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Quando le spie entrano illegalmente nel giornalismo

di Scott Shane

L'etichetta "riservato" spesso fa credere che una notizia sia automaticamente vera

L'etichetta "riservato" spesso fa credere che una notizia sia automaticamente vera Alex Merto

Presentiamo di seguito la traduzione dell’articolo a firma Scott Shane apparso sul New York Times del 12 maggio 2018, a proposito del ruolo dello spionaggio, soprattutto russo, nel fenomeno delle “fake news”, le notizie diffamatorie diffuse su esponenti politici e altri personaggi pubblici che osano sfidare Trump e altri leader che, secondo recenti inchieste, godono dell’appoggio di Mosca.

WASHINGTON — Per decenni, coloro che trasmettevano informazioni riservate alla stampa erano una vasta tipologia di persone che comprendeva molti elementi: l’impiegato governativo infuriato con il malaffare, l’ideologo che spingeva per fare affermare una data linea, il politico impegnato a far fuori un avversario. Negli ultimi anni, la tecnologia ha aiutato le suddette talpe ad agire su grande scala: Chelsea Manning e i cablogrammi riservati di WikiLeaks, Edward Snowden e la sottrazione dell’archivio della National Security Agency, e la fonte ancora anonima dei Panama Papers.

Ora però questa specie di fonti vanta una nuova tipologia di informatori su vasta scala, molto più aggressivi e meglio finanziati: i servizi di intelligence degli Stati nazionali, che entrano illegalmente negli archivi e utilizzano un proxy per renderli pubblici. Ciò che l’intelligence russa ha fatto con un successo scioccante ai Democratici americani nel 2016 promette di diventare certamente uno strumento normale di spionaggio in tutto il mondo.

Nel 2014, la Corea del Nord, furente per un film, è entrata illegalmente nella Sony e ha diffuso migliaia di e-mail interne. Da allora, la Russia ha utilizzato il metodo di accesso illegale e conseguente divulgazione in molti Paesi europei. Gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, rivali nel Golfo Persico, si accusano reciprocamente di rappresaglie hacker e sabotaggi. Altri servizi segreti sono sospettati di ulteriori rivelazioni, ma le spie hanno una capacità tutta particolare di nascondere le tracce.

“È chiaro che gli Stati nazione stanno guardando a questi hackeraggi di massa e cercando di valutare la loro riuscita”, dichiara Matt Tait, esperto di cyber sicurezza all’Università del Texas che in precedenza ha lavorato agli Government Communications Headquarters, l’equivalente britannico della National Security Agency.

Che cosa significa questo per il giornalismo? Secondo le vecchie regole, se gli organi di stampa ottengono informazioni che giudicano sia autentiche che buone per fare notizia, dovrebbero proporle. Tuttavia queste convenzioni possono esporre i reporter all’interessamento delle agenzie di spionaggio, che così arrivano a manipolare ciò che viene pubblicato e quando, con un pericolo ulteriore: un archivio di materiale autentico può essere poi pubblicato con un corredo di bugie e falsificazioni.

Questo dilemma viene sollevato con grande forza emotiva dalla mia collega Amy Chozick nel suo nuovo libro sulla sua attività giornalistica al seguito di Hillary Clinton. Amy racconta di aver letto una storia del New York Times sull’hackeraggio russo ai danni dei democratici, che diceva che il Times e altri media, pubblicando storie basate sul materiale filtrato illegalmente, sono diventati “de facto uno strumento dei servizi segreti russi”. Lei si è sentita malissimo, scrive, perché pensava di essere colpevole di questo comportamento che veniva riferito.

Altri si sono affrettati a rassicurare la signora Chozick che lei e centinaia di altri reporter che hanno trattato delle e-mail trasmesse illegalmente stavano semplicemente compiendo il proprio lavoro. “La questione principale che un giornalista deve porsi è se le informazioni sono vere e a tema”, ha scritto Jack Shafer, l’analista dei media di Politico, “e certamente non se farebbero felice Mosca”.

Io sono il giornalista che ha scritto la frase che ha causato questa crisi alla dott.ssa Chozick, e non trovo né il mea culpa, né la difesa delle vecchie regole del signor Shafer completamente soddisfacenti. Per i reporter, tenere per sé informazioni valide è un anatema, ma in un mondo in cui i servizi di intelligence stranieri trafugano le informazioni e creano false notizie, ai giornalisti spetta prestare la massima attenzione ed esercitare la massima trasparenza.

Per la maggior parte, le storie del 2016 basate sulle e-mail dei Democratici hackerate hanno rivelato cose vere e importanti, compresa l’ostilità della leadership del partito nei confronti della campagna di Bernie Sanders e i testi delle conversazioni private della signora Clinton, che lei si era rifiutata di divulgare.

Il problema è stato che gli hacker russi hanno scelto di non divulgare agli elettori americani lo stesso materiale interno prodotto nella campagna di Trump. Questa disfunzione dell’attività giornalistica è stata decisa a Mosca. Contando sul fatto che i reporter americani avrebbero seguito le loro regole abituali, il Cremlino ha hackerato il giornalismo americano.

