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Per una Carta dei Valori

l'iniziativa di Gariwo al Teatro Franco Parenti di Milano

Gabriele Nissim e Andrée Ruth Shammah al Teatro Franco Parenti

Gabriele Nissim e Andrée Ruth Shammah al Teatro Franco Parenti

Lo scopo di questi incontri è quello di creare le premesse per l’elaborazione di una Carta dei valori su alcuni problemi morali del nostro tempo. Gariwo, infatti, in collaborazione con il Teatro Franco Parenti, vuole proporre una discussione su alcune questioni etiche e culturali che hanno caratterizzato la sua attività sul tema dei Giusti e della responsabilità personale di fronte alle sfide del nuovo millennio. Non si tratta di elaborare una piattaforma politica, ma di indicare un orizzonte culturale che possa sollecitare un impegno comune all’interno di una pluralità di culture.

Nella storia europea di fronte a gravi emergenze, in momenti molto più difficili - quando la guerra e i nazionalismi avevano creato le macerie, o il muro di Berlino divideva il nostro continente - ci sono state esperienze che meritano di essere ricordate e che possono diventare un punto di riferimento.

Si pensi ad esempio al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, che lanciò l’idea dell’unità europea, o al messaggio di Charta 77 a Praga, che creò le premesse della resistenza al sistema totalitario. In tutte e due le circostanze fu chiesto alle forze migliori di unirsi prima di tutto attorno a un impegno etico che al contempo preservasse la ricchezza della pluralità e della diversità. Tanto Vaclav Havel a Praga, quanto Altiero Spinelli a Ventotene, di fronte alle lacerazioni provocate dal nazismo e dal comunismo, intuirono l’importanza di superare l’idea del nemico che tanti lutti aveva provocato nella storia umana e di costruire, invece, un orizzonte di condivisione.

Un nuovo inizio era possibile, non da una politica di contrapposizione contro un nuovo avversario da demonizzare, ma dall’idea di costruire insieme un percorso comune, riconoscendo con onestà le proprie debolezze e fragilità. Il vero potere, osservava Hanna Arendt, si crea nella storia quando gli uomini decidono di fare le cose insieme e non quando si combattono tra di loro, illudendosi di poter fare a meno degli altri e di essere gli unici depositari del giusto e del vero.

In secondo luogo si trattava di riconoscere come il gusto per la pluralità e l’orizzonte della democrazia erano il modo migliore per affrontare le sfide dei nuovi tempi.

Ecco perché, a Praga, chi firmava la Charta non lo faceva in nome di un’idea politica particolare o di un credo religioso contrapposto a un altro, ma in nome di un impegno per il miglioramento della società. Per chi aderiva contava prima di tutto l’impegno etico e il valore dell’intenzione morale, insieme alla consapevolezza che ogni progetto era perseguibile soltanto riconoscendo che nessuno di loro era portatore di una verità definitiva, e che per questa ragione ognuno doveva mettersi sempre in gioco.

Ecco perché si ritrovarono insieme uomini e intellettuali completamente diversi, liberali, socialisti, comunisti ebrei, cattolici, protestanti. Diversi, ma uniti dal destino comune della propria dignità, umanità e parzialità. Nessuno dei partecipanti era preoccupato di imporre all’altro in modo autoritario il proprio punto di vista, perché era convinto che la verifica delle proprie opinioni poteva risultare soltanto da un dialogo ininterrotto e da un confronto continuo in un’esperienza comune. Erano le buone opere che testimoniavano la validità o meno del proprio pensiero.

La metodologia scelta per questi incontri, è quella di presentare in ogni conferenza una riflessione analitica insieme a un’esperienza concreta di uno o più testimoni.

Tre sono gli obiettivi di questa metodologia. Aprire la discussione sui temi fondamentali del nostro tempo in un panorama culturale e politico che troppo spesso non mette al centro le grandi priorità del nostro vivere.
In secondo luogo non porre termine alla discussione con una presunta sintesi definitiva, ma sollecitare le persone a continuare il confronto in un percorso che non avrà mai fine, perché come dice Kafka esiste soltanto una verità vivente che si aggiorna in continuazione. Per questo motivo i partecipanti potranno trovare nuovi luoghi di incontro, nella rete come nel teatro, per arricchire con la loro esperienza i temi della riflessione.
In terzo luogo non soltanto presentare opinioni autorevoli su argomenti fondamentali, ma mostrare esperienze concrete di uomini che hanno cercato di mettersi in gioco attorno alle grandi sfide del nostro tempo.

Le conferenze proposte al Franco Parenti affrontano i temi che verranno elaborati nella Carta dei valori. Ci sono infatti alcuni punti nodali della crisi del nostro tempo attorno ai quali è necessario chiedere un impegno etico prioritario.

In primo luogo lo sterminio di migliaia di migliaia di uomini in Siria, insieme al genocidio degli Yazidi in Iraq, ci richiama a un nuovo fallimento delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, che ancora una volta non è stata capace di prevenire delle atrocità di massa. Nonostante esista una convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, i vari strumenti che sono stati realizzati in questi anni (Tribunali Internazionali, protezione per le popolazioni colpite, caschi blu) si sono mostrati inadeguati per i veti incrociati delle superpotenze e per un grave latitanza dell’Europa.
La responsabilità internazionale di fronte ai crimini di massa dovrebbe diventare il primo imperativo di una Carta dei valori.

