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I disobbedienti e i gesti di resistenza

di Agopik Manoukian

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Agopik Manoukian alla presentazione del libro di Pietro Kuciukian I disobbedienti. Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno (Guerini e associati, Milano 2016) al Memoriale della Shoah, il 16 maggio 2017.

Seguo Pietro Kuciukian da anni. La nostra è una bella amicizia, fatta di condivisione di viaggi e iniziative varie. Tra queste la presentazione di diversi suoi scritti, che ogni volta hanno dei punti comuni ma anche sorprese e diversità (per il tema, per l’approccio…).

Comune è la sua facilità nel narrare e nel mescolare emozioni, notazioni sul paesaggio con riferimenti sia storici che contingenti: la moto, la moglie, il profilo di una persona. In questo testo questi aspetti sono meno evidenti e confinati nei brevi incipit di ogni capitoletto: sono gli unici momenti di respiro in un testo sostanzialmente angosciante per il tema che affronta. Perché sul bene di cui si vorrebbe celebrare l’esistenza continua a gravare e a dominare il suo opposto.

Che cosa muove Pietro Kuciukian a questa ricerca? Innanzitutto un episodio familiare. Nel 1895 a Istanbul c’è un pogrom antiarmeno. Un vicino di casa nasconde la famiglia Kuciukian nella propria cantina, riuscendo così a salvarli. In secondo luogo, l’importanza di esprimere un riconoscimento a “coloro che non vollero partecipare allo sterminio”. Questo come reazione ai monumenti ai massacratori e alle celebrazioni che ancor oggi si fanno (vedi Topal Osman, il dr. Resid Bey,…Kemal Ataturk) . L’amara constatazione è che “a chi si oppose non è stato dedicato nulla” (p.18).

Il testo esplora le diverse manifestazioni di “resistenza” a fronte delle iniziative del triunvirato di Taalat Pascià, Gemal Pascià e Enver Pascià – i tre maggiori responsabili del genocidio armeno.

Pietro Kuciukian va rintracciare ad uno ad uno questi episodi di resistenza negli innumerevoli saggi, testi storici, memorie, riferiti al genocidio relativamente agli anni 1915-1923.

Attori di questa resistenza sono non solo dei turchi. Ci sono infatti anche dei Kurdi, degli arabi e .. perfino un sudamericano. È una resistenza fatta di piccoli e grandi gesti. Una resistenza che non è organizzata e che si articola sostanzialmente lungo due filoni: quella istintiva e spontanea, che proviene dalle persone più prossime alle vittime designate (generalmente si tratta di vicini di casa, uomini e donne senza nome), e quella degli uomini delle Istituzioni e dell’organizzazione dello Stato sviluppata da chi ha il potere e l’autorità ai diversi livelli della scala gerarchica ottomana - governatore della provincia (Vali), governatore del distretto (mutessarif), autorità del cantone (Kaimakam), capo del quartiere (mukhtar), capo del villaggio (mudir) – e da chi ha autorità professionale come il giurista (mufti) o il sacerdote (mullah).

I percorsi seguiti nella narrazione sono due. Uno geografico: il viaggio nelle diverse regioni dell’Anatolia ottomana, iniziando da Istanbul sino ai confini della Siria. In ciascuna regione Pietro Kuciukian rintraccia le diverse figure di resistenti. In alcuni casi cerca anche di caratterizzare i diversi territori da un punto di vista socio- culturale o logistico. Ad esempio quello di Kutaya è un distretto dove gli armeni risultano assai bene integrati nella società locale e sembra insostenibile l’ordine di deportazione. Molto diversa la situazione nel distretto di Van, dove la popolazione deve difendersi da un assedio che dura settimane…Altri distretti come quello di Konya sono invece punti nevralgici lungo il percorso che porta al deserto, perché vi affluiscono armeni provenienti da più parti dell’Anatolia.
Il secondo percorso è tipologico. Pietro Kuciukian in questo caso tenta di individuare una vera e propria tipologia dei gesti di resistenza, differenziandoli in base alle modalità con cui si esplicano, ai ruoli sociali dei resistenti, alle loro probabili motivazioni, agli esisti dei loro atti. La tipologia che ne deriva è abbastanza estesa: sono ben tredici, infatti, le varianti individuate. In ciascuna compaiono i nomi delle persone i cui gesti hanno caratteristiche coerenti con il tipo ideale descritto.

