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L’impronta della dittatura. Che accade in Cile?

di Pietro Barbetta

Un'immagine di sabato notte da Santiago del Cile

Un'immagine di sabato notte da Santiago del Cile

Ya parte el galgo terrible

a matar niños morenos

Ya parte la cabalgata

la jauría se desata

Víctor Jara

Un’amica di Santiago mi invia, in piena notte, un appello. Sabato notte ore 1:15, lei: "Pietro hai visto cosa sta succedendo in Cile? Ci sono i militari per strada e si è dichiarato il coprifuoco dalle 22 alle 7. È partita una protesta per l’aumento nei prezzi dei mezzi pubblici, poi si sono aggiunti tutti i temi del Paìs: salute, educazione, sistema previsionale. Hanno bruciato autobus, distrutto la metro, i militari hanno già ammazzato gente per strada, hanno ferito ragazzi giovani del liceo. Il governo non ha accettato la protesta e disposto i militari - governo di destra. Poi ovvio iniziano gli scontri tra civili e militari - e si creano i danni peggiori".

Le scrivo che il New York Times parla di 300 arresti e 20 feriti. Poi aggiungo: "Ora ci sono anche i morti?".

Lei: "Ci sono morti da ieri sera ma non vogliono pubblicarlo ufficialmente. Ci sono video su Facebook - ma li stanno cancellando. Ovvio non lo diranno mai, abbiamo l’impronta della dittatura".

Noi italiani, i più vecchi, dall’11 settembre 1973, ce l’abbiamo nella mente l’impronta della dittatura di Pinochet; si rinnova a ogni evenienza. Come al mio rientro da Santiago qualche anno fa, dopo avere visitato il Museo della memoria, che ha dato immagini a ciò che avevo sentito in una radiolina transistor, l’11 settembre 1973 a Milano. Gli esuli venivano da Santiago, scavalcavano le mura nella parte più bassa dell’Ambasciata Italiana, poi arrivavano qui e riprendevano a vivere. Oggi qualcuno forse li respingerebbe, sarebbe d’accordo con il coprifuoco, con i militari in piazza. Ma i militari in piazza a Santiago, non sono la stessa cosa dei militari in piazza in altri luoghi, hanno un potere evocativo enorme. Risuona la voce di un tempo: chiunque si opporrà verrà immediatamente fucilato, così proclamava la radio occupata dai militari.

Lei: "Hanno censurato l’informazione Pietro, in tv passano solo minchiate, scusa la parola. Si parla di qualsiasi cosa - non informano dei morti - si può vedere cosa accade solo sui social".

Io: "Sto scrivendo qualcosa da pubblicare subito: Posso inserire questi scambi tra noi?" Lei: "Certo, senza fare nomi, che può essere pericoloso".

Arrivato in Cile, la mattina di qualche anno fa, il 2016 forse? Prendo un taxi per l’albergo. Il tassista mi chiede se ho visitato l’America Latina, rispondo di sì, elenco i Paesi in cui sono stato: Argentina, Brasile, Colombia, Messico. Lui mi dice: “Il Cile è diverso, è come da voi la Svizzera”. Può voler dire tutto e niente. Chiedo come mai: “Grazie a Pinochet, che ha fatto del Cile un Paese uguale agli Stati Uniti”.

Lei: "Hanno appena anticipato il coprifuoco alle 19, quando la gente è tutta fuori per le proteste - passano i droni e gli elicotteri: È uscito nelle notizie?" Poi mi invia un’immagine, una fotografia di una strada piena di gente. Qui sono le 22:45, a Santiago sono le 16:45, in due ore e un quarto la gente si dovrebbe ritirare, che accadrà se non si ritira?

L’ombra del golpe, l’ombra di Pinochet si staglia di nuovo sopra la Moneda, la domanda è: Si è mai tolta? Questa volta il governo e i militari non sono in conflitto, dunque non c’è alcun bisogno di bombardarla. Sarà peggio? Sarà meglio?

Il 6 luglio 2014, Sébastien Monnier scriveva un articolo chiarificante sul Cile: Questo Paese è una truffa. Io non parlo dell’«altro Cile», dell’uno per cento dei più ricchi che vivono nei «quartieri alti», io parlo della stragrande maggioranza del Paese. In Cile il costo della vita è alto, vicino – se non superiore (specialmente per quanto riguarda educazione e sanità) – a quello dei Paesi sviluppati d’Europa. Ma il Cile non è un Paese sviluppato; è solamente un Paese cresciuto economicamente, dove il potere d’acquisto e la qualità della vita della maggioranza della popolazione sono sfasati rispetto ai prezzi. La gente vive in una tensione e in un’insicurezza finanziaria permanenti, in una condizione di indebitamento: che meravigliosa invenzione sono queste carte di credito revolving, come Cencosud, create per controllare una popolazione che è stata cresciuta nell’incitamento al consumo! Nei supermercati, il cittadino cileno cammina lentamente, come se fosse obbligato a farlo, curvo, addosso al carrello – come non vedere in questa immagine il simbolo di una forma di «repressione»? – prima di arrivare alla cassa per pagare a rate i suoi acquisti (traduzione di Claudia Tebaldi).

Rimettiamo insieme i pezzi: il Cile ha fatto finta per anni di avere “rimosso” la dittatura di Pinochet; nei retrobottega del potere e nella “narrazione popolare” invece Pinochet era solo stato un po’ troppo crudele, ma era necessario per far diventare il Cile un Paese ricco, come gli USA. Per questo i dittatori avevano invitato il liberista Milton Friedman a fare consulenza. Friedman suggeriva privatizzazioni di massa. Gran parte degli acquisti, a prezzi convenienti, furono fatti dalle compagnie nord-americane ed europee (il segno per l’Italia è l’incendio del palazzo Enel). I prezzi salgono: università, generi di prima necessità, sanità, biglietti dei trasporti. Ma la ricchezza del Cile è una truffa. Tutto questo all’ombra di dittatori militari che, dopo il ritorno della democrazia, son stati confermati nel loro ruolo o mandati in pensione con riguardo. Il dittatore Pinochet infatti è stato arrestato nel Regno Unito e processato per crimini contro l’umanità in Spagna solo nel 2002, pochi anni prima della morte avvenuta nel 2006. Oggi sappiamo che Pinochet è ancora là.

Io: "Qui sembra che sia una cosa tipo Gillet Gialli di Parigi, ma mia pare ben più grossa!"

Lei: "Ma certo, se i militari hanno il potere pubblico dal coprifuoco poi... Loro non sanno trattare con la gente, ci sono i video - se li trovo te li invio - dove sparano alla gente.

Si avvicinano le 19, le strade sono piene di gente, lei: "Sai Pietro, c’è un’atmosfera di unione e forza popolare così grande che fa paura all’autorità - è uno spettacolo di anziani, bambini, ragazzi, gente di tutti i posti per strada. Le autorità sono spaventate - la classe politica ha paura - maledetta destra figlia della dittatura".

Pietro Barbetta, direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia

Analisi di Pietro Barbetta, direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia

21 ottobre 2019

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