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Non aspettarmi vivo

di Anna Migotto e Stefania Miretti

La copertina del libro di Anna Migotto e Stefania Miretti

La copertina del libro di Anna Migotto e Stefania Miretti

Nel 2014 il Cocoricò, lo sballo sulla riviera romagnola. Nel 2016 l’ossessione per la Siria, la voglia di Califfato. Youssef Zaghba, cresciuto tra il Marocco e l’Appennino bolognese, avrebbe potuto essere uno dei protagonisti del nostro libro. È, a tutti gli effetti, uno di loro. Fratello di un altro Youssef esperto di marchi alla moda, un po’ fissato coi profumi e gli occhiali da sole, morto a Kobane combattendo nei ranghi di Daesh. Di Emino, rapper celebre per via di un video girato in discoteca tra fiumi di whisky e ragazze sofisticate in minigonna, poi anche per la fotografia che lo ritrae in Iraq in compagnia di una capra, indosso non più il completo stiloso da gangsta ma una tunica salafita. Di Farah, passata dagli shorts al niqab. Fratello di Seifeddine detto Sésco, che sfoggiando una ganzissima felpa con su scritto “This is me” ballava la break dance su quella stessa spiaggia di Sousse dove un giorno d’inizio estate si sarebbe presentato con un kalashnikov tra le mani: non più Sésco, ma Abū Yahya al- Qayrawānī .

Perché il problema, coi ragazzi jihadisti, non è che ”detestano il nostro stile di vita”, come ci piace pensare allontanando da noi la possibilità del male; il problema, casomai, è che quello stile di vita era spesso anche il loro. Il problema è che si può passare, si passa, dalla Notte Rosa di Riccione all’attentato a Londra. Soprattutto se si hanno vent’anni, si può passare dall’inseguimento di un’identità globale, probabilmente illusoria, alla fascinazione per le ideologie identitariste, certamente patacche. Si può fare, e si fa, continuando a calcare lo stesso palcoscenico, come dimostra il sangue sulla spiaggia di Sousse. Semplicemente smettendo all’improvviso di sentirsi cittadini del mondo, o non credendo più alla possibilità di diventarlo, e arruolandosi nello sgangherato esercito d’una qualche piccola patria costruita a tavolino intorno a sentimenti d’ostilità e di chiusura.

TRA EUROPA E CALIFFATO

Per provare a capire come un ragazzo possa passare dalle capriole al massacro, negli ultimi tre anni abbiamo attraversato più volte la Tunisia e il suo apparente paradosso: il Paese musulmano storicamente più vicino all’Europa è anche quello che ha fornito il maggior numero di giovani combattenti al sedicente Stato islamico. Abbiamo ascoltato i genitori, i fratelli, gli amici, gli insegnanti, gli allenatori sportivi dei tanti giovani “cambiati all’improvviso”. Siamo state testimoni del loro grande dolore. Non avevamo domande da fare, perché c’interessavano di più quelle che loro stessi si facevano e si fanno: tra sensi di colpa, vergogna, tentativi di giustificare, letture complesse o troppo schematiche, ciascuno come può e come riesce, sono in molti ad aver accettato di convivere un pezzo di strada. Abbiamo raccolto le storie di padri che non si sono resi conto di quanto stava accadendo, e di altri che hanno invece fatto di tutto per fermare i loro ragazzi, padri disposti a sacrificare la loro stessa vita; abbiamo scoperto che qualcuno ce l’ha fatta, con le parole se ve n’erano a disposizione, altrimenti con le mani, a botte; che altri no, non ci sono riusciti, e la sconfitta li ha fatti ammalare. Abbiamo raccolto i deliri di ragazzi succubi della propaganda jihadista, ma anche le parole illuminanti di uno che è riuscito a venirne fuori, e ora sa tutto su come ci si costruisce un’identità solida e a quali prezzi. Si chiama Abderhamen, a 18 anni ha scoperto il salafismo e pensava d’aver finalmente trovato “qualcosa a cui appartenere”; a venti s’è iscritto a Teologia e s’è sudato sui libri dapprima il distacco critico da quel mondo, poi il rifiuto; ora che ne ha 23 studia per la seconda laurea, questa volta in Antropologia, e si definisce un umanista. Ci ha raccontato che i reclutatori sanno di parlare a delle teste vuote e presentano il Corano come fosse un manuale d’informatica.

NOI E LORO?
È stato un lungo viaggio, di quelli che ti costringono a cambiare e poi ancora cambiare il punto di vista, finché qualcosa che somiglia a un puzzle va pian piano componendosi. Ecco che, visto dalla Tunisia, l’islam radicale finisce per assomigliare ai tanti pensieri populisti e demagogici che oggi attraversano il mondo con straordinaria fortuna. È importante saperlo. I reclutatori di ragazzi jihadisti usano il linguaggio e gli strumenti di tutti i populisti. Distillano teorie semplificatorie e parole divisive (“noi” e “loro”, funziona così anche là). Soffiano sul fuoco del vittimismo e della frustrazione. Trovano straordinari alleati tanto negli algoritmi che dividono in bolle il vasto mondo dei social network, quanto nella crisi economica.

Contrastare la loro propaganda - e in definitiva contribuire a creare un clima ostile alla proliferazione del terrorismo - è perciò, innanzitutto, una battaglia culturale, e va condotta non “contro” ma “insieme” ai musulmani, a partire dalla responsabilità e dall’amore che tutti proviamo o dovremmo provare nei confronti delle nuove generazioni. Un primo passo importante? Ammettere che quella con cui abbiamo a che fare è una tragedia comune, riconoscere ai percorsi altrui le stesse complessità che rivendichiamo per noi come un diritto.

Per battere i reclutatori sul loro stesso territorio di caccia occorre lavorare seriamente sul linguaggio e sul senso. Indicare e denunciare le parole divisive e le analisi semplificatorie è la precisa responsabilità dei media e della politica. Ma siamo poi tutti chiamati a confrontarci sul senso. Magari persino sul senso di quei cosiddetti “stili di vita” sui quali smettiamo d’interrogarci ogni volta che pretendiamo di congelarli nella rivendicazione acritica; sui sentimenti di vuoto ed esclusione che la cosiddetta società globalizzata ha cinicamente generato un po’ ovunque, persino tra i giovani più scolarizzati e benestanti - e figurarsi per chi si ritrova a passare le sue giornate seduto al caffè con un telefonino tra le mani.

Cosa farne di tutti questi giovani apatici, disillusi, disoccupati, depressi? (davvero stupisce che ad alcuni di loro la religione, una novità assoluta tra l’altro, appaia così piena di promesse?); tutti questi ragazzi alla ricerca del proprio posto nel mondo, ai quali il mondo sta rispondendo: forse non c’è più posto per voi? Ecco un terreno di discussione che a noi è parso, incontrando le famiglie e gli educatori musulmani, assolutamente non divisivo. La domanda sulla quale ci si può ritrovare. La pena non detta che abbiamo in comune, su entrambe le sponde del Mediterraneo.

Analisi di Anna Migotto e Stefania Miretti, giornaliste, autrici di “Non aspettarmi vivo", Einaudi Stile Libero.

14 giugno 2017

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