 1978, Gorée è patrimonio mondiale dell’Unesco, nonché tappa obbligatoria nei viaggi africani dei presidenti degli Stati Uniti. La tradizione avviata da Clinton e consolidata da Bush jr. ha trovato il suo apice nella visita del 2013 di Barack Obama. Secondo l’ex presidente afroamericano, Gorée è “un testamento per capire cosa può succedere quando non siamo vigili nel difendere i diritti umani”.

Eppure negli ultimi anni l’isola, e nello specifico il suo edificio simbolo, la “Maison des esclaves”, ha alimentato aspre polemiche storiografiche che hanno messo in dubbio il suo valore museale.

Il clima sull’isola è disteso e frizzante, i bagnanti accolgono i traghetti con saluti e cori, i ristoratori grigliano gamberi e friggono patate e gli artigiani espongono bambolotti di rami intrecciati e souvenir d’ebano e mogano. A vederla dalla nave, non si direbbe che quest’isola colorata e piena di vita sia stata il palcoscenico di quello che molti storici africani hanno definito “Black holocaust”.

La Casa degli schiavi emerge rispetto agli altri edifici dell’isola solo grazie all’enorme fila di persone ordinatamente disposta davanti al portone. Fu ricostruita e aperta al pubblico nel 1962 grazie all’impegno di Boubacar Joseph Ndiaye, uno storico locale abilissimo nel raccogliere documenti e testimonianze orali tramandate dagli isolani di generazione in generazione. Secondo Ndiaye, più di un milione di schiavi attraversarono il triste androne della Casa prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti.

Grazie all’attivismo di Ndiaye, che ha catturato l’interesse dei giornali di mezzo mondo, in pochi decenni l’isola è diventata un’attrazione turistica visitata da circa 200 mila persone l’anno e un passaggio quasi obbligato per i leader mondiali in visita nel Paese.

Una volta entrati nel cortile della Casa, i turisti si disperdono nei cunicoli alla ricerca di targhe, pannelli e manifesti che ne raccontino la storia. Le guide, ufficiali e non, fanno fatica ad attirare l’attenzione degli ospiti, distratti dalla possibilità di immortalarsi in selfie suggestivi da pubblicare sui social network. Lo scorcio più ambito dagli smartphone è sicuramente la “Porta del non ritorno”: un trampolino sull’oceano da dove gli schiavi venivano lanciati verso le negriere. Coloro che non avevano acquirenti, spiegano le guide, rimanevano nelle celle per tre mesi: il tempo massimo concesso per raggiungere un peso sufficiente per sopravvivere alla traversata atlantica. Ribelli e “invendibili” venivano invece incatenati e buttati in mare.

Oggi la narrazione di Ndyaye avallata dall’Unesco (secondo l’organizzazione delle Nazioni unite, “dal 15esimo al 19esimo secolo la ‘Maison des enclaves’ è stata il più grande centro di commercio degli schiavi di tutta la costa africana”) è al vaglio degli storici. Se nessuno mette in dubbio la vasta scala o le conseguenze orribili della tratta transatlantica degli schiavi, ci si chiede quale sia stato il vero ruolo dell’isola di Gorée in una delle peggiori mattanze della storia dell’uomo. In altre parole: quanta verità e quanto mito si nascondono dietro le storie degli schiavi, che colpiscono come macigni gli immaginari dei visitatori?

A capo degli studiosi revisionisti c’è sicuramente lo storico Philip Curtin della John Hopkins University, secondo il quale dall’isola passavano solo poche centinaia di deportati l’anno. Per Curtin la Casa degli schiavi è “un mausoleo emotivo del commercio degli schiavi” e non “un museo serio”.

Secondo l’antropologo François Richard, professore associato a Chicago, furono circa 33 mila gli schiavi che dall’isola di Gorèe vennero caricati sulle negrerie. Un numero consistente ma decisamente piccolo rispetto alla totalità degli africani ridotti in schiavitù e condotti in America.

Ancora più perentoria la storica brasiliana Ana Lucia Araujo, che ha affermato che la Casa “non è un luogo reale da dove persone reali sono state deportate, nei numeri da loro dichiarati”.

Numeri a parte, oggi gli storici concordano nell’affermare che esistono altri porti che hanno avuto un legame molto più forte con le deportazioni degli schiavi. Come comportarsi nei confronti di un luogo così simbolicamente importante nella memoria collettiva, la cui rilevanza si basa – molto probabilmente – quasi interamente sul mito?

Una chiave di lettura interessante potrebbe essere quella della blogger e studiosa Eve Bigaj: “Ndiaye non ha inventato la storia della Casa degli Schiavi – spiega Bigaj – ha semplicemente riallocato una storia vera in una piccola isola”. Del resto le atrocità raccontate dalle guide, anche se non furono mai perpetuate nella Casa degli schiavi, per certo accaddero in molti porti africani e durante la traversata dell’Atlantico.

Bigaj si chiede anche perché altre isole degli schiavi non abbiano beneficiato di uno sviluppo museale simile a quello di Gorée. Un esempio è la famigerata isola di Sullivan in Sud Carolina, un checkpoint in cui il 40% degli schiavi diretto nell’America britannica veniva messo in quarantena. Oggi l’isola è meta di turismo di lusso per professionisti della East Coast.

Secondo Bigaj, si visita Gorée per lo stesso motivo per cui si va in vacanza sull’isola di Sullivan: convenienza politica e opportunità economica. “Sull’Isola di Sullivan prendi il sole, a Gorèe vai già sapendo che ti sentirai in colpa per qualcosa che conosci molto bene”.

Joshua Evangelista

3 settembre 2019

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