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Tra il "carpe diem" e l'ansia di giustizia

di Kieran Setya

Il professor Kieran Setya

Il professor Kieran Setya Ksetya.net

Kieran Setiya è docente di Filosofia al Massachusetts Institute of Technology di Boston. Nel suo articolo "The Problem of Living in the Present" pubblicato dal New York Times l'11 settembre 2017, parla di come il motto latino "carpe diem", che invita a cogliere l'attimo, sia stato messo in crisi nei tempi recenti da un modello di vita ad alto tasso di preoccupazione, dove il presente è vissuto come un tempo dilatato che non cessa 24 ore di 24 di richiedere la nostra attenzione, che si parli dei messaggi sul nostro smartphone o dei massimi sistemi della politica. Una via per coglierne ugualmente il valore c'è, ed è suggerita dal pensiero di Aristotele.

Al giorno d'oggi, molti preferirebbero non vivere nel presente, un tempo di crisi continua, di incertezza politica e di paura. Non che il futuro sembri migliore, visto che su esso incombono l'ombra di progressi tecnologici che minacciano di causare una disoccupazione generalizzata e il pericolo di catastrofi dovute ai cambiamenti climatici. Non ci si deve meravigliare se alcuni sono tentati dal nostalgico rifugiarsi in un consolante passato immaginario.

Per quanto possa sembrare suggestivo a prima vista, lo slogan di auto-aiuto "vivi nel presente" esce rapidamente dal nostro campo visivo. Che cosa può significare vivere nel presente? Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, senza pensare mai al futuro, è semplicemente un cattivo consiglio, una ricetta per l'irrequietezza. L'idea che ci si possa rendere invulnerabili a ciò che accade distaccandosi da tutto tranne che dal presente è un'illusione irresponsabile.

Ciononostante, c'è un'interpretazione del vivere nel presente, che trae la sua ispirazione da Aristotele, e che può aiutarci a confrontarci con la crisi attuale e le continue crisi di lotta e fallimento delle nostre vite. Si tratta di un approfondimento di quello stesso slogan di auto-aiuto, che la filosofia può aiutarci a riscattare. 

L'inizio della saggezza è cominciare a pensare a ciò che facciamo. Ci impegniamo in ogni sorta di attività: leggere un articolo di giornale, riflettere sull'esistenza, partecipare a una protesta, preparare una relazione, ascoltare la musica, guidare verso casa, preparare la cena, trascorrere del tempo con la famiglia o gli amici. Anche se tutte queste attività occupano tempo, c'è una differenza cruciale nel loro rapporto con il presente.

Usando la terminologia propria della linguistica, possiamo distinguere attività di due tipi fondamentali: quelle teliche - da "telos", la parola greca per dire "scopo" - sono mirate a concludersi a un certo punto nel quale si possono considerare completate. Pensiamo ad esempio alla lettura di questo articolo o al guidare verso casa dal lavoro. Una volta che si arriva alla meta, l'attività è conclusa e il focus dell'attività è raggiunto. Potremmo rifarle, ma solo per la via della ripetizione. Non tutte le attività sono così. Alcune attività sono infatti "ateliche": non mirano a raggiungere questi "stati terminali". Possiamo dedicare moltissimo tempo a riflettere sulla vita o con la nostra famiglia, ma non completeremo mai queste attività. Anche se alla fine si smette di farle, non sono mirate a raggiungere un punto dove non ci sia più motivo per farle.

Aristotele ha tracciato la stessa distinzione, ponendo a contrasto due tipi di azioni o prassi: la kinesis e l'energeia. Le azioni cinetiche sono teliche e perciò incomplete. Come il filosofo scrisse nella sua Metafisica: "Se state imparando, non siete al contempo 'imparati'". Quando vi occupate di attività teliche - progetti come lo scrivere una relazione, sposarsi o preparare la cena - la soddisfazione risiede sempre nel futuro o nel passato. Si deve ancora raggiungere e a un certo punto finisce. Le attività teliche si esauriscono: anzi, mirano proprio al loro esaurirsi. Per questo mostrano una peculiare caratteristica di autosovvertimento. Nel valorizzare e perseguire queste attività, miriamo a completarle, e con ciò a espellerle dalle nostre vite.

