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La ricetta per la libertà in Birmania

secondo il Premio Nobel Amartya Sen

Il Premio Nobel per l'Economia sulle pagine de Il Sole 24 Ore suggerisce strategie per costringere il Paese a riforme liberali. 
Secondo l'economista è opportuno eliminare le sanzioni che "colpiscono la popolazione birmana" e sostituirle con restrizioni che coinvolgono la dittatura come "un embargo su armi e armamenti di ogni tipo, e [...] su alcuni prodotti – dai minerali alle pietre preziose, dal petrolio al gas – che assicurano consistenti guadagni al regime".

"Si potrebbe quindi proseguire efficacemente vietando i viaggi all'estero a chiunque faccia parte del regime o sia associabile a esso - suggerisce il docente -. Risulterebbero utili anche restrizioni finanziarie sulle grosse transazioni attuate da imprese nelle quali siano coinvolte direttamente o indirettamente le autorità militari", scrive il Nobel.

Gli stati confinanti sostengono attivamente il regime ma non sono i soli. Per il Premio Nobel "Parecchi Paesi occidentali intrattengono rapporti d'affari molto intensi con la Birmania, per esempio nel settore petrolifero. Nondimeno, finora nessuno – né l'Unione Europea, né gli Stati Uniti, né Svizzera, Australia o Canada - ha utilizzato contro il regime l'arma delle sanzioni finanziarie. I Paesi occidentali sanno essere pungenti a parole, allorché denunciano i governanti birmani, ma tenuto conto che non fanno tutto ciò che è in loro potere fare concretamente, risulta estremamente più difficile convincere Cina, India e Tailandia a fare anche loro ciò che è giusto".

"Infine, dobbiamo iniziare a riflettere su come un governo post-giunta militare dovrebbe occuparsi dei colpevoli del passato, sia perché questa sarà una questione assai importante in uno scenario non-disfattista, sia perché rientra tra le considerazioni che gli odierni personaggi di regime si staranno facendo in merito a ciò che possono ragionevolmente attendersi, qualora dovessero rinunciare al potere. In questo caso possono tornare utili e d'esempio le leadership illuminate di Desmond Tutu e di Nelson Mandela, che non minacciarono sanguinose vendette, ma scelsero in modo perspicace di offrire protezione in cambio di pentimento".

27 novembre 2010

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