Gariwo: la foresta dei Giusti

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"Siamo ciò che postiamo?"

iniziative in Rete contro pregiudizi e ostilità

I tweet di Donald Trump sono ormai popolarissimi, nel bene, ma anche nel male: molte volte il Presidente americano e i suoi sostenitori usano Twitter con il chiaro scopo di denigrare gli avversari o semplici membri di minoranze. Ci sono poi milioni di post di gente comune che stanno diventando sempre più aggressivi e distruttivi. 

Alcuni osservatori pensano che il linguaggio d'odio in Rete aumenti perché  di fronte all'incertezza della nostra epoca le persone cercano di isolarsi, di restringere la propria cerchia anche di amicizie virtuali e il proprio raggio di informazione e azione politica. Verrebbe così meno l'attitudine al confronto, che invece sarebbe una delle caratteristiche più importanti della democrazia. Se poi la diffidenza verso chi non condivide le proprie idee è opportunamente manipolata dalla politica, può scattare il vero e proprio odio. 

In base a questa convinzione è stata creata per esempio l'app Escape your bubble, che permetterebbe agli utenti di Facebook di sfuggire alla selezione delle notizie effettuata dal network automaticamente in base ai propri gusti dichiarati al momento dell'iscrizione o espressi nei post, ricevendo anche i post e i messaggi che normalmente popolano le bacheche di persone che hanno opinioni diverse dalle loro, con una possibilità in più di provare a mettersi nei panni di chi la pensa diversamente.

Saremmo intolleranti perché "rinchiusi nella nostra bolla". Oppure lo saremmo perché giovani? E, a seconda dei punti di vista, naturalmente impulsivi.. o gravati dalle incognite della precarietà e da modelli incerti e a volte perfino dubbi? A Trieste, il 17 e 18 febbraio 2017, si è riunito un panel formato da giovani esperti di social media (con anche qualche sottosegretario del governo Gentiloni) per lanciare un Manifesto contro il linguaggio d'odio in Rete. L'iniziativa si chiama ParoleO-Stili, e fa luce su come ci esprimiamo nella nostra vita virtuale.

I punti del Manifesto, una sorta di decalogo stilato al termine della manifestazione, sono i seguenti: 

1. Virtuale è reale Dico o scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.

2. Si è ciò che si comunica Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.


3. Le parole danno forma al pensiero Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.


4.Prima di parlare bisogna ascoltare Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.


5. Le parole sono un ponte Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.


6.Le parole hanno conseguenze So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.

7. Condividere è una responsabilità Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.


8. Le idee si possono discutere, le persone si devono rispettare Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.


9. Gli insulti non sono argomenti Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.

10. Anche il silenzio comunica Quando la scelta migliore è tacere, taccio

Alcuni di questi punti lasciano adito a più interpretazioni e anche a qualche critica. Com'è giusto, visto che si tratta proprio del diritto di criticare senza ledere i diritti altrui. Probabilmente sarebbe un fatto positivo se si cominciasse per esempio a commentare iniziative come queste senza litigare. 

Per esempio. si potrebbe arrivare a sostenere la necessità di punire i blogger "politicamente scorretti"? Oppure: siamo sicuri che tutto ciò che diciamo esprime ciò che noi siamo? Sicuramente una persona perde molta della sua credibilità se, fuori o dentro la Rete, diffonde messaggi antisemiti o carichi d'odio; ma se di un messaggio più difficile da esprimere in un post avesse sbagliato la forma, invece di essere proprio un convinto assertore di contenuti negativi? Se la rabbia o anche solo la foga gli avesse preso la mano? E molto altro si potrebbe osservare. 

Purtroppo iniziative come Parole O-stili sono note e commentate per lo più da pochi blogger. Sarebbe importante che il dibattito si allargasse, proprio perché alcuni blogger sono ormai anche i potenti della terra, e non solo giovani "nativi digitali".

6 marzo 2017

Genocidi e crimini contro l'Umanità

la negazione del valore dell'individuo

La prima definizione giuridica in materia di persecuzioni di massa risale al 1915 e riguarda il massacro delle popolazioni armene da parte dei turchi, cui seguono i processi delle Corti marziali a carico dei responsabili. Nel Trattato di Sèvres del 1920 le Grandi Potenze usano i termini di crimini contro la civilizzazione e crimini di lesa umanità.
Al termine della seconda guerra mondiale, di fronte alla tragedia della Shoah, il Tribunale Militare del processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti stabilisce, in apertura, i crimini per i quali la Corte ha competenza...
Il 9 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva all’unanimità la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, considerato il più grave crimine contro l'Umanità.

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La vita con i ribelli siriani

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Fannie Lou Hamer

Attivista per i diritti civili e politici dei neri