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L'orgoglio democratico della Turchia

intervista ad Antonio Ferrari

Salahattin Demirtas

Salahattin Demirtas Foto Getty Images

Con le elezioni del 7 giugno il partito del presidente turco Recep Erdogan ha perso la maggioranza assoluta. Per la prima volta, invece, il partito curdo ha superato la soglia di sbarramento del 10% e potrà entrare in Parlamento. Abbiamo parlato del voto in Turchia con Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera.

Cosa significa per Erdogan aver perso la maggioranza assoluta in Parlamento?

Significa molto. Era sicuro che il suo partito, la sua creatura, tenesse. Aveva anche trovato il modo di fare campagna elettorale, fatto decisamente inusuale per un Presidente della Repubblica. Nonostante questo sforzo, ha ricevuto un doppio schiaffo. Innanzitutto perché sperava di raggiungere una maggioranza di due terzi dei seggi, in modo da riformare la Costituzione e trasformare il Paese in una repubblica presidenziale, e magari contare di diventare presidente e primo ministro insieme - tentando di resistere fino al 2023, centenario della nascita della Repubblica turca fondata da Ataturk.
Il secondo “schiaffo” deriva dal fatto che Erdogan ha sempre governato da solo - sia come primo ministro, sia ora come presidente - avendo in Parlamento la maggioranza assoluta del Partito Islamico Moderato AKP, che lui stesso ha fondato. Le elezioni gli hanno negato anche questo. La grande sorpresa è arrivata dal partito curdo, guidato da un leader che è il suo esatto contrario. O meglio, Demirtas ha un carisma molto simile a quello di Erdogan, pur non avendo la sua aggressività, ma caratterialmente è il suo opposto, così come i suoi discorsi, che parlano di pace e democrazia. La sua ascesa è cominciata dopo Gezi Park, quando si è schierato con i contestatori e le donne, che Erdogan ha sempre ritenuto inferiori di genere. Inoltre Demirtas ha avuto successo perché ha cercato di uscire dalla gabbia di un partito regionale, forte soprattutto nel Sudest del Paese, per farlo diventare un movimento nazionale. E la stanchezza dei turchi per alcune follie del Presidente ha prodotto oggi quasi un miracolo.

Cosa chiede la Turchia con questo voto?

La Turchia chiede maggiore democrazia. Ataturk era solito dire “pace in casa, pace nel mondo”. Beh, Erdogan ha dei grossi problemi con i Paesi vicini: ha rotto i rapporti con Israele ed Egitto e in Siria, seppure con qualche riserva, sostiene l’Isis in chiave anti Assad. Questo è emerso già con gli incidenti accaduti in passato, ma soprattutto con l’ultimo episodio, la pubblicazione da parte del Cumhuriyet - giornale laico di sinistra - di un video dello scorso gennaio, ottenuto da ambienti militari o dei servizi segreti, in cui si vedono agenti turchi caricare armi su un camion destinato agli insorti jihadisti. Poiché Erdogan non ha potuto smentire il filmato, ha iniziato a parlare di complotti dei reporter e degli Stati contro la Turchia - che, va ricordato, è oggi il Paese con il maggior numero di giornalisti arrestati.
Questo clima ha umiliato il Paese, che è cresciuto economicamente ma si sente ferito da un’immagine discutibile. Da qui nasce la risposta di orgoglio di donne e uomini che hanno votato per HDP, il partito curdo, proprio perché era l’unico modo per lanciare un segnale di cambiamento. Sapevamo infatti che l’unica possibilità di contenere il partito islamico moderato di Erdogan era quella di avere una quarta forza in Parlamento dopo AKP, Partito Repubblicano del Popolo e nazionalisti dell’MHP, che impedisse alla formazione di Erdogan di ottenere il bonus enorme che in questi anni gli ha garantito la maggioranza assoluta.
È chiaro che oggi i mercati in Turchia si sono spaventati, perché Erdogan sulla crescita e sulla potenza economica - anche se basata sulla corruzione - ha investito tantissimo. Tuttavia, se questo è il prezzo per tornare a parlare di democrazia in un Paese che vuole orgogliosamente essere democratico, è bene che qualcuno lo paghi.

