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L’uomo che ha salvato Nadia Murad

la sua vita è ancora in pericolo

Omar Abdel Jabar

Omar Abdel Jabar Mustafah Abdulaziz per il TIME

Venerdì 5 ottobre 2018 è stato annunciato il Premio Nobel per la pace al chirurgo congolese Denis Mukwege e a Nadia Murad, una delle donne yazide rapite dallo Stato Islamico, conosciuta a livello internazionale per aver testimoniato l’orrore subito dal suo popolo. Nel libro “The Last Girl: My Story of Captivity, and My Fight Against the Islamic State (L’ultima ragazza: la storia della mia prigionia, e la mia lotta contro lo Stato Islamico)”, Nadia racconta anche di Omar Abdel Jabar (chiamato Nasser per tutelare la sua sicurezza): colui che l’ha salvata. Il gesto compiuto da Jabar, attualmente in Germania senza aver ancora ottenuto lo status di rifugiato, è costato caro sia a lui che alla sua famiglia. Qualche mese fa, l’uomo ha parlato del suo dramma ai giornalisti del Time.

Nell’estate del 2014, quando Nadia Murad riesce a scappare dalla sua prigione e bussa alla porta di chi la salverà, Mosul è nelle mani dell’ISIS. Le famiglie che sostengono l’organizzazione jihadista sono molte, anche a seguito del crollo di popolarità dell’esercito e del governo di Baghdad. Nascondere una ragazza fuggita ai miliziani - una sabiyya - è un rischio enorme, ma questo non ferma Jabar, che decide, senza pensarci un attimo, di far entrare Nadia in casa sua e di darle rifugio. “Per favore aiutami”, dice la ragazza, “mi hanno violentata”. Questa scelta, fatta con istintiva umanità, cambierà per sempre la vita di Jabar.

Quando la diciannovenne gli racconta che cosa le è successo, l’uomo non prende assolutamente in considerazione quello che forse molti altri abitanti di Mosul avrebbero fatto: riconsegnare la ragazza e prendere i 5.000 $ di ricompensa offerti dallo Stato Islamico per questi casi. Lui, un semplice padre di famiglia con un lavoro modesto, fa “solo quello che era giusto fare”, come più tardi dichiarerà al Time. Dopo averla nascosta, arriva il passo più rischioso da compiere: aiutare Nadia a fuggire dalla città. Jabar contatta il fratello della Murad, che si trova in un campo profughi a 80 miglia di distanza, e insieme progettano il piano per portarla di nascosto fuori da Mosul e trasferirla in un luogo più sicuro. Il cugino di Jabar accetta di fornire a Nadia dei documenti falsi, con un nome arabo sunnita. Da quel momento, la giovane yazida sarà la “moglie di Jabar” che si sposta per andare in visita nella sua città natale, Kirkuk, ancora guidata dalle forze curde di stampo occidentale.

Nadia ha una notte sola per imparare tutti i dettagli della sua nuova identità, comprese le fattezze di una città che non ha mai visitato. Il viaggio in taxi verso i territori controllati dalla forze curde è tutt’altro che semplice. Le domande dei combattenti dell’ISIS sono pressanti a ogni checkpoint, ma, per fortuna, le loro regole ultra conservative non permettono di chiedere a una donna di mostrare il suo volto, cosa che avrebbe immediatamente fatto scoprire l’inganno. “Non avevo idea di come interpretare la parlata di una donna originaria del Kirkuk”, scrive Nadia nel suo libro, descrivendo nel dettaglio quei momenti di terrore vissuti insieme al finto marito che le avrebbe salvato la vita, tremando a ogni posto di blocco tappezzato dalle sue foto segnaletiche. Jabar e Nadia superano molti controlli dell'ISIS prima di arrivare a Erbil, capitale del territorio semi-autonomo dei curdi: lì si vedono per l’ultima volta.

L’indomani, gli uomini dello Stato Islamico bussano alla porta della casa di Jabar: lo hanno scoperto e, per forza di cose, deve diventare lui stesso un fuggitivo. Scappa saltando dal tetto di casa sua a quello dei vicini, sparendo in un vicolo. La sua famiglia riesce a convincere l’ISIS del fatto che abbia agito da solo e promette di rinnegarlo. Nel frattempo, Jabar riesce a farsi prestare dei soldi da uno zio e a contattare un amico che dovrebbe farlo allontanare dalla città su un camion cisterna di gas insieme al figlio piccolo e alla moglie incinta, con destinazione Europa. Il viaggio risulta però troppo pesante per un bambino e una donna in quella condizione: Randa e il figlio decidono quindi di tornare a Mosul. Jabar, diviso da tutti i suoi cari e da un figlio che non vedrà mai nascere, passa alcune settimane in Turchia, riuscendo poi a entrare in Bulgaria, a Sofia, ma qui viene arrestato insieme ad altri due richiedenti asilo. Mentre lui si trova in cella, la Murad si ricongiunge con la sua famiglia e comincia a raccontare al mondo la sua storia.

Solo nel marzo 2015, Jabar riesce ad arrivare in Germania, ma anche qui non è del tutto al sicuro. Dopo aver già dovuto cambiare numero di telefono e tutti gli account social per le continue minacce ricevute da parte di sostenitori dell’ISIS, gli arriva persino un messaggio anonimo che dice “sappiamo che ti nascondi in Germania, stiamo venendo a prenderti”. Jabar si trova in una situazione apparentemente senza via d’uscita: non può tornare a casa perché, seppure Mosul non sia più nelle mani dell’ISIS, non è ancora sicura, e non ha nemmeno la certezza di poter restare in Germania. L’unica cosa che chiede è di poter portare la sua famiglia nella piccola cittadina tedesca dove per ora ha trovato rifugio, ma questa possibilità sembra essere ancora molto lontana. Eppure, per quanto riguarda il suo gesto, non ha rimpianti: “chiunque lo avrebbe fatto”, dice. 

8 ottobre 2018

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