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Piazza Tahrir vista da Antonio Ferrari

intervista all'editorialista del Corriere della Sera

L'Egitto in queste ore è teatro di molti cambiamenti. Il Comitato Foresta dei Giusti ha intervistato l'editorialista del Corriere della Sera Antonio Ferrari.

Qual è il futuro del Paese? È possibile azzardare una previsione?

"Non essendo io un indovino ho molte difficoltà a dare una risposta compiuta. Bisogna vedere che cosa accadrà oggi, questa sarà una giornata campale, e come si muoveranno le forze in campo, se il pugnace Mubarak riuscirà ancora a resistere contro la piazza e contro le pressioni operate soprattutto dagli Usa, soltanto con il sostegno dei suoi collaboratori più stretti e con l’aiuto fermo da parte di Israele".

Può tracciare un ritratto di Mubarak, questo dittatore che ha tenuto in scacco il Paese per tanto tempo?

"Io in questo momento avrei difficoltà a chiamarlo dittatore. Dal punto di vista formale è un dittatore: non ha tollerato di creare un sistema politico armonico non consentendo agli oppositori di formare un partito, come è il caso dei Fratelli Musulmani, incarcerava gli avversari e anche i sospettati di legami con l'estremismo islamico che ha sempre combattuto, voleva quasi imporre come suo successore il figlio creando un'altra "repubblica ereditaria". Questo è un ossimoro ampiamente utilizzato in molti Paesi. È chiaro che da questo punto di vista un uomo che non riconosce le libertà fondamentali e non riconosce tutti i diritti umani deve essere considerato un dittatore formalmente.
Ma sostanzialmente il discorso è lievemente diverso perché Mubarak quando salì al potere si trovò di fronte un Paese in grande difficoltà, che aveva fatto la pace con Israele grazie al coraggio del suo predecessore Mohammed Anwar El-Sadat, ucciso durante una parata militare. Mubarak trovò un Egitto estremamente lacerato perché la pace è stata voluta dai vertici dello Stato ma non era ancora stata metabolizzata dalla base e forse ancora oggi non è accettata, nonostante Mubarak abbia tentato per 30 anni di ricordare alla popolazione che quella pace offriva grandi opportunità. Non dimentichiamo che Mubarak era il capofila dei leader arabi moderati della regione e non soltanto ha consolidato fin dove ha potuto la pace con Israele ma si è battuto per favorire una riconciliazione tra i palestinesi laici di Fatah e quelli estremisti di Hamas e cercando di promuovere con tutti i passi che sono stati compiuti - purtroppo passi sterili - quel processo di pace per giungere alla stabilizzazione della regione. Visto che si ha di fronte questa immagine bifronte di Mubarak credo sia improprio e ingiusto liquidarlo come dittatore. Ci sono personaggi più riprovevoli rispetto a Mubarak. È chiaro che chi sta dalla parte della democrazia come noi non sopporta certi eccessi però va detto che si deve anche a questo leader se l’Egitto si è salvato da derive pericolose, un leader che proveniva dall’apparato militare e che è stato un punto saldo di quella stabilizzazione che ha evitato non tanto piccole guerre regionali - che ci sono state - ma un conflitto di portata ben più ampia. Bisogna riconoscere questo a Mubarak".

Quale sarà il futuro dell’Egitto dopo Mubarak? C'è la possibilità che i Fratelli musulmani vadano al potere?

"Io credo che questo sia praticamente impossibile non solo per ragioni interne ma per ragioni di carattere internazionale. Con la sua immagine grigia e il suo carattere di prudente tessitore anche dello status quo Mubarak ha rappresentato quella che potrebbe l’immagine del nuovo leader essere anche nel futuro. È possibile che nella fase di transizione il leader sia Omar Suleiman l’ex capo dell’intelligence egiziana e oggi vicepresidente, eletto proprio in questo mese dallo stesso Mubarak che aveva lasciato vacante la carica per trent’anni. Ci sono altre forze, io non credo molto nei Fratelli Musulmani, se diventeranno un partito politico come stanno già facendo possono contare su un sostegno del 20-25% della popolazione. Forse possono crescere ancora di più perché hanno contribuito a creare quella rete di aiuti sociali fondamentale in un Paese povero come l’Egitto. Il regime si è servito di loro per questo lasciandoli poi ai margini perché temeva le fondamenta di questo movimento fondato da Hassan al Banna negli anni Venti che in fondo aveva una visione molto massimalista, che oggi forse è stata un po’ attenuata, che chiedeva di trasformare l’Egitto in uno Stato confessionale con la legge della Sharia, dando alla religione una fortissima caratterizzazione politica.
È vero che i Fratelli musulmani potranno sfruttare l’indebolimento se non proprio la caduta del regime di Mubarak/Suleiman ma è altrettanto vero che dovrebbero ottenere il consenso in un Paese che ha anche importanti radici laiche e quindi io non se i Fratelli musulmani possano essere la forza politica dominante, io francamente non lo credo possibile. Negli anni dei regimi comunisti dell’Unione in Italia si è parlato del “Fattore K” per spiegare le ragioni internazionali per cui il Partito comunista non poteva arrivare al potere. In questo caso deve valere il “Fattore I”, un islam estremista porterebbe a una destabilizzazione progressiva e strisciante del Paese, cosa che non sarebbe accettata a livello internazionale".

Qual è il ruolo delle forze armate?