Tuttavia questa triste esperienza non sembra suggerire che vi siano rimedi facili. Jack Goldsmith, ex ufficiale del Dipartimento della Giustizia ora ad Harvard, che ha dedicato molte pubblicazioni al tema del giornalismo, pensa che i giornalisti trovino difficile trattenere materiale autentico e interessante, solo perché pensano o sospettano che la fonte sia un servizio di intelligence straniero.

“Che la fonte siano i russi o un addetto della campagna di Hillary Clinton deluso non dovrebbe contare”, sostiene. “Escluderete i russi? E che cosa dire allora dei brasiliani? E degli israeliani? Non penso che sia sostenibile operare queste distinzioni”.

Tuttavia David Pozen, un professore di Diritto alla Columbia che ha condotto uno studio di primaria importanza sull fughe di notizie della stampa americana, ha dichiarato che l’accesso illegale alle informazioni con susseguente divulgazione ha cambiato le regole del gioco permettendo ai governi stranieri di raccogliere informazioni confidenziali tutte in blocco dalle istituzioni americane.

“Diciamo che i servizi segreti russi ogni lunedì inviano al New York Times un pacchetto di grandi rivelazioni sui politici USA”, ha dichiarato Pozen. “Il Times le pubblicherebbe?”

Pubblicare le notizie hackerate fornite da spie straniere “legittima e incentiva l’hackeraggio”, dichiara ancora lo studioso. “Io penso che questo renda la valutazione etica molto più complessa per i giornalisti”. Quando gli hanno chiesto se avesse in mente alcune linee guida da seguire, Pozen ha detto: “Non penso di avere grandi risposte”.

È abbastanza insidioso quando i documenti oggetto di fuga sono autentici. Tuttavia i russi nel 2016 hanno sperimentato una tattica ancora più allarmante: alterare i documenti autentici e fabbricarne altri, poi pubblicarli assieme al materiale autentico fatto filtrare illegalmente.

Per rendere attraente una relazione dell’opposizione democratica a Trump, gli agenti operativi russi hanno aggiunto un timbro “Confidential” alla copertina prima di farlo girare. Mentre diffondevano docuemnti veri fatti filtrare illegalmente dalla Bradley Foundation, con sede nel Milwaukee, i russi hanno aggiunto una lettera falsa che indicava che la fondazione aveva effettuato una donazione illegale di 150 milioni di dollari alla campagna della Clinton.

Per fortuna, il falsario era ignorante di politica americana: la Bradley Foundation è un gruppo conservatore che non avrebbe alcun interesse a sostenere un democratico, nemmeno se ciò fosse legale. “Era una mossa semplicemente folle”, ha dichiarato Rick Graber, il presidente della fondazione.

Più insidioso è stato un episodio occorso l’anno passato nel quale gli hacker, che probabilmente operavano a favore dell’intelligence russa o ucraina, hanno diffuso migliaia di messaggi di testo personali di una figlia di Paul Manafort, l’ex manager della campagna di Trump. I testi sembravano autentici, e allegato a uno di essi c’era una lettera di ricatto indirizzata a Manafort, secondo le accuse da un eminente giornalista e parlamentare ucraino, Serhiy A. Leshchenko.

Leshchenko insistette che la lettera era un falso e condivise con il New York Times dettagli tecnici che tendevano a confermare fortemente questa conclusione, ma questo presunto tentativo di estorsione è stato riportato dalla stampa negli Stati Uniti, in Ucraina e in Russia, compromettendo la sua reputazione.

In futuro, le fake news potrebbero essere anche molto più difficili da smontare, compresi i cosiddetti “falsi profondi”, ovvero clip audio e video di politici che dicono o fanno cose che in realtà non hanno mai detto né fatto. I servizi segreti saranno senza dubbio i primi a impadronirsi di questi trucchi.

Nel mezzo di queste possibilità diaboliche, i giornalisti dovranno procedere con cautela. Possono rivolgersi a studi forensi per testare l’autenticità e tracciare le fonti del materiale diffuse illegalmente. Possono includere, in cima a ogni storia, una discussione sulla possibile fonte del materiale e sulle motivazioni probabili delle fonti. Se una fuga di notizie sembra fatta apposta per mandare in tilt un'elezione, possono notarlo pubblicamente, e riportare in modo aggressivo in senso opposto per minimizzare lo squilibrio.

Nonostante i rischi, l’imperativo è pubblicare degli scoop che probabilmente prevarranno. Lungi dal diffidare delle notizie che filtrano illegalmente, la maggior parte dei media sta chiamando questo genere di notizie come mai prima.

Negli ultimi anni, il Times e molti altri media hanno aggiunto alle loro pagine web una sorta di “sipario sorvegliato” che offre alle gole profonde l’anonimato totale. Questa potrebbe essere una sicura attrattiva per una gola profonda inserita all’interno delle istituzioni americane, ma potrebbe anche proteggere un hacker basato a Mosca o a Pechino. Il reporter potrebbe non riuscire mai a dominare il meccanismo.

Scott Shane, giornalista esperto in analisi dei media

23 maggio 2018

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