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Statue e razzismo - quando Trump disse la “nostra” storia

di Eric Foner

La statua del generale sudista Lee al centro di Emancipation Park a Charlottesville, Virginia

La statua del generale sudista Lee al centro di Emancipation Park a Charlottesville, Virginia the Sun

Negli Stati Uniti, dal 2015, anno della strage di Charleston contro una comunità nera, e in modo più intenso dopo l'incidente di Charlottesville del 12 agosto 2017, si è scatenata una corsa ad abbattere i monumenti che ricordano personalità controverse, da Cristoforo Colombo (accusato di brutalità contro i nativi americani) ai proprietari di schiavi della Confederazione di Stati del Sud che difesero la visione di un'America bianca durante la guerra di secessione, ad altri personaggi come il poliziotto Frank Rizzo o il politico e aviatore italiano Italo Balbo. Alcune statue vengono abbattute spontaneamente da gruppi di cittadini, su altre si è aperto un dibattito con le istituzioni. Presentiamo a confronto un un articolo del Washington Post e uno del New York Times sullo stesso argomento ma con storici di diverso avviso interpellati sulla memoria storica rappresentata da questi monumenti. Leggiamo sul New York Times del 20 agosto 2017:

New York Times - 20 agosto 2017. Il tweet di giovedì mattina con il quale il Presidente Trump si lamentava che la rimozione delle statue della vecchia Confederazione degli Stati del Sud distruggerebbe “la storia e la cultura del nostro grande Paese” suscita diverse domande, tra cui: chi è compreso in questo “nostro”?

Forse Trump non lo sa, ma è entrato in un dibattito che va avanti fin dalla fondazione della repubblica. La nazionalità americana dovrebbe basarsi su valori condivisi, indipendentemente dalla razza, dall'etnia e dalle origini nazionali, oppure dovrebbe fondarsi su “terra e suolo”, per citare i neonazisti di Charlottesville, in Virginia, che hanno ricevuto da Trump un'adesione quanto meno parziale?

Né Trump, né i dimostranti di Charlottesville hanno inventato l'idea che gli Stati Uniti siano essenzialmente un Paese per bianchi. La primissima legge sulla naturalizzazione, approvata nel 1790 per stabilire linee guida per la possibilità per gli immigrati di diventare cittadini americani, limitava questa risorsa alle persone “bianche”.

E i non bianchi nati in questo Paese? Prima della Guerra Civile, i criteri per la nazionalità venivano per lo più definiti dai singoli Stati. Alcuni riconoscevano i neri nati entro i loro confini come cittadini, ma molti altri non lo facevano. Per quanto riguarda la legge nazionale, la questione fu risolta dalla Corte Suprema nella famigerata decisione Dred Scott del 1857. I neri, scrisse il Procuratore capo Roger B. Taney (una statua del quale è stata rimossa dalla pubblica vista a Baltimora questa settimana), erano e sarebbero dovuti rimanere stranieri in America.

Questa era la legge vigente nel Paese quando la guerra civile scoppiò nel 1861 e questa era la tradizione che la Confederazione Sudista incarnava e cercava di preservare e con la quale Trump, più o meno inavvertitamente, si identifica proponendo una coincidenza tra la Confederazione e “la nostra storia e cultura”.

Senz'altro, molti americani rifiutavano questa definizione razzialmente connotata della nazionalità americana. Tra questi c'erano in prima linea gli abolizionisti, uomini e donne, bianchi e neri, che proponevano una definizione alternativa, conosciuta oggi come cittadinanza per diritto di nascita. Chiunque sia nato negli Stati Uniti, essi insistevano, era un cittadino, e tutti i cittadini dovrebbero essere riconosciuti uguali davanti alla legge. Gli abolizionisti invocavano non solo la fine della schiavitù, ma anche l'integrazione delle popolazioni liberate tra i membri eguali della società americana.

Nel periodo della Ricostruzione che seguì la guerra, questa visione egualitaria, per la prima volta, fu scritta nelle nostre leggi e nella Costituzione americana. Ma l'avvento della democrazia multirazziale negli Stati del sud ispirò un'ondata terroristica dai gruppi come il Ku Klux Klan e affini, predecessori dei Klansmen e dei neonazisti che hanno marciato a Charlottesville. Uno a uno, i governi della Ricostruzione furono rovesciati, e nella generazione successiva la supremazia bianca riprese il controllo del sud.

Quando Trump identifica le statue che commemorano i capi confederati con parti essenziali della “nostra” storia e cultura, egli sceglie di onorare quel periodo buio. Come tutti i monumenti, queste statue dicono molto di più sull'epoca in cui furono erette che sull'epoca storica che evocano. Le grandi ondate di costruzione di monumenti confederati risalvono agli anni '90 del XIX secolo, quando la Confederazione era idealizzata come la cosiddetta Causa Persa e il sistema di Jim Crow veniva rafforzato nel sud, e negli anni '20 del '900, al culmine della nuova riduzione in schiavitù, della segregazione e del linciaggio dei neri. Le statue erano parte della legittimazione di questo regime razzista e di una definizione esclusivista dell'America.

Lo storico Carl Becker ha scritto che la Storia è ciò che il presente sceglie di ricordare del passato. I monumenti storici, tra altre cose, sono un'espressione di potere – un'indicazione di chi ha il potere di decidere che tipo di memoria sarà osservata negli spazi pubblici.

Se la questione fosse semplicemente di patrimonio culturale, perché non ci sono statue del Luogotenente Generale James Longstreet, uno degli uomini chiave del Generale Robert E. Lee? Non perché non fosse un bravo generale; anzi, Longstreet avvisò Lee della carica di Pickett, che pose fine alla battaglia di Gettysburg. Il delitto di Longstreet risale a dopo la Guerra Civile: sostenne il suffragio degli uomini neri e diresse la polizia metropolitana di New Orleans, che nel 1874 si impegnò in un combattimento armato con i suprematisti bianchi che cercavano di conquistare il controllo del governo dello Stato. Longstreet non è un simbolo della supremazia bianca, quindi non poteva essere decisamente ricordato da coloro che hanno avuto a lungo il controllo della memoria pubblica nel sud.

Come sanno tutti gli storici, l'oblio è tanto essenziale per la pubblica comprensione della storia di quanto lo sia la memoria. Le statue confederate non commemorano semplicemente la “nostra” storia, come ha dichiarato il Presidente, ma onorano una parte del nostro passato. Dove sono le statue nei vecchi Stati schiavisti che onorano la parte più ampia della popolazione sudista (a partire dai quattro milioni di schiavi) che si schierarono con l'Unione invece che con la Confederazione? Dove sono i monumenti alle vittime della schiavitù o alle centinaia di legislatori neri, che vanno dai senatori degli Stati Uniti ai giudici di pace o ai funzionari scolastici? Escludere i neri dal riconoscimento storico è l'altro lato della medaglia della glorificazione della Confederazione.

Siamo andati molto avanti dai tempi della decisione Dred Scott, ma i nostri monumenti pubblici non sono stati al passo. Il dibattito scatenato da Charlottesville è un salutare riesame della domanda: “Chi è americano?”. E la “nostra” storia e cultura è molto più complessa, sfaccettata e inclusiva di quanto il Presidente sembri rendersi conto.

Eric Foner è professore di Storia alla Columbia university e autore di libri, fra cui il più recente è Battles for Freedom: The Use and Abuse of American History.

7 settembre 2017

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