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​Daesh nero, Daesh bianco

ISIS e Arabia Saudita secondo il New York Times

La scritta "Daesh" e il suo riflesso, attraversati da una spada

La scritta "Daesh" e il suo riflesso, attraversati da una spada Kelly Blair

Secondo il giornalista algerino del Quotidien d'Oran Kamel Daoud, che ha prima scritto l'articolo L'Arabie Saoudite - un Daesh qui a réussi, tradotto in inglese come Saudi Arabia - an ISIS that has made it -, riportato il 20 novembre dal New York Times, l'Occidente per vincere il confronto con l'ISIS deve trovare il coraggio anche di superare le ambiguità nei rapporti con il regime dell'Arabia Saudita. Riad infatti sosterrebbe secondo lui le stesse tesi, e soprattutto commetterebbe gli stessi crimini, dell'ISIS, ma verrebbe considerato un alleato preferibile a Iran e altri Stati islamici. Una scelta geopolitica o un'espressione di miopia? 

"Daesh nero, Daesh bianco. Il primo taglia le gole, lapida la gente, distrugge il comune patrimonio dell’umanità e disprezza l’archeologia, le donne e i non musulmani. L’altro è vestito meglio ed ha un look più pulito, ma fa le stesse cose. Stato Islamico e Arabia Saudita. Nella lotta al terrorismo, l’Occidente dichiara guerra al primo, ma stringe le mani all’altra. Si tratta di un meccanismo di negazione, e la negazione ha un prezzo: preservare la famosa alleanza strategica con l’Arabia Saudita comporta il rischio di dimenticarsi che anche questo regno si basa su un’alleanza con un clero che produce, legittima, diffonde, predica e difende il wahabismo, la forma di islam ultra-puritano che alimenta Daesh.

Il wahabismo, un tipo di radicalismo messianico nato nel 18° secolo, che spera di restaurare un califfato idealizzato centrato su un deserto, un libro sacro e due luoghi santi, la Mecca e Medina. Nato attraverso massacri e spargimenti di sangue, esso si manifesta in una relazione surreale con le donne, un divieto ai non musulmani di “calpestare” i luoghi santi e feroci leggi religiose. Questo si traduce in un odio ossessivo delle immagini e delle rappresentazioni e quindi dell’arte, ma anche del corpo, della nudità e della libertà. L’Arabia Saudita è un Daesh che ce l’ha fatta.

La negazione occidentale rispetto al caso dell’Arabia Saudita si nota a colpo d’occhio: saluta questa teocrazia come alleata ma finge di non notare che è il principale sponsor ideologico mondiale della cultura islamista. Le più giovani generazioni di radicali nel cosiddetto mondo arabo non erano nate jihadiste. Son rimaste risucchiate nel vortice della Fatwa Valley, una sorta di Vaticano islamista con una grande industria che produce teologi, leggi religiose, libri e misure per limitare l’editoria e campagne mediatiche molto aggressive.

Si potrebbe obiettare: la stessa Arabia Saudita non è un possibile obiettivo di Daesh? Sì, ma focalizzarsi su quello vorrebbe dire trascurare la forza dei legami tra la famiglia regnante e il clero – che la rende al tempo stesso stabile e, nel momento attuale in maniera crescente, precaria. I reali sauditi sono chiusi in una trappola perfetta: indebolito da leggi sulla successione che incoraggiano i ricambi rapidi, il clero saudita produce l’islamismo, che da un lato minaccia il Paese e dall’altro legittima il regime.

Bisogna vivere nel mondo musulmano per capire l’immensa forza trasformativa dei canali televisivi religiosi sulla società grazie alla possibilità di raggiungere gli elementi deboli del tessuto sociale: le famiglie, le donne, le aree rurali. La cultura islamista è molto diffusa in numerosi Paesi — Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania. Ci sono migliaia di imam e di giornali islamisti che impongono una visione unitaria del mondo, della tradizione e dell’abbigliamento nello spazio pubblico, basata sulla lettera delle leggi del governo e sui rituali di una società che essi ritengono contaminata.

Vale la pena leggere alcuni giornali islamisti per vedere le loro reazioni agli attacchi di Parigi. L’Occidente vi è dipinto come una terra di “infedeli”. Gli attacchi sarebbero stati il risultato della repressione violenta dell’islam. I musulmani e gli arabi, sempre secondo questa visione islamista, sono diventati nemici dei laici e degli ebrei. La questione palestinese è invocata insieme allo stupro dell’Iraq e alla memoria del trauma coloniale e confezionato in un discorso mirante a sedurre le masse. Tale discorso islamista si diffonde nei vari strati sociali, anche mentre i leader politici inviano le loro condoglianze alla Francia denunciando il crimine contro l’umanità che vi è stato commesso. Tale situazione totalmente schizofrenica è paragonabile alla negazione dell’Occidente a riguardo dell’Arabia Saudita.

Quanto precede ci lascia scettici rispetto alle roboanti dichiarazioni delle democrazie circa la necessità di lottare contro il terrorismo. La loro guerra può solamente essere miope, perché colpisce il sintomo anziché la causa. Dato che l’Isis prima di tutto è una cultura e non una milizia, come si fa a prevenire l’arruolamento delle nuove generazioni nel jihadismo quando l’influenza della Fatwa Valley e dei suoi clerici e la sua immensa industria editoriale rimangono intatte?

Detto questo, è semplice curare questa malattia? Non proprio. L’Arabia Saudita rimane un’alleata dell’Occidente nei molti scacchieri dove si gioca la partita mediorientale. Viene preferito all’Iran, questo Daesh grigio. E qui sta la trappola. La negazione crea l’illusione di un equilibrio. Il jihadismo è denunciato come piaga del secolo ma non si riflette affatto su che cosa l’abbia creato o lo sostenga e questo può forse servire a salvare la faccia, ma non a salvare le vite umane.

Daesh ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma ha anche un padre: l’Arabia Saudita e il suo complesso religioso-industriale. Fino a che non si fa qualcosa su questo si possono vincere le battaglie ma si perderà la guerra; i jihadisti verranno uccisi solo per rinascere nelle future generazioni, educate con la stessa morale.

Gli attacchi di Parigi hanno esposto nuovamente questa contraddizione, ma come capitò dopo l’11 settembre, essa rischia di nuovo di essere cancellata nelle nostre analisi e dalle nostre coscienze". 

Kamel Daoud, giornalista del Quotidien d'Oran; doppia traduzione in inglese del New York Times e poi in versione italiana da Carolina Figini

25 novembre 2015

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