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Siria: armi chimiche e rifugiati

sale a due milioni il numero dei profughi del conflitto

In attesa di sapere quali saranno le decisioni sull’intervento militare in Siria, gli analisti internazionali si dividono tra chi sostiene la necessità di una risposta a ogni costo contro il regime di Assad e chi paventa lo spettro di un nuovo Iraq in caso di un’offensiva occidentale.

I presunti attacchi con armi chimiche alla base delle discussioni sull’intervento sono quelli effettuati il 21 agosto in alcuni centri abitati vicino a Damasco, nei quali hanno perso la vita centinaia di persone. Un’ azione che non è solo una nuova strage di civili, con altri mille morti che si aggiungono alle centomila vittime del conflitto, ma anche un crimine contro l’umanità.

L’attacco in questione, tuttavia, non è stato il primo di questo genere a insanguinare il conflitto siriano. A iniziare la serie è stata l’offensiva del 19 marzo a Khan Assal, una cittadina che era caduta in mano ai ribelli nella provincia di Aleppo, seguita poi da altri attacchi ad Aleppo, Homs e Damasco in aprile.
La Casa Bianca, in seguito a queste notizie, aveva dichiarato che “in Siria il regime ha usato su scala ridotta armi chimiche, in particolare il sarin”, spostando però la linea rossa oltre al semplice uso di tali strumenti: bisognava stabilire prima cosa fosse accaduto esattamente e se fosse stato il regime, e non i ribelli, a usarle.

Quasi sei mesi dopo, gli ispettori ONU stanno analizzando le prove sull’uso di gas nervino sui civili. Nel frattempo, sale a due milioni il numero dei profughi siriani.
Se in due anni di conflitto il numero di sfollati era arrivato a quota un milione, in soli sei mesi la cifra è raddoppiata, ed è andata a sommarsi ai 4,5 milioni di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa e trasferirsi in un altro punto del Paese.

Turchia, Armenia, Giordania, Libano, Egitto e Iraq ospitano i migranti dall’inizio degli scontri, ma  “hanno bisogno di un importante sostegno da parte della comunità internazionale, per essere in grado di affrontare questa sfida - ha dichiarato Antonio Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati - Se questo supporto non si verificherà, aumenterà drammaticamente il rischio di instabilità in Medio Oriente”.

La soluzione al conflitto siriano, secondo Guterres “deve necessariamente essere politica. Se non verrà trovata una soluzione politica, la guerra assumerà proporzioni realmente catastrofiche”.

3 settembre 2013

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