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Davide e Golia nel Caucaso

di Yair Auron

La guerra di logoramento tra Armenia ed Azerbaijan nella regione del Nagorno-Karabakh reclama ancora delle vite. Una recente visita in quei luoghi pone delle questioni circa gli stretti rapporti tra Azerbaijan e Israele.

Da quando ho appreso che avrei viaggiato verso la Repubblica di Nagorno-Karabakh, nelle mie orecchie hanno ronzato le parole di una canzone che ho sentito in gioventù, ancora impressa nella mia memoria, nonostante siano passati molti anni dall’ultima volta in cui l’ho ascoltata. La canzone era “At the Edge of the Volcano”, scritta da Dan Almagor e Danny Litani nel 1972; ricordavo chiaramente la tormentosa ed evocativa interpretazione di Chava Alberstein. Anche 40 anni fa, la canzone mi aveva lasciato irrequieto e nervoso. Da quando l’ho riscoperta, ho continuato ad ascoltarla ininterrottamente, cantandone le parole: “Why don’t they run away from here, and seek a safer place where they can finally live in peace, once and for all…” [perchè non scappano da qui, cercano un luogo più sicuro dove possano finalmente vivere in pace, una volte per tutte…].

Ho pensato di viaggiare verso un luogo pericoloso, triste, forse desolato e senza speranza, un luogo dove ancora le persone sono perseguitate a causa della loro identità armena.

Ancora, io credo, per quanto meraviglioso, un luogo non vale una vita.

Trecentocinquanta chilometri separano Yerevan, capitale dell’Armenia, da Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh, alle due estremità di una strada che attraversa una pianura piatta, e che in maggior parte passa attraverso stupefacenti montagne spezzate da profonde gole. Le montagne sono quasi interamente coperte di neve - neve che è caduta su di noi durante la guida, e ancora più pesantemente è caduta su di noi una volta arrivati a Stepanakert.

Lì vivevano circa 51 mila persone, tutti armeni. È una piccola ma bellissima città, sorprendentemente pulita e ben strutturata. Stepanakert è la sede di un parlamento eletto, un presidente eletto, un governo ed un gabinetto.

Nonostante ciò, non un singolo Paese nel mondo riconosce la Repubblica del Nagorno (in russo, “montagna”) - Karabakh. Nemmeno l’Armenia può riconoscere questo stato indipendente de-facto, perché l’Azerbaijan stroncherebbe gli esili canali di comunicazione che mantiene con l’Armenia nella speranza di una futura riconciliazione, attraverso partiti di mediazione.

La Repubblica è stata fondata il 12 maggio 1994, a seguito dell’accordo di cessate-il-fuoco tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Ha una popolazione totale di 140 mila persone - di cui il 98% armeni (il totale della popolazione armena è di circa 3 milioni). Il cessate-il-fuoco portò alla fine di una guerra sanguinosa iniziata nel 1988, terminata con la cacciata degli Azeri. Al tempo, gli osservatori e gli esperti militari dichiararono che l’armena Karabakh non sarebbe sopravvissuta a lungo. Stimarono che sarebbe svanita nel giro di pochi giorni, e che la regione sarebbe stata occupata nuovamente dall’esercito dell’Azerbaijan, una forza meglio equipaggiata e più avanzata di quella armena.

Circa 9 milioni di persone vivono in Azerbaijan, che definisce se stesso uno stato musulmano secolare (sebbene sia stato recentemente teatro di alcuni fenomeni islamici terroristi). Il confine tra l’Azerbaijan ed il Nagorno-Karabakh si estende per 370 chilometri; lungo il confine, sul lato di Karabakh, ci sono centinaia e forse migliaia di bunker.

Non ho dubbi sul fatto di essere parziale, soggettivo: i miei prolungati sforzi in favore del riconoscimento del genocidio armeno da parte dello Stato di Israele hanno forgiato profondi legami tra me ed il popolo armeno. Al momento, insegno presso la American University of Armenia a Yerevan, cosa che mi regala molte soddisfazioni. Dal mio primo giorno lì, mi sono sentito a casa.

