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La violenza e la speranza

il confronto delle opinioni sullo scontro tra Israele e Hamas

Tante parole sono state dette - e scritte - su Israele e Hamas, dal momento del rapimento e uccisione dei tre ragazzi ebrei a Hebron, con la guerra che ne è seguita a Gaza. Di seguito vi proponiamo gli articoli e le riflessioni in merito comparse su Gariwo.

Pochi giorni dopo il rapimentoGabriele Nissim invitava a leggere l’editoriale del presidente emerito del parlamento israeliano Avraham Burg - comparso su su Haaretz il 18 giugno 2014 - ricordando non solo gli israeliani sequestrati, “ma anche migliaia di palestinesi che sono privati di una speranza per il futuro, e che spesso si fanno catturare dalle sirene del terrorismo e del fondamentalismo”.

“Se anche dalla parte palestinese emergeranno figure morali come quella di Abraham Burg - scriveva Nissim - che esorta ad ammettere i propri torti e non solo a rivendicare i propri diritti, la pace sarà più vicina”.

Il testo di Burg in questione condannava l’atto criminale dei gruppi terroristi, richiamando però la società e i politici israeliani a un esame di coscienza. “Questi tre giovani - si legge nell’articolo - sono davvero sfortunati. Lo sono per il clima di terrore nel quale è avvenuto il sequestro, per l'incertezza e per il grave pericolo che corrono le loro vite. Soffrendo, rivolgiamo a loro il nostro pensiero e alle loro famiglie, catapultate all'improvviso nel clamore dei media. Questi ragazzi sono sfortunati anche per un altro motivo: l'ipocrisia in cui hanno trascorso il tempo delle loro vite - vite di apparente normalità, costruite sulle fondamenta della più grave delle ingiustizie israeliane: l’occupazione”. Se quindi da un lato viene sottolineata la partecipazione umana e politica al rapimento dei giovani, dall’altro viene messo in evidenza un altro “sequestro”, quello del popolo palestinese. “La società palestinese nel suo complesso è una società sotto sequestro. E che cosa possiamo dire dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane? Non c’è famiglia senza un detenuto o un prigioniero, quindi perché ci dovremmo stupire della loro gioia, fermi restando il nostro dolore, le nostre paure e la nostra preoccupazione? Abbiamo avuto e abbiamo ancora la possibilità di capirli”.

A questo lungo editoriale di Burg, il direttore del CIPMO Janiki Cingoli ha dedicato un’articolata riflessione, richiamando a condannare il rapimento senza tuttavia dimenticarne il contesto. “Il Governo israeliano ha voluto trasformare la caccia ai rapitori in un attacco frontale ad Hamas, di cui si è cercato di smantellare l’infrastruttura politica e militare in Cisgiordania. Una operazione, a quanto si è ampiamente letto sulla stampa israeliana, pianificata da tempo, e riconfermata subito dopo l’accordo interpalestinese tra Fatah e Hamas e la formazione del Governo di Unità Palestinese. Una operazione che ha messo sotto coprifuoco larga parte della Cisgiordania. Una operazione volta a impedire che Hamas possa prendere il controllo della Cisgiordania, dopo Gaza, in seguito alle elezioni previste da quell’accordo tra circa sei mesi. Una operazione di cui il rapimento è stato l’occasione di lancio, ma il cui scopo non è solo, e forse non principalmente, ritrovare i tre rapiti”.

Subito dopo il ritrovamento a Hebron dei corpi dei tre ragazzi,  Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera, prevedeva in Israele “Ore difficili, insomma. In bilico tra furia giustizialista e razionalità. Tutto questo mentre l'intero Medio Oriente, devastato da troppi conflitti, rischia davvero di esplodere”, mentre Gabriele Nissim sottolineava l’importanza delle parole, uniche in grado di non far precipitare una situazione ormai incontrollabile. “Non si sono sentite parole chiare di condanna, di empatia, di compassione per la morte dei tre giovani - scriveva Nissim - Nessuno ha detto che chi rapisce e uccide volontariamente dei ragazzi distrugge i valori fondanti dell’umanità; nessuno ha detto che chi colpisce degli innocenti insegna soltanto l’odio e il disprezzo; nessuno ha detto che chi ritiene lecito uccidere i giovani israeliani non lotta per la condivisione di una terra, ma per l’eliminazione di un’altra nazione. […] Quando mancano le parole di compassione nei confronti degli esseri umani, anche se sono nel campo del nemico, purtroppo viene a mancare la speranza in un futuro in Medio Oriente”.

