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La crisi della democrazia

di Giovanni Cominelli

L’Economist Intelligence Unit Index of Democracy ha calcolato un Indicatore di Democrazia – Democracy Index - per 167 Paesi, in base a cinque filtri categoriali: processo elettorale e pluralismo, libertà civili, funzione del governo, partecipazione politica e partecipazione culturale. L’applicazione di questi filtri sottoproduce una suddivisione dei Paesi in quattro tipi: "Democrazie complete", "Democrazie imperfette", "Regimi Ibridi" e "Regimi autoritari".

Alle 24 ”democrazie complete”, che rappresentano il 12,5% della popolazione mondiale, appartiene la Norvegia. Tra le 52 “imperfette” – il 35,5% della popolazione mondiale - viene annoverata l’Italia: sono nazioni “dove le elezioni sono libere e le libertà civili di base sono rispettate, ma possono avere dei problemi (ad esempio violazione della libertà d'informazione). Nondimeno, queste nazioni hanno delle significative falle in altri aspetti democratici, inclusi una cultura politica sottosviluppata, bassi livelli di partecipazione nella vita politica, e problemi nel funzionamento del governo”. Dei 39 “regimi ibridi” – il 14,4% della popolazione mondiale - fanno parte certamente la Polonia e l’Ungheria, perché vi avvengono significative irregolarità nelle elezioni che non sono quindi libere, la magistratura non è indipendente, vi è una corruzione estesa, si esercita una forte pressione sui media, il principio di legalità è debole… Tra i 52 “regimi autoritari” – il 37,6% della popolazione mondiale - si deve contare la Russia di Putin, dove il pluralismo politico è estremamente limitato, le violazioni e gli abusi sulle libertà civili sono all'ordine del giorno, le elezioni non sono assolutamente libere – nelle recentissime elezioni della Duma di Mosca tutti i candidati dell’opposizione di Navalny sono stati estromessi dalla liste o e/o incarcerati, i media sono spesso controllati dallo Stato o da gruppi associati al regime, la magistratura non è indipendente, la censura è onnipresente e sopprime ogni critica che interessi il governo. La Cina e la Corea stanno al top di questa classifica dei regimi autoritari.

Naturalmente, categorie analitiche e metodologie di questo tipo di indagini si prestano a molte osservazioni critiche, pertanto le classificazioni che ne derivano devono essere considerate necessariamente solo probabilistiche quanto ai dettagli. Tuttavia lo sguardo sulla condizione della democrazia a livello globale è realistico. Dal nostro punto di osservazione euro-atlantico, la democrazia liberale classica, fondata sul primato assoluto delle libertà dell’individuo e sulla divisione dei poteri in legislativo, esecutivo, giudiziario, è nettamente in minoranza rispetto alla popolazione mondiale. Alcuni grandi Paesi, dalla Russia alla Cina, non l’hanno mai sperimentata.

La novità del periodo storico che stiamo attraversando è che la democrazia liberale è oggetto di contestazione crescente anche nell’ambito euro-atlantico. Nel linguaggio politico è comparsa in questi anni la categoria della “democrazia illiberale”, qualcosa a metà tra le democrazie imperfette e i regimi autoritari. È caratterizzata dalla permanenza della divisione formale dei poteri, ma tale separazione è sottoposta a erosione crescente da parte dell’esecutivo, che va a cercare forza e legittimazione nel consenso plebiscitario, raccolto attraverso il controllo ferreo sui mass-media, per by-passare il Parlamento e la Magistratura. Ultimo episodio è quello di Boris Johnson, deciso a portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea, che ha chiuso il Parlamento per più di un mese. In Italia, nel corso dell’ultimo anno, tanto il M5S quanto la Lega si sono mossi sulla scia della democrazia illiberale di Orban, sia tentando di ridurre il livello di rappresentanza del Parlamento sia esercitando pressioni sulla Magistratura per allinearla ai desiderata dell’Esecutivo. Le tendenze plebiscitarie si sono manifestate in primo luogo sul piano della comunicazione, del linguaggio, dei comportamenti pubblici: il leader – in questo caso Salvini – ha cercato di “far vedere” che è possibile superare la separazione dei poteri e lo scarto tra rappresentati e rappresentanti, semplicemente trasferendo nell’arena pubblica il proprio lessico privato e l’ostensione del proprio corpo nudo, debitamente ricoperto di qualche foglia di fico. Il messaggio elementare ed efficace è: io parlo, mangio, vivo, amo e odio esattamente come voi. Perciò sono il vostro capo. Fidatevi! Vi porterò lontano. Torna, con ciò, l’idea del politico redentore, che riscatta gli esclusi o i sommersi della globalizzazione, che umilia ed estromette le élites tradizionali, che restituisce alla società lacerata dai conflitti la comunità organica, in cui ciascuno si sente a casa. Non più gli individui dispersi nel conflitto sociale e territoriale, ma l’unità organica del Popolo. Torna l’idea dell’onnipotenza della politica, elettoralmente legittimata dal popolo. Il quale è onnipotente, non è sottoposto alla legge, è la Legge. Pertanto l’Eletto dal popolo è la Legge. Questo è il punto di contatto tra il populismo alla M5S, alla Bannon, alla Trump, alla Putin, alla Orban, alla Xi Jinpin. Pertanto, pur non scardinando la divisione tra i poteri, la politica onnipotente tende a compiere forzature sugli apparati, a piegarli al proprio servizio, a occuparli.