Per quanto riguarda l’atteggiamento di Ergodan nei confronti dell’Isis, pensi che cambierà dopo il voto di ieri?

Se Erdogan fosse reattivo, sì. Tuttavia temo di no, perché a questo punto potrebbe essere tentato dal giocare la carta della disperazione, imponendo all’AKP di non fare alleanze con nessuno e puntando a elezioni anticipate entro 45 giorni. Sicuramente Erdogan non si piegherà, ma questo atteggiamento potrebbe essere ancora più disastroso per il Presidente, che non deve considerare il risultato del voto un segnale poco importante, locale e quindi facilmente recuperabile. Questo segnale infatti va molto al di là del dato numerico. Io penso che tale atteggiamento sia una scelta suicida, ma capisco anche che il suo problema ora sia un altro: quello di evitare, non avendo più il potere di prima, l’inizio di inchieste giudiziarie che potrebbero costagli molto care.

Le elezioni hanno segnato il successo del partito curdo. Qual è il peso di questo risultato, e quali sono secondo te le prospettive future per la questione curda?

Dal voto potrebbe nascere un passaggio importante. I curdi sono una grande minoranza del Paese, e la maggior parte ha ormai “pensionato” quelle idee di rivolta in armi autonomista che c’è stata per diversi anni ed è costata decine di migliaia di morti da entrambe le parti. Credo ci sia una nuova consapevolezza, e il fatto che un partito curdo oggi sia chiaramente - e non con qualche deputato indipendente come accadeva nel passato - in Parlamento, è sicuramente un elemento importante. Se pensiamo che il voto potrebbe aprire la strada della rinascita democratica, e che tale rinascita avrebbe quindi origine proprio dal gruppo considerato un pericolo per la stabilità del Paese, questo potrebbe suggerire l’idea di nuovi equilibri, che potrebbero anche vedere i curdi in Turchia in una posizione assai simile, se non addirittura migliore, di quella che hanno in Iraq.
Il fatto che nel Paese non ci sia più nessun timore di un voto per i curdi è dovuto al fatto che, come dicevo, l’HDP non si presenta più come regionale dei curdi, ma come formazione nazionale. Mi ha molto colpito il fatto che il leader del Partito Repubblicano del Popolo, pur di ostacolare questo strapotere di Erdogan che in tanti ambienti è stato ritenuto devastante, abbia detto ai suoi elettori: “Siamo pronti anche a capire se voi che ci avete sempre sostenuto deciderete di dare il voto al partito curdo. Lo considereremo un nostro contributo di voti in prestito”. È un atteggiamento che io trovo molto maturo per una democrazia che vuole rinascere dopo qualche anno di buio.

Con il voto di ieri, nel Parlamento turco entrano anche tre deputati armeni. Cosa significa questo, proprio nell’anno del centenario del genocidio armeno?

Significa tanto, non soltanto perché gli armeni sono importanti nella storia della Turchia, ma per il fatto che lo stesso Demirtas ha aperto le sue liste anche agli armeni, in risposta anche a quella frase improvvida di Erdogan che, dopo il discorso del papa sul genocidio, minacciò di cacciare dal Paese tutti gli armeni. Questo dà l’idea di un leader che ha perso la testa, ma anche della possibilità del partito curdo di aprirsi a tutti: agli azeri, agli armeni, agli alvei e anche a quei cristiani che, dopo aver creduto in Erdogan, oggi cominciano ad avere qualche dubbio sulla sua tolleranza e sulla sua capacità democratica.

a cura di Martina Landi, Redazione Gariwo

8 giugno 2015

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