Ho deciso di andare a Karabakh per qualche giorno. Io sono un “visitatore ufficiale”, se questo può dirsi per uno stato che non ha visitatori ufficiali. Persino quando i visitatori più esperti arrivano da altri paesi, affrontano non poche difficoltà per sostenere di essere in visita privata, di modo da non farsi nemico il vicino Azerbaijan. Io sono stato ricevuto dal presidente Bako Sahakyan e dal capo del Parlamento; ho visitato la zona di confine e ho speso alcune ore in un bunker armeno, dove mi è stato possibile parlare con i soldati nella più totale libertà. Su un’insegna, all’ingresso del bunker, era scritto rozzamente: “Se perdessimo Artsakh [il nome armeno per Karabakh], sigilleremmo il fato della storia armena”. Questo sentimento è condiviso da molti degli armeni con cui ho parlato.

Questa “guerra estesa” - o “guerra morbida” (di logoramento) - è ancora in corso, oggi giorno passibile di evolvere in un conflitto su larga scala. Questo è il periodo più teso e difficile dal momento in cui fu dichiarato il cessate-il-fuoco, 21 anni fa. Dodici soldati armeni furono uccisi soltanto nel mese di gennaio, mentre i contadini che lavorano la loro terra lungo il confine vengono uccisi periodicamente. Tredici soldati servivano nella postazione militare che ho visitato; l’accampamento militare Azero dista soltanto 200 metri. L’avamposto armeno era pulito, ordinato e riscaldato; la temperatura all’esterno era al di sotto del congelamento.

Ai soldati armeni è proibito sparare senza espliciti ordini. Invece, gli azeri sparano indiscriminatamente, tanto che nessuno può camminare eretto attraverso i tunnel dell’avamposto. Gli azeri ingaggiano anche dei cecchini. Mi era permesso osservare nella direzione delle linee azere solo per pochi secondi.

Agli armeni è inoltre proibito utilizzare velivoli differenti dagli elicotteri nel Karabakh: l’Azerbaijan ha giurato di abbattere qualsiasi altro mezzo. Diverse settimane fa, un elicottero armeno è stato abbattuto durante un volo di esercitazione, facendolo schiantare all’interno dei 250 metri quadrati di terra senza nome che separa i due eserciti. Per dieci giorni, gli azeri si sono rifiutati di consegnare i corpi dei piloti. Gli sforzi di mediazione internazionale hanno fallito. I livelli più alti della burocrazia Armena e del Karabakh hanno deciso così di entrare nella zona di confine durante la notte, nell’oscurità, e recuperare i corpi congelati dei tre piloti dai luoghi in cui erano stati abbandonati nei campi, per poterli portare a casa per la sepoltura. Due soldati azeri sono rimasti uccisi durante le operazioni di recupero, che in se stesse avrebbero potuto fungere da miccia per una guerra totale. L’esercito del Karabakh era in massima allerta.

Un campo d’aviazione civile, costruito in anni recenti vicino alla capitale del Karabakh, pronto per operazioni commerciali, è stato paralizzato, perché l’Azerbaijan ha dichiarato apertamente che avrebbe abbattuto all’istante qualsiasi velivolo civile in volo vicino alla base.


Cercando la pace, pronti per la guerra

La storia biblica di Davide e Golia mi ha accompagnato per tutta la settimana. Il Karabakh-Davide è certo della giustezza dei suoi metodi e della sua eventuale vittoria. Tutti condividono questo sentimento di certezza, dal presidente al capo del parlamento agli alti ufficiali militari, fino ai soldati di più bassa leva. Il sentimento prevalente è “Noi vogliamo e cerchiamo la pace, ma siamo pronti per la guerra e la vinceremo”. Il presidente armeno Serzh Sargsyan mi disse che era pronto per una significativa connessione territoriale tra Nagorno-Karabakh e l’Armenia. L’Armenia si sarebbe solo astenuta dall’annettere ufficialmente l’enclave e la sezione ulteriore di Azerbaijan occupata, perché sapeva che avrebbe portato alla guerra totale.

Gli armeni in Karabakh ricevono aiuti significativi nel conflitto da parte dell’Armenia, ma non da parte di tutti. “Non possiamo fare conto su nessuno, a parte noi stessi” è uno degli altri ritornelli che ho sentito più di una volta durante la mia visita. “Noi siamo soli, completamente soli”.

I karabaki trasudano determinazione, e confidano nel loro potere e nella giustizia dei loro sforzi. Parlano con orgoglio dello “spirito karabako”, come fattore importante nel sostenere il loro valore militare.