Che cosa sta accadendo nella società civile euro-atlantica? L’intreccio tra populismo e individualismo estremo è il Zeitgeist. Un potente processo di individualizzazione ha “liberato” almeno apparentemente gli individui dalla cogente dialettica sociale e comunitaria. Motore di questa dinamica è stato l’enorme accumulo di sapere e il pieno e democratico accesso ai suoi doni. Oggi i mezzi di comunicazione di massa e la Rete consentono a ciascuno di pensarsi come “omnisciente” e, pertanto, come “onnipotente”. È stato, in Italia, il M5S a rappresentare politicamente questa “pretesa” con lo slogan “uno vale uno”. Non ho bisogno di rappresentanti, mi autorappresento: mi basta un click su una tastiera non solo per far conoscere immediatamente la mia opinione sulle questioni presenti, ma soprattutto per prendere delle decisioni al riguardo. Non c’è più bisogno di delegare nulla a nessuno. L’emergere della potenza dell’individuo è ben precedente all’arrivo della “semiosfera”: è il prodotto di tutta la filosofia e di tutta la scienza/tecnologia moderna. Ma la Rete offre per la prima volta lo strumento per far sentire la propria potenza ad ogni altro individuo e viceversa.

Donde la crisi di egemonia della democrazia liberale, che è invece storicamente nata su una base “epistocratica” di competenze riconosciute – appunto “la democrazia dell’episteme” - e pertanto delegate a risolvere i problemi collettivi. La delega era affidata a chi sapeva/poteva/ meritava di più. Di fronte ai mutamenti del presente e agli sconvolgimenti socio-economici e climatici prodotti dalla globalizzazione, di fronte alla planetizzazione dell’orizzonte della coscienza individuale, la democrazia liberale classica è apparsa sempre più debole e impotente. Jason Brennan, filosofo e politologo statunitense, ha scritto un libro “contro la democrazia liberale”, negando che essa sia, secondo la famosa espressione di Churchill, “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme finora sperimentate”. Contro l’ottimismo di Churchill e di molti politologi, Brennan ritiene che il regime democratico-liberale somigli troppo spesso al regno dell’irrazionalità e dell’ignoranza: molti elettori compiono le loro scelte sulla base dell’emozione o del pregiudizio, non conoscendo neanche, in numerosi casi documentati, la forma di governo vigente o addirittura i nomi dei leader in carica. In Italia molti elettori – Salvini compreso - sono convinti che essi possano/debbano eleggere direttamente il governo, essendosi tuttavia opposti a questa ipotesi, quando venne loro offerta con il referendum del 2016. La proposta di Brennan è di sperimentare una forma di governo “epistocratica” che sia compatibile con parlamenti, elezioni e libertà di parola, ma distribuisca il potere politico in proporzione a conoscenza e competenza. Forse più realistico il suggerimento di Pierre Rosanvallon circa il ruolo che “la contro-democrazia”, insorgente dalla sfiducia nella democrazia liberale, possa esercitare un ruolo di completamento della democrazia liberale esistente.

Che fare? Ai politologi e ai politici l’ardua sentenza. Intanto, a chi opera sul terreno educativo delle nuove generazioni, si apre lo scenario di due battaglie culturali da fare.

La prima è quella contro i “lendemains qui chantent”, contro l’illusione che da qualche parte esista una Terra promessa, per raggiungere la quale occorra affidarsi a qualche Mosé di passaggio. No, non è previsto nessun ritorno al paradiso terrestre, nessuna “religione civile” ci porterà fin là. A chi vuole pensare il futuro, tocca il compito di costruire – raccomandava Albert Camus – “le condizioni di un pensiero politico modesto, cioè liberato da ogni forma di messianismo e sgombro della nostalgia del paradiso terrestre”. La società e la politica, cioè la storia dell’uomo, sono il regno dell’imperfetto. E così lo è anche la democrazia liberale, costruita sanguinosamente a partire dal ‘600. La trasparenza assoluta, che sarebbe garantita dalla cosiddetta “democrazia diretta” approda all’oligarchi dei tecnici o alla guruship plebiscitaria. Dunque, è una battaglia sulla filosofia della storia.

La seconda è la battaglia per la conoscenza del mondo e dell’Altro. L’idea dell’omniscienza a portata di mano, attraverso la Rete, alimenta l’illusione che non sia più necessaria la fatica dell’apprendere, del conoscere storie e mondi, che si sia dispensati dal leggere, dallo studiare. Che bastino le emozioni. Centinaia di trasmissioni televisive e di comunicazioni via social-media hanno conquistato l’audience non suscitando desiderio di conoscere, ma eccitando emozioni, da consumare in solitudine, senza la fastidiosa interferenza dell’Altro. Questa è una battaglia sulla conoscenza della storia passata e presente. Al punto di intersezione di queste due linee di impegno culturale ed educativo sta la persona, nella sua concretezza esistenziale, nella sua prossimità. È, appunto, il prossimo.

Giovanni Cominelli, giornalista

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

13 settembre 2019

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