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Non dimentichiamoci della Siria

intervista a Lorenzo Cremonesi

Dopo cinque anni dall'inizio del conflitto, le violenze in Siria continuano con una brutalità sempre maggiore. Secondo le stime, le vittime sono oltre 220mila, e gli sfollati oltre 15 milioni. Abbiamo chiesto a Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, di descriverci la situazione nel Paese.
Per non dimenticare la guerra siriana, invitiamo a recarsi al Giardino dei Giusti di Milano e posare un fiore davanti agli alberi dedicati a Razan Zaitouneh e Ghayath Mattar, ricordando quanti si sono spesi e si spendono nella lotta per il Bene.

Nel suo articolo per il Corriere della Sera, lei ricorda che oggi in Siria è in corso una “guerra dimenticata”, durante la quale si continua a morire, nel silenzio della comunità internazionale. Qual è nel dettaglio la situazione nel Paese?

Nonostante sia un conflitto dimenticato, in Siria i massacri continuano e sono anzi addirittura peggiorati. Assad si sente sempre più accerchiato, e il regime si dimostra davvero sanguinario. Sono inoltre convinto che la brutalizzazione iniziale della repressione contro i ribelli abbia scatenato i meccanismi del Califfato, creando movimenti estremisti come Al Nusra e lo stesso Isis. 
Il regime sta utilizzando terribili metodi di combattimento, oggi ancora più di cinque anni fa. L’ultimo rapporto di Amnesty International pubblicato il 4 maggio denuncia ad esempio l’utilizzo dei “barili bomba”, ovvero ordigni artigianali terribili, enormi cilindri caricati di esplosivo e schegge di metallo per incrementare l’effetto mortale dell’esplosione, che vengono metodicamente lanciati dagli elicotteri sui quartieri residenziali delle grandi città dove operano le milizie ribelli. Secondo stime di Amnesty, nella città di Aleppo, per colpa di questi barili bomba, nel solo 2014 sarebbero morti oltre 3000 civili.

Oltre a questi barili bomba, Assad è ancora una volta accusato di utilizzare armi chimiche, nonostante l’intesa del 2013 che prevedeva la distruzione di tale arsenale. Il regime siriano ha quindi interrotto lo smantellamento?

La Siria ha parzialmente ottemperato agli accordi mediati dal dialogo tra Washington e Mosca per spostare e smantellare una cospicua parte dei suoi arsenali. Ricordo a tal proposito che nell’estate dell’anno scorso anche l’Italia fece parte di questa operazione, perché la nave che portò via le 1300 tonnellate di agenti chimici dalla Siria fece scalo nei nostri porti. Apparentemente, tuttavia, sembra che non tutte queste armi chimiche siano state smantellate, ma come denunciano diversi osservatori sul campo, sarebbero state usate, tradendo la promessa di due anni fa.

Quali sono le difficoltà che si incontrano nei negoziati per la crisi siriana, l’ultimo dei quali, a Ginevra, pare già arenato?

Le difficoltà, enormi, sono quelle di sempre. La prima è sicuramente la decisione del governo di restare in carica. Una delle richieste fondamentali dei ribelli, fin dall’inizio, era infatti che Assad lasciasse, e che al suo posto venisse incaricato un suo vice. Assad tuttavia rimane, e utilizza gli stessi strumenti brutali di prima.
Un altro ostacolo, direi altrettanto grave, è il permanere di enormi divisioni nel fronte dei ribelli. Questo è senza dubbio il risultato anche della politica di Assad, che ha mirato a dividerli e a spezzettarli in mille gruppi e movimenti. Comunque sia, resta la mancanza di una vera alternativa. Non c’è una dirigenza politica in grado di rappresentare tutte le forze ribelli sul campo, e questo si riflette sulle trattative di Ginevra, dove i “portavoce” in realtà portavoce non sono, e quindi non si riesce a negoziare con le vere controparti.

Secondo lei questo silenzio della comunità internazionale sulla Siria può essere visto come il sacrificio del rispetto dei diritti umani nel nome della realpolitik o della convenienza politica?

Il discorso è molto complesso. Innanzitutto, come dicevo, non abbiamo delle vere alternative. C’è stato un grande slancio di sostegno della democrazia con lo scoppio delle primavere arabe - che sono all’origine del caos attuale -, ma questa fede nella democrazia è scemata. Noi occidentali quindi non crediamo più in questi movimenti, e ci fa anzi più comodo un dittatore - c’è chi dice apertamente che era meglio tenere Gheddafi, o che Al Sisi in Egitto è preferibile al caos indotto dai Fratelli Musulmani. Si può parlare di una sorta di “fede nella restaurazione”: chiunque sia in grado di controllare il caos è meglio del caos stesso. Questo è il ragionamento che oggi domina nelle diplomazie europee occidentali e negli Stati Uniti.
Detto questo, manca l’attenzione sulla Siria. Attenzione che nasce dai media, ma ormai i giornalisti non possono più andare nel Paese, dove il rischio è ancora più grande che in Iraq. Lo Stato Islamico minaccia di decapitare i reporter occidentali, e l’unico modo per entrare in Siria è andarci con il regime. Ma con il regime devi essere gradito, come avveniva con Saddam Hussein. Ci sono quindi molte pressioni e difficoltà; manca ormai un racconto liberale, un atteggiamento che narri in modo indipendente quanto avviene in Siria. E questo naturalmente contribuisce a rallentare l’attenzione politica: se non c’è dibattito sui media, i politici dei vari Paesi hanno altro a cui pensare. Purtroppo non si capisce che all’inizio della catena - anche dei grossi problemi con l’immigrazione - vi sia proprio la non stabilità di questi Stati. Chi scappa da quel mondo non scapperebbe se ci fossero delle situazioni più controllate e meno violente nei loro Paesi di origine.
Come Europa dovremmo quindi cercare di trovare delle soluzioni politiche, cosa che purtroppo facciamo molto poco.

Lo scorso 6 marzo, al Giardino dei Giusti di Milano, abbiamo dedicato un albero a due attivisti siriani, Razan Zaitouneh e Ghayath Mattar. Per non dimenticare la guerra in Siria, ci piacerebbe invitare i cittadini a posare un fiore davanti a questi alberi, la cui funzione è proprio continuare a ricordare quanti si sono spesi e si spendono nella lotta per il Bene. Iniziative come queste, che partono dalla società civile, possono essere utili?

Assolutamente sì. Servono a riaccendere l’attenzione delle persone. Razan è un personaggio incredibile che va raccontato, ricordato e sottolineato continuamente. Queste iniziative quindi sono importantissime, perché l’attenzione nasce dalla società civile, e tale società civile deve essere interessata non solo per difendersi, ma per capire e quindi per intervenire.

Martina Landi, Redazione Gariwo

11 maggio 2015

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