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Anniversario, un'occasione per guardare avanti

intervista ad Agopik Manoukian

Museo del Genocidio armeno, Yerevan

Museo del Genocidio armeno, Yerevan

È carico di aspettative il 98esimo anniversario del genocidio che gli armeni celebrano con iniziative culturali e funzioni religiose in tutto il mondo. A quasi cento anni dallo sterminio di un milione e mezzo di vittime, attendono ancora il riconoscimento del massacro da parte del governo turco ma non rinunciano al dialogo con i molti che, in Turchia, si dimostrano sensibili alla loro causa. 
Di questo tema, dei rapporti tesi con i vicini azeri per l'annosa questione del Nagorno Karabakh e del futuro dell'Armenia abbiamo parlato con Agopik Manoukian, Presidente onorario dell'Unione Armeni d'Italia

Il prossimo 24 aprile ricorre il 98esimo anniversario del genocidio armeno. Qual è secondo lei il significato di questa ricorrenza? 

Non credo che il trascorrere del tempo possa cambiare il significato di un fatto che ha così profondamente segnato la storia di questo popolo. Il genocidio, che si commemora il 24 aprile, si riferisce ad un processo di eliminazione e di espulsione del popolo armeno dall’Anatolia che si sviluppa in un arco di tempo di almeno una trentina di anni. È iniziato con i massacri di Abdul Hamid e poi si è esasperato con l’avvento al potere dei Giovani Turchi e si è protratto fino a quando Atatürk ha instaurato la nuova Repubblica Turca. 

In vista del 100esimo anniversario, reputa maturi i tempi per il riconoscimento del massacro da parte del governo turco?

È chiaro che queste ricorrenze - il 50esimo, il 100esimo – si caricano di tanti significati emotivi, ma certo non sono le date a cambiare le cose. Di fatto, rispetto al riconoscimento del genocidio, a livello mondiale il bilancio è sostanzialmente positivo. Soprattutto negli ultimi 20 anni sono numerosi gli stati e gli organismi internazionali che lo hanno riconosciuto. Politicamente, non tutti gli Stati hanno osato ufficializzarlo ma il genocidio è lì, documentato e fissato nella Storia. Il problema del riconoscimento riguarda il governo turco, la società turca. In Turchia è iniziato un relativo processo di revisione interna, di dibattito, che ogni tanto ha dei rovesci, dei ritorni, ma anche delle aperture. È un processo molto lungo e non so se potrà avere delle accelerazioni in occasione del 100esimo anniversario, a cui gli armeni per parte loro daranno grande enfasi e faranno nuove pressioni contro il negazionismo. La ricorrenza tuttavia di per sé non garantisce nulla; anzi, potrebbero anche verificarsi degli irrigidimenti, delle recrudescenze e si potrebbero alzare ulteriormente le difese.

Non sono mancate in Turchia manifestazioni di solidarietà e forti prese di posizione a favore della causa armena. L’impressione è quella di uno scollamento tra la società e il governo turco...

Sì, però quando si parla di società si generalizza: la società non è poi tutta fatta dalle stesse persone. È vero che esiste una distanza tra posizioni governative e atteggiamenti sociali, ma è altrettanto vero che anche all’interno della società stessa permangono movimenti conservatori e chiusure. Certo, abbiamo visto mobilitazioni consistenti, anche folle partecipanti a manifestazioni pro-armeni, che solidarizzano, come quando è morto Hrant Dink. Tutto questo rappresenta un’evoluzione nei rapporti tra turchi e armeni ma la dissociazione  tra società e governo non è così netta, perché il governo è anche espressione di una parte della società. Insomma, queste distinzioni rischiano di risultare sempre un po’ manichee...

Una sezione del Museo del genocidio di Yerevan sarà presto dedicata ai giusti turchi e curdi che tentarono di salvare gli armeni dalla persecuzione. Cosa ne pensa?

Penso che questo sia il segnale di un’analisi meno sommaria e meno semplificata della realtà. Senz’altro l’esempio dei giusti non appartiene a un solo popolo. La scelta di ricordare i giusti turchi e curdi mi sembra un’iniziativa  importante, soprattutto dal punto di vista degli armeni. È bene  avere una visione complessa e ampia della realtà. Le componenti buone, così come quelle cattive, non stanno sempre e solo da una parte. 

