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La Turchia alla prova del voto

intervista ad Antonio Ferrari

Mentre si attendono i risultati definitivi delle elezioni amministrative tenutesi in Turchia il 30 marzo, l'AKP - il partito di Recep Erdogan - sembra aver raggiunto il 47% dei consensi, e il premier ha già dichiarato che "chi ha tradito la nazione pagherà". Alla vigilia del voto, abbiamo chiesto ad Antonio Ferrari, editorialista del Corriere del Sera, di parlarci delle ultime misure adottate dal governo di Erdogan e di queste elezioni, considerate una sorta di banco di prova per il primo ministro.


Alla vigilia delle elezioni amministrative del 30 marzo, il governo di Erdogan ha bloccato prima Twitter e poi YouTube. Cosa pensa di questa stretta sui social network?

In questa vigilia elettorale Erdogan ha dato prova di poca saggezza. La chiusura di Twitter è stata una manovra quasi ridicola, in quanto il divieto è stato subito aggirato. La stretta su YouTube invece è più complessa. Entrambe comunque nascono da attacchi contro il premier. Nel primo caso si è trattato di un’intercettazione in cui Erdogan chiedeva al figlio di far sparire dei soldi, nel secondo di una riunione di governo - con due vicepremier e i responsabili delle forze armate - in cui si sarebbe ipotizzato un attacco alla Siria. È chiaro però che se dopo tutti gli ostacoli che Erdogan ha dovuto affrontare, ora si ritrova a colpire i social network, vuol dire che il premier è estremamente fragile.


Per quanto riguarda l’intercettazione della riunione in cui si parlava di un attacco alla Siria, i presenti sostenevano che questo conflitto costituisse “un’opportunità” per la Turchia. Può spiegarci il significato di questa affermazione?

Su questo punto non riesco a capire la logica di Erdogan. La Turchia oggi ha problemi con tutti i suoi vicini: ha pessimi rapporti con Israele, ha sostenuto Assad ed ora ne è il più determinato oppositore, ha appoggiato Mubarak e adesso continua a supportare Morsi non avendo capito che la logica e gli equilibri internazionali vanno in tutt’altra direzione.
Una situazione di questo tipo dovrebbe suggerire una politica di equilibrio.
Invece, per quanto riguarda la Siria, c’è stato attraverso il confine turco un passaggio di armi e finanziamenti ai ribelli - e si teme anche alle frange estreme, che possono nuocere alla stessa Turchia, sempre molto preoccupata del fondamentalismo islamico.
Inoltre c’è da aggiungere un’altra situazione delicata: molti profughi siriani fuggiti in Turchia  non sono scappati dal regime, ma dalle vessazioni dei gruppi anti Assad. Infatti molti di loro sono alawiti, minoranza con un parente stretto in Turchia, gli aleviti - che sono la componente più laica della società. Ecco che quindi Erdogan ha temuto che lo scollamento del regime siriano avrebbe potuto in qualche modo contribuire anche a far saltare quell’equilibrio interno che vedeva gli aleviti come una minoranza importante ma non determinante - minoranza che invece potrebbe accrescere il proprio ruolo se la situazione bellica della vicina Siria si evolvesse in un certo senso.
Erdogan non ha saputo gestire neanche le fortune economiche che aveva, basate sul fatto che la Turchia guadagna sui pedaggi del passaggio di energia, senza avere l’incubo della produzione stessa. Il carattere del premier e una certa sua intollerabile arroganza - a cominciare dalla repressione dei manifestanti che si opponevano alla devastazione del parco di Gezi - ha provocato una serie di reazioni che oggi fanno della Turchia non un modello per il mondo musulmano, ma uno Stato con un problema interno molto importante. Basti pensare che come numero di giornalisti in prigione Ankara ha battuto persino Pechino, e questo è assolutamente allarmante, perché non si può pensare a un Paese con obiettivi come quello dell’ingresso nell’Unione Europea quando la cifra democratica è così miserevole.


Secondo lei, spostando l’attenzione sulla Siria e sulla chiusura dei social network, il governo ha voluto distrarre l’opinione pubblica dalla politica interna?

Assolutamente sì. Il premier turco aveva un grande alleato, Fetullah Gülen, predicatore sunnita che oggi vive in esilio negli Stati Uniti. Quando Erdogan vinse per la prima volta le elezioni, Gülen era accanto a lui, e con lui si è spartito il potere: Erdogan, insieme al presidente Gül, aveva il partito, Gülen invece aveva la libertà di penetrare nel mondo dell’istruzione - e della magistratura, come ha fatto in seguito. Quando Erdogan è andato a toccare alcune fonti del potere di Gülen in Turchia, c’è stata un’immediata reazione che ha portato alla scoperta di una vera e propria Tangentopoli, con il risultato che ora non si capisce fino a che punto questa sia dovuta alla corruzione che effettivamente circonda il primo ministro e quanto ci sia invece stata una componente di rivalsa da parte di Gülen. Tutto questo ha avuto di conseguenza una ricaduta sulle prossime elezioni del 30 marzo, che avevano un’importanza relativa e che ora sono diventate fondamentali: certo Erdogan è popolarissimo e ha creato una solidissima base di consenso con le sue clientele - penso ai piccoli imprenditori dell’Anatolia, che con la sua vittoria hanno avuto una proiezione nelle città e ora godono di vantaggi dovuti al potere del primo ministro - ma se l’AKP perdesse Istanbul sarebbe un primo campanello d’allarme, e se poi scendesse sotto il 40% dei consensi sarebbe un segnale che potrebbe portare al declino di un uomo che forse sognava di diventare presidente e di realizzare con Gül quello che hanno fatto in Russia Putin e Medvedev, scambiandosi i ruoli. Sarà quindi importante analizzare nel dettaglio i risultati delle elezioni, per vedere se la stagione che doveva portare trionfalmente al 2023 - quando verranno celebrati i cento anni della Repubblica - si dovrà interrompere con dei cambi che saranno fondamentali non solo per la Turchia, ma anche per la regione mediorientale.
 

Passando dalle elezioni amministrative a quelle presidenziali che si terranno ad agosto, qual è la prospettiva di Erdogan e quale la posizione dell’AKP? Ci sono delle divisioni all’interno del partito?

La realtà è molto precisa: un AKP senza Recep Erdogan sarebbe zoppo, perché il premier  è l’anima del partito. Nessuno può essere oggi in grado di sostituirlo in maniera altrettanto vincente. È chiaro però che l’atteggiamento di Erdogan, che è andato a confliggere con l’immagine che la Turchia voleva avere, di un Paese libero e democratico, ha creato dei problemi gravissimi all’interno dell’AKP. Il presidente Gül ha fatto capire di essere in disaccordo con la linea del premier - basti pensare che alla chiusura di Twitter ha risposto proprio con un tweet - ma d’altra parte è assolutamente cosciente che il partito si regge sulla forza di Erdogan. In proposito vorrei ricordare un episodio. Quando l’AKP vinse le elezioni, Erdogan non poteva diventare primo ministro, in quanto doveva scontare una condanna per alcune esternazioni giudicate pericolose. Gül allora prese il suo posto, e pochi mesi dopo, quando Erdogan pagò il suo debito con la giustizia, si mise da parte per lasciargli il ruolo di premier.
Anche in questo caso, bisognerà attendere l’analisi dei risultati delle elezioni per capire cosa succederà all’interno dell’AKP.

a cura di Martina Landi, Redazione Gariwo

31 marzo 2014

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