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I musulmani che condannano l'Isis

le parole dei religiosi sunniti

Di fronte alle atrocità dei jihadisti dello Stato islamico, commesse in nome della religione per diffondere il terrore ed esibire la crudeltà delle milizie Isis, a levarsi contro tali massacri non è stato solo l’Occidente.
Per la prima volta, infatti, sono giunte parole di condanna del fondamentalismo da parte degli Stati della Lega Araba e di molti religiosi sunniti. Questi ultimi, in particolare, hanno dichiarato apertamente che i crimini dell’Isis vanno contro i principi dell’Islam e della tolleranza.

Tra queste figure ricordiamo il Gran Mufti dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdulaziz Al ash-Sheikh, che il 19 agosto ha definito Isis e Al Qaeda “nemici numero uno dell’Islam”, condannando i metodi violenti utilizzati dalle milizie.

A prendere posizione contro i fondamentalisti è stato anche il Gran Mufti d’Egitto Shawki Ibrahim Abdel-Karim Allam, che all’incontro organizzato ad Anversa dalla Comunità di Sant’Egidio Peace is the Future, Religion and Cultures in Dialogue 100 Years after World War I ha ricordato l’importanza del dialogo come “responsabilità attribuita ai musulmani dalla natura della loro religione”, insistendo sul dovere di sradicare la minaccia dell’Isis. “Sia chiaro che l’Islam è contro l’estremismo e il terrorismo in maniera assoluta - ha aggiunto - ma se non comprendiamo i fattori che contribuiscono a giustificare terrorismo ed estremismo, non potremo mai sradicare questa epidemia”. Secondo il Mufti d’Egitto, inoltre, l’Isis non si può considerare né Stato, né islamico. “Non è uno Stato - ha dichiarato in un’intervista rilasciata ad Avvenire - perché non dispone delle caratteristiche essenziali: un popolo, un territorio, dei princìpi, un’autorità. E non è islamico perché il vero, puro islam vieta la violenza e condanna il terrorismo, la distruzione, i massacri”.

La Lega Araba, intanto, ha approvato una risoluzione in cui gli Stati si impegnano a fronteggiare, individualmente e a livello collettivo, la minaccia dell’Isis, sostenendo la necessità di implementare misure immediate per contrastare tale movimento sul piano politico, difensivo, strategico e giuridico.

In questo quadro l’Arabia Saudita ricopre un ruolo di primo piano. La monarchia, che ospita nel suo territorio le due moschee sacre della Mecca e di Medina, è l’obiettivo primario dell’Isis, che mira a restaurare il califfato - un impero islamico guidato da un leader supremo - passando necessariamente per il territorio saudita.
Di contro, la monarchia ha inserito i jihadisti dello Stato islamico nella lista delle organizzazioni terroriste, mentre Re Abdullah ha annunciato, insieme al dispiegamento di almeno 30mila soldati, l’imminente costruzione di un muro al confine con l’Iran, quasi 900 chilometri di barriere, torri di controllo e dispositivi hi-tech per proteggere il Paese dalle milizie dell’Isis.

“Questi jihadisti hanno una strategia razionale che punta alla creazione di uno Stato fondamentalista sunnita in Medio Oriente - ha spiegato Yigal Carmon, esperto di anti-terrorismo direttore di ‘Memri’ - Al Baghdadi non è Osama Bin Laden perché non ha l’obiettivo di ferire l’America o di arruolare jihadisti per compiere attentati all’estero, ma recluta chiedendo aiuto dentro Siria e Iraq, per prevalere sul territorio ed estendere i confini del proprio Stato”.

Per la prima volta quindi le minacce di un gruppo estremista non sono rivolte verso l’Occidente, ma verso gli stessi Paesi del Medio Oriente e gli stessi sunniti. Certamente le voci di condanna provenienti dal mondo islamico sono la dimostrazione del fatto che qualcosa si sta muovendo nella regione. La speranza, tuttavia, è che si arrivi a condannare non solamente l’Isis, ma ogni tipo di fondamentalismo.

9 settembre 2014

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