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L'attivista saudita Manal Al-Sharif

tra l'amare il proprio Paese e il denunciarne i limiti

Manal Al-Sharif

Manal Al-Sharif

Si parla molto dei miglioramenti che l’Arabia Saudita sta proponendo, con il nuovo principe ereditario Mohammed bin Salman, anche nei confronti delle donne. Molto nota è in proposito la dichiarazione di concessione del diritto di guidare alla popolazione femminile saudita - fino ad allora negato e oggetto di grandi proteste attiviste nel Paese - avvenuta lo scorso settembre. Questo non deve far però dimenticare che la situazione di segregazione delle donne in questa parte d’Arabia è ancora assai evidente. “C’è ancora troppo che deve essere fatto, non serve lodare e bisogna essere molto specifici nel parlare di questo tema” dichiara apertamente Manal Al-Sharif - militante e autrice della coraggiosa biografia Daring to Drive: A Saudi Woman’s Awekening, simbolo del movimento per sostenere il diritto alla guida delle donne.

Nata nel 1979, seconda figlia di un tassista, Manal è cresciuta a La Mecca in un ambiente fondamentalista, con una generazione - quella degli anni 70’ 80’ - fortemente radicalizzata. Nella sua adolescenza, è una religiosa estremista che dà fuoco alle cassette dei Back Street Boys del fratello e alle riviste di moda della madre. Il padre picchia la madre e la sorella fa lo stesso con lei, come farà in seguito anche il suo primo marito. Conosce bene l’elenco di cose proibite perché contrarie alla visione puritana dell’Islam e le rispetta: niente sopracciglia curate o capelli portati di lato, per esempio.

A vent'anni però è ingegnere della sicurezza informatica e qualcosa della sua educazione, che non aveva mai messo in discussione, comincia a vacillare: viene etichettata come una “facile” perché chiacchiera con i colleghi maschi, deve farsi accompagnare durante i viaggi d’affari perché non può usare l’auto, ha bisogno di chiedere un permesso per spostarsi e per avere un passaporto, non diversamente da quello che già ha dovuto reclamare al padre per poter studiare. La notizia dei 15 hijackers sauditi legati alla tragedia dell’11 settembre l’ha molto sconvolta e le contraddizioni che non le permettono di sentirsi al pari degli altri professionisti uomini diventano per lei difficili da sopportare, se non proprio impossibili da accettare. Manal inoltre non può dimenticare le violenze che ha subito da giovane e il ricordo di quegli abusi è anch'esso alla base della sua ribellione. 

Il momento che più di ogni altro stravolge la sua visione delle cose inoltre, è un viaggio di lavoro nel New Hampshire. È qui che inizia a frequentare teatri, che vede due uomini baciarsi senza che a nessuno appaia strano, che va a sciare, che impara a guidare.

Una volta tornata in Arabia Saudita, nel 2011, nel mezzo delle primavere arabe, Manal (che vive nel complesso di Aramco a Dhahran) decide di sfidare il divieto impostole e di uscire a fare un giro con l’auto. Il tutto viene filmato dall’amico sul sedile del passeggero. Nel pomeriggio il video diventa virale su Youtube. La stessa notte Manal viene arrestata e rimane nove giorni in carcere, oltre a ricevere una serie di insulti ed essere etichettata dai giornali sauditi come una pericolosa minaccia per il Paese

Nel 2012 all’Oslo Freedom Forum (conferenza annuale dei difensori dei diritti umani) Manal al-Sharif riceve il Vaclav Havel Prize for Creative Dissent. La sua azione non è solo stata un gesto di grande coraggio ma anche un esempio per molte altre donne. Dopo la diffusione del video - spiega la Al-Sharif nel TEDglobal del 2013 - altre donne saudite hanno sfidato "la regola" e nessuna di loro è stata arrestata. 

Il “divieto di guida” alle donne in Arabia Saudita non è mai stato oltretutto una questione legislativa bensì una norma non scritta; secondo la consuetudine saudita l'interdizione nasce dal fatto che i Paesi in cui le donne guidano hanno un tasso di criminalità, di stupri, di aggressioni, più elevato. A livello statistico questo dato ha però poco valore se consideriamo che guidare per le donne è legale in tutto il resto del mondo. Manal sfrutta questa contraddizione - come anche il fatto che le donne saudite non possano avere relazioni amicali con uomini, ma i loro autisti sono perfetti sconosciuti che vivono in casa loro e hanno il loro numero di cellulare - in modo molto ironico, per far emergere l’effettiva poco fondatezza del divieto. E per questo, inutile dirlo, subisce molte pressioni.

Il suo cambiamento - che la porta a essere una delle donne più conosciute per aver sfidato le leggi e le usanze saudite - viene descritto in modo molto intimo e contemporaneamente feroce nel suo libro “Osando guidare”. Il memoir di Manal viene pubblicato a giugno 2017 dalla casa editrice statunitense Simon & Schuster. La giornalista del New York Times Somini Sengupta la incontra a maggio a Oslo dove la famiglia Trump sta visitando il Paese. L’autrice si dice fortemente offesa dalle parole di Ivanka Trump che ha definito “molto incoraggianti” i progressi sauditi in materia di diritti delle donne, liquidando l’altro lato della medaglia, secondo lei in maniera troppo sbrigativa e approssimata, con un “c’è ancora da fare”. Manal fa riferimento in proposito a un’amica, Mariam al-Otaibi, detenuta per la sua campagna contro l’obbligatorietà di ottenere il permesso dal marito per lavorare, viaggiare, studiare.

La cosa più spaventosa - come Manal lascia trasparire dalle interviste dedicate al suo libro - è che la necessità di obbedire sempre e senza limitazioni ad un pensiero, senza metterlo mai in dubbio, porta le famiglie a sottoporre le proprie figlie non solo a degli obblighi che limitano fortemente le loro possibilità ma anche a delle sofferenze per cui le stesse madri sono passate, perché così deve essere. L’autrice ricorda il racconto scioccante della madre di quando da piccola ha subito la pratica della mutilazione genitale - ma questo non l’ha fermata dal far subire la stessa sorte alle figlie.

Oggi Manal - che vive a Melbourne in una specie di obbligato "esilio" con il marito e uno dei due figli (l’altro è in Arabia Saudita) afferma: “Sono sempre preoccupata, ogni volta che torno in Arabia Saudita, perché non puoi mai sapere quando verrai arrestata di nuovo, per un tweet, un retweet o qualcosa che dici in un’intervista. Devi sempre mantenere un filtro, ogni volta che parli di qualcosa”. "Nonostante io ami il mio Paese - e la mia lotta è anche per questo - purtroppo ne conosco i limiti ancora grandi, e non sempre posso esprimere tutto quello che vorrei, nemmeno con i miei figli, devo proteggerli".

La signora al-Sharif infine, come racconta nel suo articolo sul New York Times Somini Sengupta, si dice felice che la madre le abbia nascosto un sacchetto con vecchie foto di famiglia - sue con un abito rosso, o di lei stessa con una gonna al polpaccio che si era cucita da sola - perché non le distruggesse quando era una ragazzina “fondamentalista”. A 38 anni, con una consapevolezza diversa, quelle immagini sono un ricordo che custodisce gelosamente. Adesso le imposizioni a cui obbediva hanno perso per lei senso ed anzi, ammette, le boy band che ascoltava il fratello e i vestiti a fiori della zia le sono sempre segretamente piaciuti.

Redazione Gariwo

16 gennaio 2018

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Fondamentalismo e terrorismo

ideologia e violenza contro i diritti umani

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