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Genocidio armeno, le parole di Francesco e l'ambiguità della politica

Intervista al professor Marcello Flores

Manifestazione a Bucarest del 24 aprile 2012

Manifestazione a Bucarest del 24 aprile 2012 Reuters/Bogdan Cristel

Con la deportazione di molti intellettuali e dirigenti della comunità armena di Costantinopoli, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1915, aveva inizio il Metz Yeghern, il "Grande Male". Lo sterminio di circa 1.500.000 armeni perpetrato dai   "Giovani Turchi" è ancora negato dal governo di Ankara, nonostante sia sempre più alta l'attenzione dell'opinione pubblica turca sui tragici fatti di un secolo fa. Le parole di Papa Francesco, che nell'omelia del 12 aprile scorso ha definito quello sterminio "il primo genocidio del '900", non solo hanno provocato la reazione durissima di Ankara, ma hanno anche reso più evidenti le ambiguità e i silenzi di molti governi occidentali, compreso quello italiano, sulla questione del riconoscimento alla vigilia delle celebrazioni per il centenario del genocidio.

Ne abbiamo parlato con il professor Marcello Flores, docente di Storia comparata e Storia dei diritti umani all'Università di Siena e direttore del Master europeo in Human Rights and Genocide Studies, che ha da poco dato alle stampe la nuova edizione de Il genocidio degli armeni (ed. Il Mulino), con una ricostruzione ancora più approfondita dei processi che portarono all'eliminazione del popolo armeno. 

La dura reazione del governo turco alle parole di Papa Francesco, le posizioni dei governi occidentali - di quello italiano in particolare - hanno portato alla luce ancora una volta le forti implicazioni politiche legate al riconoscimento del genocidio armeno. Si può parlare di “doveri” della politica rispetto alla realtà storica?

Se è vero che nessuno Stato, nessun governo, deve intervenire nel proporre una verità storica, è altrettanto vero che non prendere posizione di fronte a fatti palesi e riconosciuti da tutti, lasciando solo agli storici il compito di pronunciarsi in merito, è segno di grande confusione, di ambiguità o del timore opportunistico di dar fastidio a qualcuno. Credo siano queste le caratteristiche delle dichiarazioni del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi, che ha appunto cercato di evitare qualsiasi coinvolgimento del governo nel riconoscimento del genocidio armeno. Ma riconoscere un fatto storico è il minimo che ognuno possa fare, anche un governo. Direi, con un eufemismo, che si è trattato di una caduta di stile del Sottosegretario nei confronti degli italiani, degli armeni e delle vittime di quel genocidio avvenuto 100 anni fa.

Nell’omelia del 12 aprile il Pontefice ha definito quello armeno “il primo genocidio del ‘900”, mettendolo in relazione con gli altri crimini del secolo scorso e con le persecuzioni di cui oggi sono vittime i cristiani d’Oriente. Cosa ne pensa?

Ritengo che il Papa abbia fatto un gesto coraggioso, non solo nel sottolineare come si sia trattato del primo genocidio del ‘900, ma anche inserendolo tra quelli più noti e condannati dello stesso secolo. Credo, poi, che il richiamo alle uccisioni odierne dei cristiani sia stato l’occasione per una considerazione più interessata, direi di parte, che non a caso ha costituito, dal punto di vista storico, l’aspetto meno significativo del suo discorso. Attribuire di fatto il genocidio degli armeni all’odio religioso è chiaramente un’esagerazione che non trova riscontri nella natura sostanzialmente politica, demografica, ideologica del governo dei Giovani Turchi, che perpetrarono il genocidio nel 1915.

La reazione della Turchia è stata durissima, ma in passato non sono mancati seppur minimi segnali di distensione. Si è trattato solo di provocazioni o c’è da parte della Turchia una volontà di aprire al dialogo rispetto alla questione armena?

No, da parte del governo turco non c’è nessuna volontà in questo senso. Credo che la reazione molto violenta nei confronti del Papa sia scaturita proprio dal timore che si continui a parlare così apertamente del genocidio degli armeni. Il governo ha ormai accettato che all’interno della società turca si parli di genocidio, tant’è vero che oggi - diversamente da quanto accadeva fino a poco tempo fa - non si finisce più sotto processo per l’uso di questo termine. Inoltre, uno dei maggiori bestseller degli ultimi due anni è il libro del giornalista e scrittore turco Hasan Cemal - nipote di uno dei triumviri responsabili del genocidio - il cui titolo è 1915. Il genocidio armeno. La preoccupazione di Erdoğan è evitare che dappertutto avvenga quello che sta succedendo nella società turca, ed ecco perché tenta di porre un argine alle versioni ufficiali degli altri Paesi su questo tema.

Qual è l’atteggiamento della società turca rispetto alla questione armena?

Se ne parla sicuramente molto di più che in passato. Molti giornali, anche quelli conservatori e più vicini alla linea del governo, ormai usano il termine genocidio, se non altro per riportare l’altro punto di vista sulla questione. Di certo la manifestazione del 24 aprile per il centenario del genocidio armeno, organizzata da decine di associazioni non governative con la minoranza armena, sarà un successo e le autorità lasceranno in pace i manifestanti. Prima o poi anche il governo, pur non riconoscendo l’uso del termine “genocidio”, dovrà accettare che si possa e si debba parlare sempre più di quello che è successo cento anni fa.

Perché la Turchia rifiuta l’uso del termine genocidio?

Credo vi sia innanzitutto una reazione psicologica, quella per cui a nessun Paese fa piacere ammettere di aver commesso crimini terribili, seppure per mano dei governi del passato. In secondo luogo c’è quella continuità ideologica che, a partire dalla Repubblica di Atatürk, la Turchia ha mantenuto con il nazionalismo radicale dell’epoca della guerra. Infine, c’è forse il timore da parte del presidente Erdoğan di lasciare la tradizione laica nazionale in eredità ai suoi avversari, e di uscire indebolito da un conflitto su questo terreno, su questioni legate alla religione islamica, al velo e a tante altre cose.

Ci sono elementi concreti che fanno sperare in una ripresa del dialogo tra Armenia e Turchia? Cosa possono fare gli armeni?

È fondamentale che il processo di democratizzazione vada avanti tanto in Turchia quanto in Armenia. Questa è l’unica garanzia perché si riprenda il dialogo e si arrivi a una situazione meno conflittuale di quella odierna. Per quanto riguarda gli armeni, credo che dovrebbero cercare di affrontare la situazione del Nagorno Karabach, tenendo presente anche il complesso aspetto del diritto internazionale. È ovvio che questa situazione non riguarda direttamente la Turchia ma l’Azerbaigian; tuttavia la posizione molto rigida dell’Armenia non facilita e non contribuisce alla ripresa di relazioni più ampie all’interno di tutta l’area. 

di Valentina De Fazio

22 aprile 2015

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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