"Le forze armate che hanno ancora un ruolo preponderante - sono state scelte dai rivoltosi come il loro scudo protettivo. Io non so quanto sia sano e valido affidarsi totalmente alle stellette, ai carri armati e ai soldati perà oggi questa è l’unica forza organizzata che può garantire la stabilità del Paese ma che potrebbe anche spingersi verso delle derive. Queste derive in qualche misura si colgono perché sia Mubarak che Suleiman provengono da quel settore militar-poliziesco che ha gestito il potere negli ultimi 50 anni. Se le forze armate - come sono convinto - manterranno un ruolo fondamentale nel paese avranno il sostegno di gran parte di coloro che stanno cercando di liberarsi di Mubarak, almeno in una prima fase. È necessaria un’assoluta prudenza nel dire che ci sarà più democrazia".

Chi sono le figure che si sono opposte al regime di Mubarak? Ci può fare qualche nome?

"Più che fare nomi dei leader Fratelli musulmani che, come ripeto, non saranno i personaggi chiave del futuro dell’Egitto io farei due nomi di due persone che non sono giovani che però rappresentano l’altra faccia del potere. Di una parte le forze armate che per tradizione hanno sempre avuto un ruolo centrale dopo la caduta della monarchia di Faruk ma dall’altra parte sono due liberali, progressisti. Uno è sicuramente Mohamed ElBaradei, l’ex direttore dell’Agenzia atomica con base Vienna, Premio Nobel per la Pace che ha cercato di opporsi alla guerra all’Iraq nonostante l’ostinazione di Bush. ElBaradei ha costruito la sua carriera fuori dal Paese, è un po’ più lontano da quelle che sono le tensioni interne della società egiziana anche se le sue posizioni oggi lo hanno portato ad essere la bandiera dell’opposizione al regime di Mubarak. C’è anche un altro personaggio liberale, progressista e uomo di mondo come il Segretario generale della Lega araba Amr Moussa quasi coetaneo di El Baradei, che in Egitto ha avuto un ruolo importantissimo prima di ricoprire quello attuale: è stato infatti Ministro degli Esteri, alcuni sostengono che fosse talmente popolare come Ministro degli Esteri ma non appartenente all’apparato militare come ElBaradei da creare gelosie all’interno del vertice del regime anche da parte del Presidente Mubarak. Mubarak lo aveva fatto promuovere a segretario generale della lega araba proprio perché stava diventando troppo ingombrante in quanto il leader voleva già indirizzare verso la presidenza il figlio. Amr Moussa può essere più importante persino più di ElBaradei, bandiera dell’opposizione. Mentre ElBaradei potrebbe raccogliere il consenso delle forze più estreme, anche dei Fratelli musulmani, Amr Moussa potrebbe ottenere l’approvazione di quel centro più rassicurante essendo lui stesso un personaggio più rassicurante del Premio Nobel. Amr Moussa conosce molto bene la società egiziana. ne conosce ogni angolo e quindi potrebbe essere l’alfiere di una proposta politica che preveda il cambiare senza distruggere".


Che ruolo hanno avuto i social network in questa rivoluzione?

"Assolutamente fondamentale per tre ragioni. Un detonatore della rivoluzione è stato sicuramente la povertà. L’Egitto viene portato a esempio per la crescita, per il Prodotto interno lordo ma tutti questi dati spesso non riflettono la realtà della piazza, con tanti giovani. L’Egitto è un Paese due volte più giovane dell’Italia: se è vero che la nostra età media è attorno ai 46 anni quella egiziana non credo che arrivi nemmeno ai 24. In Egitto le speranze di un lavoro e di un futuro dopo gli anni post coloniali e anche del nazionalismo che aveva promosso le forze laiche del Paese ma in qualche misura con un sistema simile a quello sovietico aveva garantito un salario minimo a tutti, con la maggiore liberalizzazione questo stipendio non è stato più assicurato: abbiamo una massa di disoccupati enorme, soprattutto disoccupati giovani. Per la prima volta questi arabi che sembravano trasparenti, non visibili, cominciano a entrare in un network molto più grande, a confrontarsi con i loro fratelli tunisini, con quelli algerini, con quelli siriani, e in fondo attraverso il web si rendono conto che sono molto più forti e determinati di quanto si sentissero prima della diffusione di internet. Se ci sono state le manifestazioni di piazza e questo grande raduno a piazza Tahir, simbolo della rivolta egiziana, lo si deve soprattutto a internet.

Che cosa troviamo sui siti web egiziani?

"Sui siti e sui blog si respira uno strano sincretismo: ci sono le proteste contro il regime, c’è il video del ragazzo ucciso ad Alessandria mentre mostra il petto, le riprese del Gran premio del Bahrain, siti con barzellette divertenti, le canzoni che vanno di moda, le diverse anime di una società. Questo sincretismo è lo spirito che sintetizza gli umori della piazza. Questo è molto bello ma per produrre un movimento politico credibile e forte per poter cambiare rapidamente l’Egitto e trasformarlo in una democrazia ci vuole altro. Io credo poi che trasformare rapidamente un Paese che è stato sottoposto per decenni a un regime in una democrazia sia non soltanto difficile ma persino rischioso molto meglio dare tempo al tempo e lasciare che la situazione maturi. Io sono fermamente convinto che la democrazia non si esporta: si possono esportare i diritti umani e attraverso il rispetto dei diritti umani si possono consolidare quelle basi che in un futuro e in maniera autonoma porteranno alla democrazia".

11 febbraio 2011

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