Non uccidere è il primo comandamento che dovrebbe regolare l’attività degli Stati, ma ogni volta i vari interessi nazionali impediscono l’applicazione di tale principio. In questo modo, nonostante l’impegno morale ripetuto retoricamente in ogni Giornata della Memoria, quel “mai più” che il mondo ha pronunciato dopo la Shoah si dimostra una parola vuota.
Così sembra ripetersi, per tanti popoli massacrati nelle situazioni di crisi, la stessa indifferenza che caratterizzò l’abbandono degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Ciò che colpisce in questa enorme zona grigia - come direbbe Primo Levi - è che oggi le comunicazioni di massa ci permettono di conoscere il male quasi in linea diretta, ma poi scatta immediatamente un moto di rimozione che utilizza la più banale delle giustificazioni: tanto non è possibile fare niente, dunque perché ci dobbiamo pensare?

Il secondo punto della crisi del nostro tempo è il grave rischio di uno sfaldamento dell’Europa. Oggi quella unità europea tanto sognata da Spinelli sembra essere messa in discussione per il grave egoismo degli Stati europei, che si dimostrano refrattari nell’accoglienza ai migranti. Si erigono muri perché i membri della comunità si rifiutano di costruire una politica comune in grado di gestire il fenomeno epocale dell’immigrazione e di affrontare la crisi internazionale in tutto il Medio Oriente.
Ritornano sulla scena nazionalismi e populismi che indicano nell’integrazione europea la causa di tutti i mali. Essere contro l’Europa è diventata così una bacchetta magica per risolvere demagogicamente tutti i problemi, e in molti Paesi le prossime elezioni si giocheranno attorno a questo tema.

Per invertire questa tendenza è necessaria non solo una nuova dinamica politica che rilanci un progetto federale da parte delle istituzioni di Bruxelles, ma anche una grande battaglia culturale che riproponga il senso di una appartenenza all’Europa. Sentirsi europei non è un limite alla propria sovranità, ma un arricchimento della propria identità. Pensiamo per esempio nello sport il grande impatto che potrebbe avere la partecipazione di una squadra comune europea alle Olimpiadi, dove le delegazioni nazionali sfilano sotto un'unica bandiera, come ha immaginato la schermitrice italiana Elisa di Francisca, che ha festeggiato la sua medaglia con la bandiera della Ue.

Il terzo punto da affrontare è la risposta morale al terrorismo di matrice islamica. Nonostante i gravi attentati che hanno colpito l’Europa e i Paesi arabi, pochi hanno capito che per sconfiggere l’Isis e le organizzazioni terroristiche non basta il piano militare o quello della sicurezza, ma è necessario condurre una grande battaglia ideale che sottragga i giovani musulmani al fascino del terrorismo. Come tante volte nella storia, dietro a un’ideologia totalitaria, (come è appunto il fondamentalismo omicida) esiste sempre un pensiero che affascina i suoi adepti. Il terrorista che usa il suicidio come arma per uccidere il maggior numero di persone non decide di farlo perché è un matto o un depresso, ma per una convinzione profonda. Se non si affronta il paradigma ideologico che guida le azioni dei terroristi non è possibile sconfiggere questo fenomeno. Ecco perché è importante valorizzare e rendere pubbliche le azioni di quei arabi e musulmani che hanno salvato delle vite umane durante gli attentati. Essi mostrano che un’esistenza migliore è possibile, quando si accetta la pluralità della condizione umana e quando ci si prende cura degli altri in questa vita - e non in un immaginario paradiso dopo la morte - come hanno coraggiosamente affermato due grandi scrittori arabi, come Yasmina Kadra e Kamel Daoud. Il terrorista che si trasforma in una bomba umana non è un martire che lotta per la dignità, ma un assassino che distrugge l’umanità, come ha puntualizzato Yasmina Kadra nel suo libro L’attentato. È questo il cardine di una battaglia culturale contro la propaganda mediatica dei terroristi.

Perché vogliamo che questa Carta dei valori ponga al centro le figure dei Giusti del nostro tempo? È proprio la grave crisi che viviamo a richiamare l’urgenza di questo tema. Gli uomini Giusti agiscono sulla scena quando si manifesta uno spazio vuoto nella società, come nelle istituzioni.

Di fronte all’indifferenza e all’impotenza del mondo, questi uomini si assumono in prima persona il carico dei problemi, indicando con le loro azioni esemplari la strada da percorrere. Chi salva i migranti e si batte per l’integrazione, chi salva le vite negli attentati, chi reagisce alla marea montante del nazionalismo, chi cerca di allertare il mondo durante un genocidio, ci richiama alla nostra responsabilità personale.

È dunque nostro compito trasformare questi anticipatori di un mondo diverso e più umano in un sentire comune.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

21 dicembre 2016

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