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Rohingya, ci sono tutte le avvisaglie di un genocidio

secondo i parametri internazionali

Giovanissimi rifugiati Rohingya

Giovanissimi rifugiati Rohingya Adam Dean per il New York Times

Il New York Times ha una rubrica, The Interpreter, in cui cerca di analizzare le situazioni di crisi più scottanti del momento. Ultimamente una dei due co-autori della rubrica, Amanda Taub, ha parlato dei Rohingya, la minoranza perseguitata in nome di un frainteso senso dell'autodeterminazione nazionale del Myanmar.

La crisi dei Rohingya nel Myanmar, che l'Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito "un caso da manuale di pulizia etnica", evidenzia un problema che il mondo non sa ancora come risolvere - e che, qualora giungesse al suo estremo, potrebbe aggiungersi alle peggiori atrocità planetarie.

L'autodeterminazione nazionale, l'idea che una nazione debba avere il diritto di scegliere liberamente il proprio status politico, è un pilastro del sistema internazionale stabilito formalmente all'articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite. Esso afferma che il fine dell'autodeterminazione è di "sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli”. Tuttavia gli studiosi riconoscono da tempo che c'è un problema intrinseco nell'autodeterminazione, che può trasformarla in un nemico proprio della libertà che era stata progettata di proteggere

L'autodeterminazione non significa soltanto definire ciò che è una nazione, ma anche chi vi appartiene e chi è invece un outsider. In tempi di sommovimenti politici infatti, quando l'identità nazionale viene posta sotto pressione e diversi gruppi competono rivendicando l'autodeterminazione, tali definizioni possono incitare alle violenze di massa e perfino al genocidio contro coloro che sono giudicati estranei.

Che cos'è una nazione?

Definire uno "Stato" è abbastanza facile - un luogo con confini, un territorio e un governo sovrano. Ma una "nazione" è un concetto più sfuggente - un gruppo di persone legate insieme da qualche caratteristica comune, che può coincidere precisamente o meno con i confini dello Stato. Questo è il punto dove le cose diventano complesse.

La maggior parte dei Paesi ha un gruppo etnico o religioso maggioritario i cui costumi, cultura e religione dominano la vita pubblica, ma le definizioni etniche o religiose della "nazione", quando si traducono in priorità politiche, mettono i cittadini appartenenti alle minoranze in condizione di svantaggio. Se il gruppo maggioritario ottiene l'autodeterminazione, lo Stato che ne risulta non sarà progettato per rappresentare le minoranze, anche se in teoria esse sono dotate della cittadinanza piena.

Quel tipo di definizione può anche creare stress per il gruppo maggioritario. Kate Cronin-Furman, professore associato al Belfer Center for Science and International Affairs della Kennedy School of Government di Harvard che studia le atrocità di massa, ha affermato che quando le nazioni si definiscono intorno a un gruppo etnico maggioritario, questo può portare a un senso di accerchiamento, una credenza che lo status di gruppo maggioritario necessiti di protezione, perché se si riduce numericamente, anche le pretese del gruppo potrebbero essere ridimensionate.

In Sri Lanka, per esempio, la maggioranza singalese ha definito la nazione come singalese e buddhista. Ne consegue, afferma Cronin-Furman, che la retorica politica singalese si consuma nell'idea che ogni espansione dei diritti dei cittadini non singalesi sia una minaccia per la natura dello Stato.

Il nazionalismo civico, che si basa sulla cittadinanza e su convincimenti politici condivisi invece che sull'appartenenza etnica, è più inclusivo. Ma questa stessa inclusività può rendere complesso il compito di creare un senso di identità nazionale forte e coesivo. Quando questo accade, focalizzarsi sugli outsider - identificare chi non fa parte della nazione invece di chi ne fa parte - può sembrare una scorciatoia efficace.

I ricercatori di Psicologia politica hanno scoperto da tempo che quando i leader additano gli outsider come diversi e minacciosi, questo può rafforzare il senso di identità e la coesione di gruppo degli insider, ma può anche abbandonare le minoranze al rischio di discriminazione o perfino di subire violenze.

In Europa oggi, per esempio, i politici raramente affermano che la loro identità nazionale dovrebbe essere esplicitamente bianca e cristiana, ma gli avvertimenti sull'impatto dell'immigrazione musulmana, sui burqua e sui minareti delle moschee stanno diventando, anche per molti politici moderati, un modo di classificare i musulmani come estranei.

Altri gruppi in Europa hanno sofferto di esclusione per molto più tempo. I rom sono stati a lungo trattati come perenni stranieri. Indipendentemente dalla loro cittadinanza legale, sono visti come nomadi che non fanno parte dell'identità civica o della cultura delle nazioni. Ciò ha portato a un pregiudizio radicato e a discriminazioni che regolarmente sfociano nella violenza.

