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'Mi hanno chiamato traditore. Sono in buona compagnia’: il viaggio politico di Amos Oz

cordoglio nel mondo per la morte dello scrittore israeliano

La notizia della scomparsa del grande romanziere Amos Oz ha fatto il giro del mondo, suscitando ovunque commozione e desiderio di capire di più della sua vicenda politica e umana. C'è chi l'ha descritto come un pacifista, chi come una "coscienza critica" di Israele. Noi abbiamo selezionato come sintesi del suo pensiero queste considerazioni di Ofer Aderet uscite su Haaretz del 30 dicembre 2018, due giorni dopo il decesso. Aderet traccia di Oz un ritratto quasi di profeta, e richiama al suo fervente sostegno alla soluzione dei due Stati per Israele e Palestina.

Amos Oz ammonì sui pericoli dell’occupazione già nel 1967, chiamando i coloni radicalizzati “neonazisti” e boicottando gli eventi delle ambasciate israeliane all’estero. Ma continuò a ripetere che amava Israele, ‘anche quando non lo sopportava’. Per oltre mezzo secolo, Oz ha cercato di convincere i politici e chiunque lo ascoltasse della saggezza delle sue opinioni. “Ho sempre avvertito una sorta di dovere pubblico, un bisogno di impegnarmi”, disse in un’intervista per il film Amos Oz: The Nature of Dreams. “Non sono ben sicuro di saper spiegare questo bisogno, ma è un senso di responsabilità pubblica e sociale che mi impone, visto che ho una penna e una lingua, di usarle per proporre il mio punto di vista”.

Alla sua morte, avvenuta venerdì 28 dicembre 2018 all’età di 79 anni, Oz ha lasciato dietro di sé una destra che lo vedeva come un guru arrogante della sinistra, e una sinistra che era infuriata con lui per avere mantenuto vivo un dialogo con la destra e non lo perdonava per avere detto che il Partito Laburista aveva concluso il proprio ruolo storico.

Nel 1967, subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, Oz fu tra i primi a lanciare un monito sui mali dell’occupazione e a mettere in guardia la società israeliana sui rischi del controllo prolungato esercitato sul popolo palestinese. “Perfino un’occupazione inevitabile è un’occupazione che corrompe, perfino un’occupazione illuminata e umana e democratica è sempre un’occupazione” scrisse Oz a 28 anni. Sono spaventato dal tipo di semi che pianteremo nel breve termine nei cuori degli occupati, e ancora di più da quelli che saranno piantati nei cuori degli occupanti”. In contrasto con le voci euforiche che si levavano allora, Oz diffuse un limpido messaggio politico di altro tipo: “Non abbiamo spazio per vivere sulla West Bank o sul Fiume Giordano, perché sono abitati da un popolo che vive sulla propria terra, anche se ora è una nazione nemica sconfitta in guerra”, scrisse.“Perfino i conquistatori più efficaci… dovettero sempre sedere "sulle spine e sugli scorpioni" (citazione dal testo biblico di Ezechiele) nei luoghi conquistati, fino a quando arrivò il tempo della loro cacciata”, aggiunse.

Oz comprendeva che l’occupazione sarebbe potuta protrarsi a lungo. “Dobbiamo dire a coloro che vivono nei territori occupati semplicemente e chiaramente: “Non bramiamo la vostra terra, non siamo venuti per convertirvi all’ebraismo. Staremo qui finché non ci sarà un accordo di pace. Per un anno, un decennio o una generazione... Ora siamo condannati a governare su persone che non ci vogliono. Siamo condannati e non abbiamo nulla da celebrare. Prima finisce l’occupazione e meglio è per noi”. Oz in quel frangente criticò pesantemente Naomi Shemer per avere incluso nella propria canzone “Yerushalayim shel Zahav” (“Gerusalemme d’oro”) le parole “la piazza del mercato è vuota”, quando di fatto era piena di arabi.