Cosa sta accadendo tra armeni e azeri? 

La situazione è davvero difficile da inquadrare. Il popolo azero è dominato dal monopolio di un’oligarchia che esercita un potere di tipo dittatoriale e accentra nelle proprie mani le risorse di un paese in cui vige una struttura rigidamente gerarchica. È storicamente vero che le popolazioni caucasiche e asiatiche non hanno avuto tra loro rapporti molto pacifici; ma hanno anche sperimentato modelli di convivenza reciproca che hanno funzionato. Nei primi anni del secolo scorso, però, le divisioni si sono accentuate. L’avvento del bolscevismo non ha evitato i conflitti fratricidi e nelle ripartizioni territoriali non si è tenuto conto della storia delle diverse popolazioni. Quando questo “contenitore” è venuto meno, si sono esasperate fratture rimaste per decenni nel frigorifero sovietico; tutte le tensioni sono esplose anche perché quelle terre sono ricche di risorse  strategiche . All’esasperazione del conflitto ha contribuito anche il panturchismo degli azeri. Insomma, l’analisi geopolitica è molto complessa. Storicamente tra armeni e azeri c’è sempre stata una certa conflittualità, ma in Azerbaijan nei primi anni novanta del secolo scorso vivevano ancora  tra i 400 e i 500mila armeni. La storia successiva non è che un aspetto differito della grande catastrofe iniziata con il genocidio. 

Quali sono secondo lei gli strumenti per mantenere vivo il ricordo del genocidio e la storia del popolo armeno?

Il ricordo sic et simpliciter non cambia le cose. Potrei citare Gramsci, il quale diceva che la storia è un’ottima  maestra, senza scolari. Se non c’è un processo di elaborazione più profondo sulle cause del genocidio e sul fatto che siamo tutti implicati nel produrre storie complesse e ambivalenti, se non accettiamo che vi siano quindi zone grigie dentro le società e dentro di noi, se non ci si occupa del passato in un modo che possiamo dire “elaborativo”, e si resta imprigionati  entro le pressioni della rivendicazione, allora non vedo grandi progressi. Anche per quanto riguarda la acculturazione e la socializzazione delle nuove generazioni credo ci sia molto da fare, ma penso anche che vadano individuati e costruiti modi diversi di avvicinare e avvicinarsi a queste vicende e alle problematiche che esse sollevano. Occorre tenere in mente che le lezioni della storia devono servire a guardare avanti. L’arroccarsi rispetto alla questione del genocidio entro un atteggiamento unicamente rivolto a denunciare la persecuzione e la violenza subita, non penso sia efficace. Si tratta di una posizione che rischia di diventare involutiva, nostalgica. Oggi per gli armeni credo sia importante investire per l’evoluzione dell’Armenia attuale, per lo sviluppo di questa  società. 

Gli armeni, anche quelli della diaspora, mantengono una solida identità culturale. Qual è il tratto peculiare della cultura armena? 

Il popolo armeno ha alti gradi di idealismo e di idealizzazione e questo in molti casi è stato fondamentale nei processi di integrazione. Fin tanto che gli armeni sono rimasti nei recinti culturali e linguistici del Medio Oriente, chiaramente hanno mantenuto in modo spontaneo, non intellettuale, la loro tradizione. Nel mondo occidentale, hanno dovuto affrontare realtà molto diverse. In Italia hanno trovano un’affinità culturale profonda che spiega tassi di integrazione molto più alti che in altre società occidentali, come negli Stati Uniti, dove c’è un’altra modalità nell’integrazione delle minoranze. Il genocidio è stato un importante fattore di identificazione collettiva e quindi di mantenimento dell’identità, un elemento di richiamo, di riferimento e anche di colpevolizzazione molto forte. L’attaccamento alla propria storia è forse più allentato nei popoli che non hanno subito traumi così profondi. Il ricordo del genocidio, così come per gli ebrei, è cruciale per mantenere un forte legame identitario tra gli armeni. 

22 aprile 2013

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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