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La distruzione di Timbuctu: un crimine di guerra

la prima condanna della Corte Penale Internazionale

Per la prima volta la Corte Penale Internazionale ha espresso una sentenza per il crimine di distruzione del patrimonio culturale. Ahmad al-Mahdi, membro di un gruppo jihiadista legato ad Al Qaeda nel Mali, è stato infatti condannato a 9 anni di carcere per aver distrutto i santuari di Timbuctu durante il conflitto iniziato nel 2012.

Il grande tesoro della città è costituito dalle decine di migliaia di manoscritti risalenti al periodo tra il dodicesimo e il sedicesimo secolo, che si sono salvati quasi interamente dalla furia jihadista grazie al coraggio del bibliotecario Adbel Kader Haiara. Nonostante gli sforzi di Haiara - che utilizzò anche i fondi della sua borsa di studio per trasportare i manoscritti nella capitale del Mali Bamako -, nel gennaio 2013 i miliziani di Al Qaeda diedero fuoco all’Istituto Ahmed Baba di Timbuctu, che conservava quasi 100mila manoscritti. Dopo le biblioteche, i jihadisti passarono ai monumenti.

È così che, come capo della polizia morale, Ahmad al Mahdi ha dato il via alla distruzione di dieci mausolei, tra cui quelli di Sidi Mahamoud Ben Omar Mohamed Aquit, Sheik Mohamed Mahmoud Al Arawani, Sheik Sidi Mokhtar Ben Sidi Muhammad Ben Sheik Alkabir e la porta della moschea Sidi Yahia - oggi fortunatamente ricostruiti grazie all’impegno dell’Unesco e a finanziamenti esteri.
La pena prevista per tali crimini arriva fino a 30 anni, ma il giudice ha addirittura ridotto gli 11 anni chiesti dal Procuratore, rilevando diverse attenuanti. Prima tra tutte, l’ammissione di colpa dell’imputato e il rimorso espresso per le sue azioni. “Chiedo perdono al popolo di Timbuctu e chiedo di giudicarmi come un figlio che ha smarrito la sua strada” - aveva dichiarato Al Mahdi il 22 agosto scorso, durante la sua prima apparizione in aula.
In aggiunta, il giudice ha ricordato che in svariate situazioni l’uomo aveva mostrato riluttanza a portare a termine la distruzione, spesso fermando i bulldozer prima della totale demolizione dei santuari.

Il caso di Al Mahdi è il primo di questo tipo per la Corte Penale Internazionale, ma già il Tribunale per la ex Jugoslavia aveva emesso condanne per “distruzione culturale” riguardo al bombardamento della città croata di Dubrovnik e del ponte di Mostar in Bosnia. In ogni caso, questa sentenza ha nuovamente posto sotto i riflettori un tema diventato centrale nell’opinione pubblica soprattutto dopo la distruzione dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan, delle città di Ninive e Nimrud in Iraq e del sito archeologico di Palmira in Siria. L’attenzione della Corte Penale Internazionale su questa tematica riflette il dibattito aperto sulla necessità che, accanto ai crimini contro le persone, i tribunali si concentrino anche sui crimini contro il patrimonio culturale, specialmente quando la distruzione dei monumenti mira a cancellare l’identità e la storia di un popolo o di una civiltà.

Non mancano le critiche a questa visione, che evidenziano il timore che estendere la categoria dei crimini di guerra possa in qualche modo svalutare i reati di tortura, omicidio e genocidio.
Tali questioni erano già emerse dopo l’uccisione, il 18 agosto 2015, del “custode” di Palmira Khaled al-Asaad, trucidato dai terroristi dell’Isis per essersi rifiutato di rivelare dove fossero stati nascosti i tesori della sua città, che Gariwo ha onorato con la dedica di un albero ai Giardini dei Giusti di Milano e di Tunisi.

La distruzione dei monumenti è quindi scioccante quanto la decapitazione di un essere umano? Così rispondeva il reporter del Guardian Julian Baggini: “Se dovessi scegliere, sono sicuro che trarrei in salvo dall’incendio di una casa prima una persona di un Picasso. Ma ciò non significa che curarsi del nostro patrimonio voglia dire preoccuparsi delle cose più delle persone. Piuttosto, è un curarsi delle persone come più che mere entità biologiche”.

Posizione che, a un anno di distanza, è rafforzata dal giornalista Gwynne Dyer su Internazionale, che afferma: “I vandali jihadisti di oggi appartengono a una lunga tradizione, e nessuno dei loro predecessori è stato punito. Si può quindi dire che oggi l’Icc si stia semplicemente accanendo contro dei musulmani? No. Il reato di genocidio è stato introdotto solo tra il 1945 e il 1946 ai processi di Norimberga, nonostante la storia sia piena di altri genocidi. Ma il mondo non si stava accanendo contro i tedeschi. Avevamo semplicemente raggiunto un punto della nostra storia nel quale potevamo finalmente convenire sul fatto che il genocidio era, sempre e ovunque, un crimine contro l’umanità.
Rendere un crimine l’atto di distruggere volontariamente il patrimonio culturale non è altro che un altro passo, per quanto minore, nello stesso cammino verso la costruzione di un corpus internazionale legale sui diritti umani che sia valido per tutti”.

27 settembre 2016

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