A.B. Yehoshua scrisse che Oz utilizzava due penne, una per la letteratura e l’altra per la politica e l’ideologia. Gli archivi dei giornali rivelano che egli adoperò quest’ultima penna in vari momenti, dalle lettere al Direttore di Haaretz a lunghe, ragionate colonne di opinione nel giornale, a discorsi ben strutturati che teneva presso manifestazioni ed eventi pubblici, come ad esempio i funerali dell’ex Presidente Shimon Peres. 

Oz crebbe in una famiglia di sostenitori di Herut, un precursore del Likud. Nei primi anni ’60 si oppose alla presa autoritaria del potere da parte di David Ben-Gurion, e negli anni ’70 fu un portavoce di Peace Now. Da adulto, si identificò con il Partito Laburista. Era vicino a Peres e Yitzhak Rabin, ma disse di non avere mai votato né per l’uno, né per l’altro. A partire dal 1967, egli si pronunciò in favore di un ritiro dai territori e nel 1993 fu tra i primi a esprimere approvazione per gli Accordi di Oslo. Un decennio più tardi, fu uno degli autori degli Accordi di Ginevra. Nel 1993, cambiò partito per sostenere il Meretz e più tardi fece parte, in una posizione da lui definita “irrealistica”, della rosa dei candidati di quest'ultimo partito per il Parlamento.

A volte Oz provocava, scegliendo intenzionalmente parole difficili per passaggi controversi. Ecco che cosa accadde nel 1989 quando partecipò a un raduno di Peace Now nella piazza Malkhei Yisrael di Tel Aviv (com’era chiamata prima dell’assassinio di Rabin nel 1995). Egli assalì i movimenti clandestini ebraici di destra e i sostenitori del Rabbino estremista Meir Khanana, chiamandoli “una piccola setta messianica ignorante e crudele che proviene da un punto oscuro dell’ebraismo che minaccia di distruggere tutto ciò che è caro e santo per noi, e costringerci a un folle rituale di scontro frontale”. I suoi critici videro la cosa come una condanna di tutti i coloni.

Nel 2010, Oz scrisse su Haaretz che “Hamas non era soltanto un’organizzazione criminale, era un’idea”, scatenando polemiche anche a sinistra. Disse che Hamas non si sarebbe mai potuto sconfiggere con la forza, perché nessuna idea si potrà mai vincere con la violenza, “non con l’assedio, non con i bombardamenti, e non con l’avanzare dei cingolati militari o con i commando navali. Per poter sconfiggere un’idea, bisogna suggerirne un’altra più attraente, più accettabile. La soluzione, disse, era di concordare la creazione di uno Stato palestinese entro i confine del 1967 con Gerusalemme est come capitale.

Nel 2014, chiamò la cosiddetta gioventù dei sobborghi alti della West Bank “neonazista”. “Volevamo essere un popolo come tutti gli altri, cercavamo uno Stato normale, che potesse tranquillamente avere anche i suoi ladri e le sue prostitute ebree – e ci sono anche gli ebrei neonazisti, la ciliegina sulla torta. Non c’è nulla al mondo che i neonazisti in Europa stanno facendo, che non venga fatto anche qui da questi gruppi”, disse Oz. E aggiunse che non poteva sentire parlare di “cartellini dei prezzi”, e ancora meno di “gioventù dei sobborghi alti” (il riferimento è ai giovani coloni estremisti che vandalizzavano le sedi di qualunque realtà fosse da loro accusata di compromessi con i palestinesi, che fossero chiese, teatri, sinagoghe, associazioni o altro, chiamando ciò un “prezzo da pagare” – NdT). “È giunta l’ora di guardare in faccia questa realtà mostruosa: il movimento dei price tag e i giovani coloni bene sono eufemismi per un mostro che dev’essere chiamato per quel che è: gruppi neonazisti ebrei”.

