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La doppia ferita di Haruki Murakami

lo scrittore giapponese a confronto con il terrorismo

Per molti europei, Underground è il titolo di un celebre film sulla guerra in Yugoslavia. Anche il giapponese Haruki Murakami ha scritto un libro con tale titolo, sempre dedicato a una tragedia, ma molto meno nota. 

Si tratta degli attentati con il gas sarin che ebbero luogo il 20 marzo 1995 nella metropolitana di Tokyo. "Sarin" è un altro nome del gas nervino, un'arma chimica devastante che fu inventata negli anni '30 da uno scienziato tedesco agli ordini di Hitler. Anche una sola goccia, neppure ingerita, ma inalata o a contatto con la pelle, risulta letale. 

Nel '95, in Giappone furono alcuni seguaci del gruppo religioso Aum a diffondere questa sostanza nella metropolitana della capitale giapponese. 12 persone morirono e ci furono migliaia di intossicati.

Murakami, vincitore tra altri onori del Jerusalem Prize, lesse quelle notizie sui giornali e venne colpito dalla lettera di una donna il cui marito, rimasto intossicato, dopo alcuni giorni di ospedalizzazione si era trovato inabile a eseguire il proprio lavoro come prima ed era stato cacciato via senza complimenti dall'azienda dov'era impiegato. Lo scrittore nipponico lesse lo smarrimento della donna che non sapeva spiegarsi il rovescio delle sorti della sua famiglia e nemmeno del suo Paese, precipitato improvvisamente nell'incubo del terrorismo. 

Provò così il desiderio di andare a parlare con tutte le mogli dei morti o degli intossicati, e tutti mariti delle donne colpite, per capire come era potuto accadere che a tante persone innocenti fosse stata inflitta una "doppia ferita": quella del vile terrorismo e quella di una società iniqua, che anche quando si verifica un lutto nazionale, invece che solidarietà generava sempre violenza. 

Murakami intervistò migliaia di persone per tutto l'arco dell'anno 1996. Il lavoro di stesura di Underground, che nasce da questo sforzo di documentare una doppia ingiustizia, si scontra con molti ostacoli, tra cui la diffidenza delle persone per i media e la paura di essere colpiti dai terroristi rimasti in libertà.

Tra gli intervistati ci sono persone come Takahashi Mihata, 55 enne, che ha trasportato quanti più feriti poteva all'ospedale, senza badare troppo ai limiti di velocità. Oppure come Toyoda Toshiaki, uno dei colleghi dei due controllori del metrò morti per aver cercato di eliminare il sacchetto pieno di sostanze sospette che avevano subito individuato all'interno della stazione di Kasumigaseki.

Dal libro emerge spesso la grande disciplina, "etica professionale" o anche "etica civile" della stragrande maggioranza dei giapponesi. La doppia ferita, i mali del terrorismo che si intersecano con i mali atavici della società giapponese (la competitività esacerbata, il militarismo solo per dirne alcuni) si dipana lungo le 337 pagine di Underground

Solo il 40% dei settecento feriti ha risposto alle domande di Murakami, in compenso anche qualche appartenente al culto Aum ha accettato di farsi intervistare. Ne emerge una storia brutta, nel senso che anche i drammi e le difficoltà dei terroristi - paragonati al delirio di Unabomber, a ciò che si può presumere porti degli uomini a diventare serial killer - ricevono una specie di infarinatura di una possibile narrazione diversa, mitizzata, ma che non suona bene né agli occhi dello scrittore né a quelli di chiunque sia estraneo al culto Aum. Come delle false identità. 

Il libro si conclude con umanissime domande, esposte con grandi intelligenza e stile, come è tipico di questo grande narratore. Ad esempio, nel paragrafo "Che cosa posso fare?", Murakami parla nuovamente della doppia ferita, dei crimini commessi dall'uomo che si assommano a volte, nell'anima di alcune persone, all'impatto delle catastrofi naturali. 

Ne nasce un interrogarsi senza tregua, ma pieno di compassione, sui punti cardine della cultura giapponese (dove non manca un certo culto della "natura matrigna" proprio come nel nostro Paese, a causa di terremoti, tsunami, scarsità di risorse) e sui malintesi e le confusioni che ostacolano il suo cammino. Ad esempio si parla di coloro che non volevano rispondere alle domande dello scrittore, perché - se vogliamo anche legittimamente, ma a rischio di sfociare nell'omertà in alcuni casi - anteponevano alle esigenze di giustizia la preoccupazione di che cosa potessero pensare i loro superiori

Alla fine, quello che bisognerebbe fare davanti al terrorismo è restituire luce e dignità alla cultura di cui nel momento della strage i terroristi hanno risvegliato tutti i demoni più oscuri, sembra suggerire Murakami. Ci vuole una profonda onestà. Ci vuole una visione in profondità, anche storica. 

Ci vuole, infine, la consapevolezza che i seguaci dei terroristi sono ancora tanti, e forse anche se è difficile e anche impossibile avere per i terroristi la stessa compassione che Etty Hillesum ebbe per i tedeschi, anche idee come quella del governo giapponese di rinviare alcune condanne a morte agli adepti di Aum responsabili dell'attacco per evitare di farne dei martiri possono essere opzioni accettabili. 

Un aspetto, comunque, questo, che viene esposto in un rigo e non di più. Il resto è la storia di una società ferita, gettata nel pozzo nero dei suoi fantasmi, ma che ritrova in sé la forza di guardare al futuro. 

13 marzo 2017

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