Spesso, durante la mia visita, ho pensato al mio paese, Israele, nei suoi primi anni, durante la Guerra di Indipendenza del 1948, e negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la nascente nazione lottava per la sua esistenza. Gli anni precedenti al 1967 alla fine precedettero una straordinaria vittoria militare, che da allora in poi ci ha portato sull’orlo di un abisso. Oggi Israele non sta più lottando per la sua esistenza, si tratta più di uno sforzo votato al controllo territoriale. Sono tormentato dal pensiero che anche noi, Israeliani, stiamo combattendo una guerra “alla Davide e Golia”, ma con ruoli capovolti rispetto a quelli che erano mezzo secolo fa.

Ho raccontato tutto questo ai karabakhi che ho incontrato - studenti, uomini di lettere e scrittori con cui ho avuto affascinanti ed istruttive conversazioni. La storia era loro familiare. Essi appartengono alla Chiesta Apostolica Armena, e conoscono la Bibbia; alcuni la conoscono anche bene. Ma il pensiero - che ho condiviso con loro - che, nel nostro conflitto con la Palestina, noi siamo gli Azeri mentre i palestinesi sono i Karabakhi - questo pensiero è sconcertante.

Alle armi israeliane spedite all’Azerbaijan, valutate in miliardi di dollari, ed alla negazione negli anni del genocidio armeno da parte dello Stato di Israele, nelle scorse settimane si sono aggiunti nuovi sviluppi nella complessa relazione tra Israele e l’Armenia.

Rafael Harpaz, ambasciatore israeliano a Baku, Azerbaijan, in una conferenza stampa lì tenuta a gennaio ha affermato che Israele non avrebbe riconosciuto come “genocidio” l’uccisione degli armeni perpetrata dall’Impero Ottomano 100 anni fa (anche se non ha utilizzato la parola “mai”, come affermano alcuni armeni). Nessun rappresentante diplomatico israeliano aveva mai detto nulla di simile. Interrogato circa chi gli avesse dato l’autorità di fare un’affermazione del genere, l’inviato ha risposto “Non sto dicendo nulla di nuovo. Il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha detto la stessa cosa”.

Io non ho trovato alcuna prova di questa affermazione, ma non c’è dubbio che l’affermazione dell’ambasciatore incontri l’approvazione del Ministro degli Esteri israeliano.

Questo è un altro “regalo” da parte dello Stato di Israele al popolo armeno, in occasione del centenario del genocidio, che però non è stato riconosciuto nemmeno dalla maggior parte degli altri paesi del mondo. Ma non si tratta solo del fatto che il genocidio sia puramente “riconosciuto” - il fatto è che sia negato da Israele, un paese di tanti sopravvissuti dall’Olocausto. Senza dubbio, il primo ministro, il ministro della difesa ed il presidente sanno che le sofisticate armi di Israele vendute all’Azerbaijan sono mirate al raggiungimento di un unico obiettivo: sconfiggere ed occupare Karabakh. Esiliare gli armeni da quel territorio.

Il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha rimarcato pubblicamente questo obiettivo, in quasi tutti i discorsi fatti nei mesi recenti. Tuttavia, almeno a partire dal 2012, sono state pubblicate relazioni secondo cui Israele avrebbe accettato un colossale accordo sulle armi, valutato per 1.6 miliardi di dollari, secondo cui avrebbe fornito droni all’Azerbaijan.

In aggiunta, la scorsa estate, subito dopo l’Operazione del Margine di Protezione, il Ministro della Difesa Moshe Ya’alon ha ritenuto appropriato un viaggio in quel luogo per una visita. Dopodiché, Aliyev ha dichiarato ai suoi soldati sul fronte: “Abbiamo sconfitto gli armeni in politica, li abbiamo sconfitti sul piano economico. Ora saremo vittoriosi anche nella battaglia. Distruggeremo i loro villaggi e le città e ci riapproprieremo delle nostre terre. Noi possediamo le arme più evolute al mondo”.

Si riferiva alle armi vendute da Israele, tra gli altri Paesi.

Dal canto loro, durante la guerra, gli armeni guadagnarono moltissimo terreno dall’Azerbaijan, soprattutto nel Sud-Est del Paese, cacciando praticamente tutti gli azerbaijani da lì e dal Karabakh. Hanno perso anche qualche territorio nel nord del paese. I karabakhi affermano legittimamente che questi ultimi sono territori appartenenti al Karabakh storico, strappati via da loro da parte dell’Unione Sovietica negli anni Venti, durante il governo leninista e staliniano. Menzionano la presenza di antiche chiese armene nell’area, tra cui alcuni risalenti al decimo secolo e precedenti.