In una lettera a Haaretz dello stesso anno, in seguito a uno scontro fra i coloni e i soldati israeliani, Oz scrisse: “Il capo di stato maggiore, Luogotenente Generale Benny Gantz, dovrebbe visitare l’insediamento di Yitzhar oggi, sventolando una grande bandiera bianca. Mentre si trova lì, dovrebbe annunciare che sta ritirando tutte le truppe dell’IDF dall’insediamento – e forse da tutti gli insediamenti”.

Nel 2015, fu di nuovo criticato dalla destra quando disse a un editore che non era interessato a partecipare ad alcuni eventi in suo onore nelle ambasciate israeliane all’estero, “dopo la radicalizzazione della politica del governo di allora”, specificando che si trattava di una “protesta contro il governo e non contro il Paese”.

In un elzeviro apparso su Haaretz nel 2015, Oz domandò il riconoscimento dei limiti del potere, un tema su cui ritornò in diversi saggi nel corso degli anni. “Ora dirò qualcosa di controverso: almeno dai tempi della Guerra dei Sei Giorni del 1967, non abbiamo vinto nessuna guerra. Inclusa quella dello Yom Kippur nel 1973. Una guerra non è una partita di basket, nella quale la parte che segna più punti vince la coppa e viene onorata con festeggiamenti e strette di mano. In una guerra, anche se bruciassimo più carri armati del nemico, e abbattessimo più aerei di lui, e conquistassimo territorio nemico – ciò non significherebbe che abbiamo vinto. Il vincitore in una guerra è la parte che raggiunge i suoi obiettivi, e il perdente è colui che non li raggiungerà”. Poi proseguì: “Moltissimi, troppi israeliani, credono – o subiscono un lavaggio del cervello per farglielo credere – che se prendiamo un bastone molto grande e picchiamo gli arabi molto forte una sola volta, essi si spaventeranno e ci lasceranno stare per sempre e tutto andrà bene. Per quasi 100 anni, gli arabi non ci hanno lasciato stare, nonostante il nostro grande bastone”.

Un onesto divorzio

Oz non diresse la sua penna solo contro chi a destra era responsabile per la creazione degli insediamenti, ma anche contro la sinistra estrema, che a volte chiudeva gli occhi davanti alla realtà. “Ho detto che in contrasto con alcuni miei amici di sinistra che sono delle colombe, io non posso garantire che se lasciamo i territori con un trattato di pace, tutto andrà benissimo… alla sinistra buonista potrebbe anche non nuocere del tutto che io condivida con loro questi miei timori. Ci sono delle ragioni per avere paura. Una persona che ha paura, a torto o a ragione, non merita mai disprezzo o sfottò. Dobbiamo discutere l’idea della pace in cambio di terra non con la derisione o il disdegno, ma come persone che soppesano un rischio con un altro”, scrisse in quell’editoriale d’opinione del 2015.

Nel 2008, rompendo con molti dei suoi amici a sinistra, Oz sostenne le azioni dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza all’inizio dell’Operazione Piombo Fuso e ritenne Hamas responsabile per quello scontro, ma chiese con urgenza a Israele di cercare un accordo per il cessate il fuoco. Rifiutò anche qualunque “diritto al ritorno” dei palestinesi e affermò che non vedeva contraddizioni tra la sua posizione e il diritto dei palestinesi all’auto-determinazione. Oz rifiutava anche le idee della sinistra non sionista. “L’idea di uno stato binazionale di cui sentiamo parlare in questi giorni sia dalla sinistra estrema che dalla destra più umorale è, credo, una barzelletta triste. Dopo 100 anni di sangue, lacrime e disastri, è impossibile aspettarsi che israeliani e palestinesi saltino improvvisamente in un letto matrimoniale e inizino una luna di miele”, scrisse nello stesso articolo d’opinione su Haaretz del marzo 2015. “No, noi e i palestinesi non saremo in grado di diventare ‘una famiglia felice’ domani mattina. Abbiamo bisogno di un equo divorzio”, scrisse.

7 gennaio 2019

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