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In viaggio tra i cristiani d'Oriente

immagini e sfide del nuovo millennio

Hasankeif, Turchia, 2011. Una veduta del fiume Tigri vicino al confine con Siria e Iraq

Hasankeif, Turchia, 2011. Una veduta del fiume Tigri vicino al confine con Siria e Iraq © Michele Borzoni / TerraProject

Per più di tre anni il fotografo fiorentino Michele Borzoni ha viaggiato attraverso il Medio Oriente per abitare i luoghi, conoscere le tradizioni e documentare le condizioni di vita delle comunità cristiane nei Paesi in cui il cristianesimo ha avuto origine. Oggi, gli scatti di Borzoni costituiscono il cuore della mostra fotografica "Parabole d'Oriente. Il Cristianesimo alla sfida del nuovo Millennio", a Roma dal 18 settembre al 1 ottobre nella Gipsoteca del Complesso del Vittoriano.

Curata dalla giornalista Renata Ferri con la supervisione di Vartan Karapetian e promossa dall'Ambasciata della Repubblica d'Armenia presso la Santa Sede e dalla Comunità di Sant'Egidio, l'esposizione nasce per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica occidentale, spesso distratta, non solo sulla progressiva scomparsa dei cristiani dal Medio Oriente, ma anche sulla perdita di un patrimonio inestimabile di arti, liturgie, lingue, culture. 

Le fotografie di Borzoni, più una selezione di immagini dalle agenzie di stampa, raccontano il mondo variegato, precario e frammentato di circa 13 milioni di cristiani - solo il 2% su una popolazione di 550 milioni di abitanti a maggioranza musulmana - disseminati tra Egitto, Siria, Libano, Iran, Iraq, Israele, Palestina, Turchia.  

Sono copti, greco-ortodossi, melchiti, siri, maroniti, caldei, armeni che gli sconvolgimenti seguiti alle primavere arabe, l'avanzata dei fondamentalismi e le guerre - in cui pesano molto gli errori delle grandi potenze occidentali - stanno costringendo a un esodo forzato verso mete lontane. La sfida che attende i cristiani d'Oriente, oggi ghettizzati o perseguitati, è quella della sopravvivenza, nelle terre affacciate sulle sponde orientali del Mediterraneo che hanno abitato per millenni e su cui hanno edificato le case, le scuole, le chiese che ora devono abbandonare. 

È quello che sta accadendo in Siria dove almeno 450mila cristiani hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della guerra e dove i miliziani qaedisti hanno ridotto in macerie anche il villaggio di Ma'lula, l'ultimo in cui sopravviveva l'aramaico parlato da Gesù Cristo, sede di antichissimi monasteri. In Egitto, secondo le stime del Washington Institute for Near East Policy, sarebbero circa 100mila i cristiani fuggiti dopo la caduta di Mubarak e in Libano, Paese a grande maggioranza cristiana fino agli anni '70, rappresentano oggi poco più di un terzo della popolazione a causa dei pericoli legati alle divisioni settarie e al rischio di nuovi conflitti. In Iraq, i jihadisti dell'ISIS hanno portato devastazione, saccheggi e conversioni forzate nelle città della Piana di Ninive, considerata dai cristiani iracheni la propria "naturale" dimora. Infine, la Turchia, dove si devono ancora fare i conti con la persecuzione degli armeni ad opera dei Giovani Turchi nel 1915, che Ankara rifiuta di riconoscere come genocidio.  

E proprio agli armeni è dedicata la parte conclusiva della mostra, inaugurata dal presidente della Repubblica d'Armenia Serzh Sargsyan a pochi mesi dal centesimo anniversario del massacro. Sono esposte le immagini di luoghi come Hasankeif, in Turchia, zona dell'antica Assiria abitata dalle prime popolazioni cristiane della storia, fra cui una folta comunità armena; e Akdamar, nel lago di Van, estremo sud-est dell'Anatolia, dove sorge l'antica cattedrale armena della Santa Croce. Profanata ai tempi del genocidio, scampata alla demolizione, ristrutturata e convertita in museo dal governo turco, oggi è concessa ai figli dei sopravvissuti armeni una sola volta l'anno per la celebrazione della messa in occasione della festa della croce, a settembre. 

Guardando al passato, per sanare ferite ancora aperte e riscoprire una storia di convivenza e scambio tra culture diverse, si può trovare la speranza per il nuovo millennio. "La memoria e il riconoscimento di quanto è successo, dal genocidio armeno alle persecuzioni di inizio millennio - scrive Andrea Milluzzi, autore dei testi della mostra - sono il punto di partenza per la convivenza fra fedi diverse." 

17 settembre 2014

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