E gli ebrei, particolarmente prima della Seconda guerra mondiale sono trattati anch'essi spesso come perenni stranieri che non fanno veramente parte della nazione.

Chi è dentro e chi fuori

In tempi in cui lo Stato è messo sotto pressione da fattori quali le guerre, cambiamenti politici di primaria importanza o collassi economici, la competizione per chi ha diritto all'autodeterminazione nazionale può scatenare la violenza estrema.

Stefan Wolff, uno scienziato politico dell'Università di Birmingham in Inghilterra che studia i conflitti etnici, ha scoperto che molti dei conflitti peggiori nel mondo sono scoppiati quando i confini etnici non coincidevano con quelli politici. “Dal Kosovo alla Slesia,” dichiarava in un articolo del 2004, “le rivendicazioni concorrenti dei diversi gruppi etnici all'autodeterminazione sono stati le cause principali di conflitti entro e tra i confini degli Stati”.

Quando questi ultimi collassano o i confini scompaiono, ha scoperto lo studioso, questo crea un'opportunità per i gruppi di far valere le proprie rivendicazioni di autodeterminazione. E quando più gruppi rivendicano il riconoscimento della autodeterminazione nazionale nello stesso territorio, la "pulizia etnica" può iniziare ad appaire una soluzione crudele ma efficace, un modo di ottenere una ridefinizione dei confini geografici o politici, espellendo membri dei gruppi concorrenti.

Quando l'ex Jugoslavia è collassata, per esempio, le forze serbo bosniache commisero atrocità contro i bosniaci e i croati come parte del loro sforzo per stabilire una repubblica serba.

I Rohingya: stranieri condannati

In Myanmar, i Rohingya sono stati a lungo demonizzati come estranei nel loro stesso Paese. Sono presenti nel Myanmar dal 12° secolo, secondo Human Rights Watch, ma escluderli dalla nazione e più avanti dalla cittadinanza legale è da tempo un mezzo politico, parte del processo di definizione della nazione, che risulta escludente rispetto ad alcuni gruppi. 

Dopo la fine del dominio inglese sul Myanmar - allora chiamato Birmania - nel 1948, il nuovo governo sostenne che i Rohingya erano migranti illegali dall'India amministrata dalla Gran Bretagna, e non veramente parte della nazione. Una legge sulla cittadinanza del 1982 effettivamente privò molti Rohingya della cittadinanza, condannandoli a essere stranieri nel loro stesso Paese.

Nel 2015, il governo privò dei diritti i Rohingya in massa, evitando che centinaia di migliaia di persone votassero alle elezioni nazionali e, negli anni recenti, i politici, compresa la leader democraticamente eletta Aung San Suu Kyi, hanno dato per scontato che essi siano terroristi che minacciano la nazione.

Oggi, i politici civili e militari si contendono il controllo del Paese mentre esso procede verso la democrazia. Rivendicare l'identità nazionale è una maniera di rivendicare il potere e, ancora una volta, questo ha avuto conseguenze tragiche per i Rohingya.

In un post di Facebook pubblicato domenica scorsa, il Ministro Generale Aung Hlaing, l'attuale capo delle forze armate, ha cercato di giustificare gli attacchi dell'esercito contro i Rohingya affermando che "non c'è mai stata un'etnia in Myanmar", e rivendicando che le violenze di massa che hanno causato lo sfollamento di così tante persone erano "un attentato organizzato dai bengalesi dello Stato di Rakhine”.

Gli osservatori indipendenti rivelano che l'esercito ha bruciato numerosi villaggi Rohingya e preso di mira i civili Rohingya nel corso di una campagna di stupri e massacri.

L'autodeterminazione nazionale non è una licenza per attaccare le minoranze, ma sostenendo questo diritto, la comunità internazionale, per quanto involontariamente, può apparentemente avere offerto un incentivo almeno implicito per la catastrofe che ora si sta verificando nel Myanmar.

22 settembre 2017

Genocidi e crimini contro l'Umanità

la negazione del valore dell'individuo

La prima definizione giuridica in materia di persecuzioni di massa risale al 1915 e riguarda il massacro delle popolazioni armene da parte dei turchi, cui seguono i processi delle Corti marziali a carico dei responsabili. Nel Trattato di Sèvres del 1920 le Grandi Potenze usano i termini di crimini contro la civilizzazione e crimini di lesa umanità.
Al termine della seconda guerra mondiale, di fronte alla tragedia della Shoah, il Tribunale Militare del processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti stabilisce, in apertura, i crimini per i quali la Corte ha competenza...
Il 9 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva all’unanimità la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, considerato il più grave crimine contro l'Umanità.

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