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Gli Stati Uniti riconoscono il genocidio armeno

di Simone Zoppellaro

Per la prima volta la più grande potenza al mondo, gli Stati Uniti, a oltre un secolo da quegli eventi, rompe il silenzio sul genocidio armeno. Lo fa con una risoluzione, approvata ieri a larghissima maggioranza dalla Camera (405 voti favorevoli e 11 contrari) che pone fine a una danza macabra protrattasi fin troppo a lungo: un solo presidente fino ad oggi, Ronald Reagan, ha avuto infatti il coraggio di usare la parola “genocidio” nei confronti del Metz Yeghern – il Grande Male, come lo chiamano gli armeni –, mentre per il Congresso si tratta, in assoluto, di un riconoscimento senza precedenti per questa tragedia costata la vita, durante il primo conflitto mondiale, a un milione e mezzo di persone.

Tante le ragioni di questo ostinato negazionismo, cui la risoluzione di ieri pone un seppur tardivo rimedio: dalla Guerra Fredda, che aveva visto su fronti contrapposti la piccola Repubblica sovietica armena e la Turchia, fedele alleata nella NATO; fino all’ostinazione con cui Ankara ha perseguito per decenni una politica di pressioni e minacce nei confronti di chiunque, poco importa se Stato o personalità pubblica, provasse a farsi promotore di questa verità storica.

Grande commozione da parte della nutrita comunità armena americana, ma anche dai discendenti del genocidio, sparsi in tutto il mondo dopo la catastrofe del 1915. Una risoluzione che si apre con una apprezzabile menzione dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau, un Giusto che si oppose con grande coraggio al Metz Yeghern, e che ricorda – cosa spesso poco nota – come il genocidio abbia travolto anche altre minoranze cristiane dell’Impero Ottomano, dagli assiri ai greci. Importante anche il riconoscimento tributato alla figura di Raphael Lemkin, l’inventore della parola e del concetto di genocidio. Per quanto spesso lo si ignori (o si finga di farlo), l’idea stessa di genocidio è contenuta fin dal principio nella definizione e nella storia di questo termine. Lemkin, infatti, coniò il neologismo proprio in base alle similitudini da lui riscontrate fra la Shoah e il Metz Yeghern.

Ma non solo del passato si è discusso ieri nel dibattito alla Camera. Come spesso avvenuto nel caso del genocidio armeno, il riconoscimento è arrivato in un momento storico ben specifico, in cui Washington, dopo aver offerto a Erdogan su un piatto d’argento il Kurdistan siriano, vuole esercitare pressioni su Ankara, dando al contempo un segnale, sia all’interno che all’esterno, di non sudditanza nei confronti dell’autocrate turco.

Non a caso Nancy Pelosi, durante il dibattito alla Camera, ha ribadito come “i recenti attacchi dei militari turchi contro il popolo curdo sono un forte monito riguardo al pericolo per il nostro tempo”. E non serve alcuna malizia per ricordare come sia più semplice mettere nero su bianco una risoluzione su una tragedia del secolo scorso, peraltro non vincolante per la Turchia, rispetto al porre freno alla macchina della morte messa in moto da Erdogan che, proprio in questi giorni, compie massacri di curdi, armeni, assiri e yazidi in quegli stessi territori che, al tempo del genocidio, furono teatro di pagine terribili.

Un’affinità che dev’essere assai ben chiara anche alla mente di Erdogan, che solo pochi giorni fa vantava, con esplicita menzione a quanti si opponevano alla sua invasione del Kurdistan, come la Turchia nella sua storia non abbia mai compiuto massacri di civili; altri i crimini da ricordare, secondo il presidente turco: da Srebrenica alla persecuzione dei Rohingya, dalla Palestina fino agli uiguri e all’Afghanistan.

È giusto dunque gioire ed essere grati agli Stati Uniti per questo importante riconoscimento storico, che mette in difficoltà tanto i negazionisti, vecchi e nuovi, che quella retorica vittimistica di cui il presidente turco è solo un triste e tardo epigono. Ma questa risoluzione non deve servire solo a rimarginare vecchie ferite, per quanto profonde. Il Medio Oriente di oggi sta conoscendo, con una ferocia e una rapidità non inferiori a quelle dimostrate dai Giovani Turchi un secolo fa, una crisi che vede sull’orlo dell’estinzione le diverse minoranze etniche e religiose di sono composte quelle terre.

Il più grande omaggio che possiamo fare alle vittime del passato, alle loro memorie di sangue, è batterci affinché non si ripetano e si ripresentino. Di lacrime tardive è pieno il mondo; e il pericolo è che, a volte, a nulla servano. Ripartiamo da questo giusto riconoscimento del passato che ci arriva da Washington per guardare, con occhi nuovi, al nostro presente e al prossimo futuro. Per riprendere coraggio.

Che la giustizia di ieri sia anche quella di oggi e di domani.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

30 ottobre 2019

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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