Per contro, le attività ateliche non si concludono, per loro stessa natura, e non sono incomplete. Nel definirle, potremmo sottolineare la loro inesauribilità, il fatto che non mirano a stati terminali. Ma potremmo anche porre l'accento su ciò che osserva Aristotele: che sono pienamente realizzate nel presente. “Nello stesso tempo, uno vede ed è visto, capisce e viene capito, pensa e ha pensato”. Non c'è bisogno di fare alcunché di nuovo rispetto a ciò che si sta già facendo, per svolgere un'attività atelica. Se ciò che interessa è riflettere sulla nostra vita o trascorrere del tempo con la famiglia o gli amici, e questo è ciò che si sta facendo, non si è sulla via di raggiungere il proprio fine: lo si è già fatto.

Che cosa può significare, allora, vivere nel presente, e che cosa si ricava dal farlo?

Vivere nel presente significa apprezzare il valore delle attività ateliche come uscire a fare una camminata, ascoltare la musica, passare del tempo con i propri cari o gli amici. Impegnarsi in queste attività non vuol dire estinguerle ed eliminarle dalla propria vita. Il loro valore non viene ipotecato per il futuro o consegnato al passato, ma realizzato qui e ora. Si tratta dell'occuparsi del processo di ciò che si sta facendo, non solo di progetti che si mira a completare.

Questo consiglio è facile ai fraintendimenti. Vivere nel presente non è negare il valore delle attività teliche, di fare la differenza nel mondo. Questo sarebbe un terribile errore. Né possiamo evitare di impegnarci in tali attività. Eppure, se i progetti sono tutto ciò che apprezziamo, le nostre vite diventano a rischio di autosovvertimento, miranti a estinguere le sorgenti di senso che ci sono al loro interno. Vivere nel presente è rifiutare l'eccessivo investimento in progetti, in successi e risultati, che non vede alcun valore intrinseco nel processo.

Vivere nel presente non vuol dire evitare il lavoro duro o la lotta. Tra i progetti che ci occupano nella nostra professione o nella vita politica, le attività teliche importanti per noi, figura anche il processo atelico di protestare contro le ingiustizie o di impegnarsi politicamente. Ciò è il motivo per cui vivere nel presente non è un'abdicazione alla responsabilità etica o una ricetta per il distacco.

Focalizzarsi sul telico è focalizzarsi, troppo spesso, sulla distanza e sulla precarietà dei nostri fini: fornire salute pubblica a tutti, fermare il ritorno del suprematismo bianco, limitare il riscaldamento globale a 2 gradi. Le conseguenze contano, come le attività che mirano a produrne. Il punto della protesta politica è cambiare il mondo. E tuttavia conta anche il processo. Il valore di alzare la testa per ciò che è giusto, di scioperare o scendere in strada a manifestare non si esaurisce con il valore dei suoi effetti. Non è completamente cancellato dal fallimento. Noi protestiamo in parte perché non vediamo un modo migliore di fare la differenza, in parte per dare valore al presente, qualunque cosa ci riservi il futuro.

18 settembre 2017

Genocidi e crimini contro l'Umanità

la negazione del valore dell'individuo

La prima definizione giuridica in materia di persecuzioni di massa risale al 1915 e riguarda il massacro delle popolazioni armene da parte dei turchi, cui seguono i processi delle Corti marziali a carico dei responsabili. Nel Trattato di Sèvres del 1920 le Grandi Potenze usano i termini di crimini contro la civilizzazione e crimini di lesa umanità.
Al termine della seconda guerra mondiale, di fronte alla tragedia della Shoah, il Tribunale Militare del processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti stabilisce, in apertura, i crimini per i quali la Corte ha competenza...
Il 9 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva all’unanimità la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, considerato il più grave crimine contro l'Umanità.

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George Clooney in manette

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John Rabe

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