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Charlie Hebdo, l'incredulità della Francia

dopo l'attacco ai valori della République

Gli attacchi terroristici che si verificano in Francia e nel mondo provocano sempre inizialmente una reazione di incredulità: davanti alla violenza terroristica cieca o mirata, davanti alle sofferenze delle vittime e dei loro cari e davanti ai terroristi che perseguono degli obiettivi oscuri o enigmatici.

È questo sentimento di incredulità a dominare la scena oggi in Francia, più della tristezza e della difficoltà a capacitarsi degli eventi. Si assiste quindi a un evento inedito e differente rispetto a quanto avvenne per altri atti terroristici avvenuti prima in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna o Spagna. Il carattere peculiare dell’attacco terroristico del 7 gennaio è che si tratta di una strage di artisti e giornalisti riuniti nel locale del giornale satirico Charlie Hebdo in pieno centro a Parigi. Si tratta anche di un attacco violento contro la libertà d’opinione e d’espressione.

Bisogna interrogarsi sulla specificità inedita di questo attacco riflettendo su tre dimensioni: sulla cultura del giornale satirico Charlie Hebdo, sui valori democratici francesi e sulla dimensione islamista. Il giornale Charlie Hebdo è portatore di una cultura francese specifica basata su un’ideologia laica, libertaria, anticlericale e anticomunitaria. L’altro giornale che incarna gli stessi valori è il Canard Enchainé, che è un settimanale pamphlettistico anticonformista che privilegia l’acume verbale e i giochi di parole per valorizzare il proprio contenuto giornalistico. Charlie Hebdo ha aggiunto a detto contenuto disegni e caricature a volte provocatori, il che gli ha conferito un seguito molto più ampio perfino presso coloro che non parlano il francese o non leggevano gli articoli, ma guardavano le immagini pubblicate. La ripresa da parte di Charlie Hebdo, nel febbraio 2006, delle caricature del profeta pubblicate inizialmente dal «Jylland Posten» a Copenhagen nell’ottobre 2005 ha provocato la collera di numerosi musulmani e anche le manifestazioni e le reazioni violente in Francia e all’estero.

Nel novembre 2011, Charlie Hebdo cambiò la prima pagina in «Sharia Hebdo» fustigando l’instaurazione della sharia in certi Paesi dell’Africa del nord, il che provocò un attentato con bombe molotov contro i locali parigini del settimanale satirico.

La Francia ha una lunga tradizione umanista e laica che costituisce una dimensione specifica francese non riscontrabile in misura analoga negli altri Paesi europei che non hanno conosciuto le guerre di religione o i movimenti rivoluzionari. Questa particolare tradizione ha influenzato fortemente la cultura e la storia della Francia e contribuito a forgiare la sua immagine e la sua influenza universale. Ha inoltre caratterizzato profondamente i francesi e le ondate di immigrati, che nell’insieme rappresentano più di un quarto della popolazione francese. È questo zoccolo duro culturale umanista che ispira i valori democratici francesi, ed è incarnato soprattutto dalla libertà d’espressione e d’opinione, dal multiculturalismo e dalla laicità. Questa cultura e questi valori sono in netta opposizione all’islamismo e agli altri fondamentalismi religiosi che sono emersi nel mondo.

Il grido «Je suis Charlie» illustra una reazione profonda, allo stesso tempo contro le uccisioni e gli attentati barbari e per la difesa dei valori democratici. Questa reazione ha provocato in Francia e all’estero un’immensa ondata di solidarietà, che non era stata espressa in maniera così forte e spontanea in occasione dei precedenti attentati, salvo forse per gli attentati spettacolari del settembre 2001 negli USA. È dunque l’assassinio di una redazione di giornalisti e di artisti, un attacco contro i valori della repubblica francese, a interpellare le coscienze e provocare una mobilitazione senza precedenti. «Je suis Charlie» significa anche «Non toccare i miei valori».

I valori di tolleranza e umanesimo sono stati rimessi in discussione anche dall'assassinio di Philippe Braham, François Michel Saada, Yohan Cohen e Yoav Hattab durante l'attacco a un supermercato kosher dell'est di Parigi. I terroristi hanno dunque aggiunto una dimensione antisemita e razzista agli attacchi contro i valori democratici della repubblica.

Diversamente dagli attentati ciechi di New York, Boston, Londra o Madrid, da molti anni c'è una specificità francese di attacchi mirati antisemiti tra cui i crimini di  Merah, Nemouche e Coulibali rappresentano un prosieguo diretto.

E purtroppo si possono temere in futuro nuovi attacchi mirati contro la più grande comunità ebraica d'Europa.    

Si assiste ugualmente a una condanna popolare dell’islamismo intollerante, provocatore e aggressivo che agisce in Iraq, in Siria, nel Mali, in Nigeria e in Libia, che destabilizza anche i Paesi limitrofi e si estende ai Paesi europei. Tutti abbiamo visto sugli schermi le immagini delle esecuzioni dei giornalisti e dei collaboratori di organizzazioni umanitarie in Iraq e in Siria, il rapimento di giovani nigeriane, i massacri di yazidi e le espulsioni dei cristiani d’Oriente. Questi sono tutti attentati e crimini contro i civili di tutte le nazionalità che creano un potente sentimento di ripulsa e di collera.

Perciò i francesi non comprendono che tanti giovani immigrati, nati ed educati in Francia, rifiutino la nostra cultura e i nostri valori e adottino un’ideologia settaria e comportamenti criminali. La gioventù immigrata allo sbando, suscettibile di raggiungere gli ihadisti, è un problema di primaria importanza che rimane da risolvere in Francia ed Europa.

«Je suis Charlie» è contemporaneamente un movimento di difesa dei valori francesi e universali e una rivolta contro il settarismo, la violenza e gli attentati criminali. Come ha ricordato Stéphane Charbonnier: «Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio».

 In questo senso, l’assassinio di dieci giornalisti e artisti, di quattro ebrei e tre poliziotti apre una nuova pagina della storia di Francia e dell’umanita. 

Marc-Henri Fermont, storico e parente di Moshe Bejski

12 gennaio 2015

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