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Un desiderio realizzato

parla Valeria, salvata al Bardo da Hamadi ben Abdesslem

Il cippo dedicato ad Hamadi nel Giardino dei Giusti di Tunisi

Il cippo dedicato ad Hamadi nel Giardino dei Giusti di Tunisi

A luglio, quando insieme al Ministero degli Esteri e all’Ambasciata italiana a Tunisi stavamo lavorando alla creazione del Giardino dei Giusti nella capitale tunisina, tra i nomi delle figure da onorare era subito emerso quello di Mohamed Naceur ben Abdesslem - Hamadi per chi lo conosce e per gli italiani che da oltre vent’anni accompagna a scoprire le meraviglie del suo Paese.
Il 18 marzo 2015, durante l’attentato al Museo del Bardo, la guida tunisina era riuscita a salvare diversi turisti, portandoli nella vicina questura. Quando lo abbiamo chiamato per informarlo del riconoscimento, Hamadi ha espresso un grande desiderio: poter incontrare, o almeno risentire, qualcuno degli italiani con cui aveva condiviso quel giorno.

A oltre un anno dall’attacco, e a pochi mesi dall’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Tunisi, una telefonata sembra rispondere proprio a questo desiderio. “Buongiorno, sono Valeria. Sono una delle persone salvate da Hamadi durante l’attentato al Museo del Bardo”. Valeria era in Tunisia con il marito e con una coppia di amici, e grazie all’intervento di Hamadi è riuscita a scappare dal Bardo.

“Questa esperienza ci ha segnati molto - mi racconta al telefono - e per mesi abbiamo cercato un modo per contattare Hamadi. Il marito della mia amica ha trovato il suo nome completo, e scrivendolo su Internet ho subito visto la vostra intervista e la notizia della creazione del Giardino di Tunisi. Ho quindi trovato i vostri contatti, e ho provato a chiamarvi…”.

Valeria ricorda il giorno dell’attentato: “Eravamo nella sala di Virgilio, guardavamo i mosaici. Abbiamo sentito un colpo, ma pensavamo che fosse caduto qualcosa, o che ci fosse un problema all’impianto elettrico. Quando ci siamo accorti che i colpi continuavano, abbiamo capito che si trattava di spari. Ho visto persone cadere intorno a me, i proiettili bucavano il muro e facevano polvere… In quel momento Hamadi ci ha chiamati per scappare, e siamo passati da una porta secondaria che lui conosceva. Nel caos non ho più visto mio marito, ho notato solo una figura sul pavimento con un giubbotto grigio, come quello che aveva lui. Nella fuga le altre persone mi hanno spinta giù per le scale. Io ero disperata e continuavo a urlare “mio marito non c’è più, gli hanno sparato”, ma il gruppo mi diceva di stare tranquilla e di abbassare la voce, perché i terroristi avrebbero potuto sentirci”.

Hamadi ha portato gli ospiti del Museo fino all’uscita di sicurezza, per poi attraversare il cortile di corsa - “da non respirare”, ricorda Valeria - con tutto il gruppo, fino alla vicina questura.
“Anche quando abbiamo attraversato il parco, io non ho mai pensato al peggio - ha raccontato Hamadi - eppure potevano esserci degli attentatori sulla terrazza pronti a colpirci. È stata una reazione spontanea, naturale… Io credo molto in Dio, e dico che la volontà di Dio ci ha portato fuori”.

È nella questura che Valeria si ricorda di un dettaglio. “Prima della visita al Bardo siamo passati alla medina, e Hamadi ci aveva detto di non portare con noi tutte le nostre borse, di tenere solo le cose essenziali perché si trattava di una zona poco sicura, dove i furti sono frequenti. Io quindi avevo dato il mio cellulare a mio marito, che aveva un marsupio. Quando mi sono trovata in questura non avevo niente, solo il numero 25, che era il numero del pullman: Poi però mi sono ricordata di aver dato il telefono a mio marito e ho pensato di provare a chiamarlo per vedere se fosse vivo. Nessuno sembrava avere un cellulare da prestarmi; tutti dicevano che era scarico. Poi grazie ad Hamadi ho trovato un telefono, ho fatto il mio numero e mio marito ha risposto. Era vivo”.

Il marito di Valeria si trovava ancora all’interno del Bardo, nascosto insieme alla coppia di amici in una veranda del salone, e non poteva farsi sentire per paura di essere scoperto dai terroristi.

“Ero frastornata, non conoscevo nessuno dei turisti che erano con me nella questura. Conoscevo solo Hamadi. Ed è stato Hamadi a spiegarmi che la polizia ci avrebbe fatto uscire dall’edificio ad uno ad uno. Abbiamo attraversato una strada lungo la ferrovia, per poi arrivare a un pullman con tutti i militari intorno. La strada però non era in sicurezza, e non potevamo andare al porto. Allora ci hanno condotti in un’altra caserma, più grande, dove dovevamo rimanere fin quando tutto non fosse stato sicuro. Abbiamo trovato i tavoli apparecchiati con un’arancia e una bottiglietta d’acqua. Ci siamo seduti e abbiamo scritto su dei fogli bianchi nome, cognome, nazionalità e numero della camera che avevamo sulle navi, per la Farnesina e la compagnia di navigazione. 
Verso le 5 del pomeriggio ho visto arrivare un altro pullman, il nostro pullman 25. Così ho ritrovato tutta la mia comitiva, mio marito e i miei amici, e insieme siamo andati al porto e saliti sulla nave che ci avrebbe riportato a casa. 
Con Hamadi ci siamo abbracciati e salutati ancora in preda all’emozione per quello che era successo. Per mesi ho cercato un modo di ricontattarlo, e ora finalmente l’ho trovato”.

A luglio ci auguravamo che la dedica dell’albero ad Hamadi nel Giardino dei Giusti di Tunisi fosse il primo passo verso un incontro tra la guida e gli italiani salvati. Oggi il momento di festeggiare la vita, l’amicizia e la gratitudine è davvero vicino; il desiderio di Hamadi potrà finalmente realizzarsi.

Martina Landi, Redazione Gariwo

4 novembre 2016

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