L’unione sovietica divise le regioni abitate dai diversi gruppi etnici che controllava, come parte di una ben nota politica imperialista di divisione e conquista. Così il Karabakh fu annesso all’Azerbaijan, contro il volere dei karabakhi, che erano di appartenenza etnica armena, e la regione fu separata dalla Repubblica Socialista Sovietica. Il territorio del “Karabakh sovietico”, però, non era identico al Karabakh storico.

Durante gli anni del governo sovietico, gli azerbaijani adottarono una varietà di metodi per incrementare la proporzione dei loro compatrioti nel Karabakh e per ridurre il numero di armeni, che negli anni Venti configuravano circa il 95% dei residenti.


‘Non siamo barbari’

All’inizio della guerra, nei tardi anni Ottanta, i crimini di guerra ed i crimini contro l’umanità erano quasi certamente perpetrati da ambo le parti. Ho visto diversi villaggi azerbaijani distrutti vicino al confine. Ciò che restava delle case e dei recinti ora si erge come monumenti, in una regione dalla bellezza stupefacente. I siti mi ricordano delle città distrutte da altre guerre in altri luoghi. Tuttavia, in tutti i villaggi le moschee erano lasciate intatte. “Non siamo barbari”, mi ha detto un soldato.

L’Impero Ottomano, la Turchia nel suo risveglio, e l’Azerbaijan sovietico hanno distrutto centinaia di chiese - convertendone alcuni in moschee.

In una lunga conversazione informale durante un pranzo con il presidente Sahakyan, questi rifiutò di dire una sola parola contro gli Azeri. Disse ripetutamente che il suo paese ricerca la pace, ma era certo della vittoria nel caso di una guerra totale. Tuttavia, desiderò sottolineare: la nostra visione di lungo termine è quella di guadagnare pace e indipendenza, e ottenere il nostro posto nella famiglia degli illuminati e nei popoli democratici.

I giorni spesi in Karabakh sono stati formativi, per me, e ho intenzione di tornarci. Mi identifico con le difficoltà e i sacrifici dei karabakhi in nome della libertà e dell’indipendenza, e per quanto possibile mi sforzerò di partecipare agli sforzi. Lo faccio prima di tutto e soprattutto in quanto essere umano, ma anche in qualità di ebreo ed israeliano.

Se la guerra dovesse esplodere nel Nagorno-Karabakh durante il centenario del genocidio armeno, i karabakhi saranno soli ancora una volta, e potranno contare solo sull’Armenia. Il mondo fu silenzioso nel 1915, era silenzioso durante l’Olocausto, era silenzioso durante il genocidio in Ruanda, ed è rimasto silente di fronte a molti altri eventi simili.

Il pensiero delle armi israeliane nelle mani dell’Azerbaijan non mi permette di dormire la notte. Questo è un tradimento alla memoria dell’Olocausto e alla memoria delle sue vittime; è un atto di bancarotta morale.

Mentre mi trovavo lì, sentii Itai Mack, avvocato israeliano che ha lavorato con me per rivelare la vendita di armi israeliane al governo ruandese e serbo durante i mesi in cui il genocidio era perpetrato in quei paesi. Finora, il sistema giudiziario israeliano ha rigettato le nostre petizioni - basate sulla Legge di Libertà dell’Informazione - per via del rilascio di informazioni, citando questioni di sicurezza. Siamo ora in attesa di una decisione da parte della Corte Suprema, che Mack mi ha detto non essere prevista prima del dicembre di quest’anno.

Nei mesi passati, abbiamo lanciato la chiamata per la fine dell’ampio invio di armi all’Azerbaijan. Le organizzazioni internazionali riconoscono lo stato di tensione della regione, soggetta a catastrofi umanitarie e crimini di guerra.

Lo scorso 24 febbraio, Yoram Ziflinger - direttore operativo della Defense Export Controls Agency, branca del Ministero della Difesa - ci scrisse: “Qualsiasi decisione implica una varietà di considerazioni, il cui comune denominatore sia l’interesse nazionale”.

In risposta alla richiesta di Haaretz di affrontare l’argomento delle vendite dell’industria della difesa all’Azerbaijan, un portavoce del Ministero della Difesa ha dichiarato: “Non è abitudine del Ministero trattare di questioni circa i soggetti coinvolti nelle esportazioni della sicurezza”. 

Yair Auron, storico e professore israeliano, specializzato in studi sull'Olocausto e sui genocidi

21 aprile 2015

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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