Ai funerali dei tre ragazzi israeliani è seguito l’assassinio di un giovane palestinese, nel quadro di una più generale invocazione alla vendetta. Così commentava la storica  Anna Foa, ricordando che la vendetta è l’esatto contrario della giustizia. “Alla vendetta si lega la rappresaglia, fino a determinare eventi come quelli di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine. Giustizia è colpire i colpevoli, dopo averne provato e giudicato la colpa. Giustizia è il processo a Eichmann, quello a Kappler e a Priebke. Chi invoca la vendetta vuole altro sangue, di ebrei e palestinesi, e purché scorra il sangue dei palestinesi è disposto a far scorrere quello degli ebrei. Eppure, ai funerali dei tre ragazzi non ci sono state parole di odio o di vendetta. I familiari dei ragazzi assassinati hanno parlato con pacatezza e dignità”. La storica si riferisce alle parole dei parenti di uno dei tre ragazzi uccisi che, unendosi ad altre voci che chiedevano la fine delle violenze, ha dichiarato: “Non c’è alcuna differenza tra sangue e sangue. Un omicidio è un omicidio, non importa quale sia l’età o la nazionalità della vittima. Non c’è giustificazione, perdono o redenzione per un tale omicidio”.

In un Paese ostaggio della disperazione, come ha ricordato David Grossman alla conferenza di pace organizzata dal quotidiano Haaretz, si corre il rischio di respingere la strada della pace dopo un solo fallimento, abbandonandosi ad una visione pessimistica del mondo che ha sconfitto “quello che un tempo si sarebbe potuto definire ‘lo spirito israeliano’: quella scintilla, quella capacità di rinascere a dispetto di tutto”. Grossman, i familiari dei ragazzi uccisi, le iniziative organizzate in Israele per chiedere la pace, ci invitano però ad affidarci a una speranza in grado di aprirsi all’altro e di riscoprire l’umanità.

Alla stessa conferenza di pace Munib al-Masri, uomo d'affari e filantropo palestinese che ha partecipato ai negoziati tra Israele e OLP negli anni '80, spiega  (Haaretz del 7 luglio 2014che cosa serve secondo lui per rilanciare le trattative nell'ottica di una soluzione pacifica basata sul reciproco riconoscimento di due Stati. Vuole che le cose siano chiamate con il proprio nome: "Nel 2013 gli israeliani hanno costruito più insediamenti di quanto non avessero mai fatto prima, e questa primavera i colloqui di pace lanciati e diretti dal Segretario di Stato USA John Kerry sono falliti, a causa dell’incessante spinta a costruire sempre più case in Palestina... Non ci sarà pace finché non viene detta questa fondamentale verità – che dal 1967 noi palestinesi siamo occupati dalle Israel Defense Forces (IDF), controllati dai pianificatori del governo israeliano e sorvegliati dal servizio di sicurezza Shin Bet. Non abbiamo bisogno di alcun “onesto mediatore” che stenda rapporti sulla nostra “contesa”, ma casomai di un onesto giudice che faccia giustizia". Occorre partire da queste premesse per ricominciare a dialogare. 

“Chi continua a credere nella possibilità della trattativa - scrive in proposito Nadia Neri, psicologa analista - non deve sentirsi isolato. Non bisogna vergognarsi di credere nella speranza, ma occorre trovare un modo, tanti modi per testimoniare questa fiducia nella pace, sia con gesti spirituali che con gesti laici. Spesso si viene derisi o accusati di essere utopisti – lo stesso Ghandi appariva come tale ai suoi contemporanei -ma la storia, così come l’esempio dei Giusti, ci insegna che anche un solo “no” può salvare tante vite”.

Mentre continuano gli scontri tra Israele e Hamas,  il Rabbino Neil Jaines si è chiesto se sia possibile raggiungere un giudizio obiettivo sulla situazione. “Non posso essere “neutrale” - scrive il rabbino - quando c’è una volontà di annientare sia il mio popolo che la sua presenza nello Stato di Israele. Non posso essere neutrale quando si nega al popolo palestinese la legittima aspirazione a uno Stato quale espressione della propria autodeterminazione e lo Stato di Israele continua ad esercitare troppo potere sul destino di quel popolo”. Come cercare quindi la riconciliazione?

“Ecco il mio consiglio: - prosegue Neil Jaines - leggi, rileggi, ascolta, ascolta veramente tutti, cerca di comprendere, fai un passo indietro e leggi ancora qualcosa. Non accettare risposte semplici a problemi complessi. Riconosci che non c’è una “versione” o “narrazione” che offra la verità obiettiva. Infine, continua ad attenerti ai valori che un giorno, come io prego, trionferanno: la verità, la giustizia, la pace e l’amore”. 

17 luglio 2014

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