Quali sono gli esiti di questi gesti di resistenza ?

Non sono rassicuranti.

Ai gesti di disobbedienza seguono – spesso - esiti ancora più cruenti. Anche l’islamizzazione e la conversione, che sembrano essere l’unica via percorribile per avere salva la vita, non sempre danno gli effetti sperati e promessi. Il più delle volte la conversione è solo un pretesto: non garantisce incolumità.

Sullo sfondo di ogni gesto di resistenza domina così quella “nera macchia” che grava sull’intero popolo turco e di cui parla il poeta turco Nazim Hikmet in un bellissimo verso messo in exergo all’inizio del testo. “Nera macchia” come presenza inesorabile, crudele, alla fine quasi sempre vincente, che si presenta sotto un doppio volto.

Quello di un ordine superiore, istituzionale (lalegge sull’ordine di deportazione di tutti gli armeni e la legge sulla confisca di tutti i loro beni) che ha come obiettivo quello di estirpare la presenza armena sul territorio o negarla definitivamente. Questa volontà è ulteriormente dimostrata dall’accanimento sui bambini come possibili futuri armeni. Vanno eliminati o turchizzati. Che in loro non ci sia più traccia di qualcosa di armeno. I “salvati dalla spada” (così vengono chiamati i sopravissuti) devono essere “esentati” dalla memoria. L’ordine superiore segue una logica razionale/radicale, e deve essere attuato/eseguito senza eccezione.

Chi contravviene o resiste va eliminato - o perlomeno allontanato. L’autorità ultima è quella del Ministero dell’interno – autorità civile, non militare. Una distinzione che permette di avocare a Taalat Pascià l’ultima parola sul destino degli armeni (e non ad esempio al suo collega Gemal, che con il suo progetto politico e territoriale voleva lasciare – tardivamente - un minimo spazio vitale anche gli armeni).

In secondo luogo, il volto anonimo – implicito – non dichiarato, ma effettivo nelle conseguenze di una “sospensione delle regole” favorita dallo stato di guerra e dalla difficoltà di controllare nei minimi particolari un’operazione di pulizia così estesa che riguarda una popolazione “mischiata” che vive tra le montagne e si incammina giorno e notte verso il deserto. Sospensione delle regole significa che chiunque (non armeno) ha il diritto di uccidere, saccheggiare, spogliare: il lavoro sporco non necessariamente deve farlo l’esercito. Meglio se la responsabilità è imputabile ad altri: i circassi, i curdi, gli ex carcerati…le milizie speciali. Il motore è dato dall’avidità (dei singoli e dello Stato) di appropriarsi dei beni degli armeni: beni privati ma anche spazi ed edifici collettivi come le scuole, le chiese. Inoltre donne, ragazze e bambini nella misura in cui possono essere usati/e abusati/e come servi/e come schiave…Emerge l’immagine di una rete di individui famelici presenti in modo diffuso sul territorio, che si avventa sulle prede armene, sui loro beni, sui loro indumenti, sulle loro monete nascoste nei corpi…Questa seconda componente della “macchia nera” era dominante nei massacri Hamidiani di fine ‘800.

Qui è l’inverso.

I gesti di ”resistenza”, se fisicamente non riescono a fermare l’onda sterminatrice - e a volte riescono solo a ritardarla, o a salvare dalla morte alcuni individui o gruppi di individui, a livello “secondario” non sono però perdenti se riescono a fare “resistenza” all’oblio e si trasformano in testimonianza e prova.

Testimonianza quando i gesti di resistenza riescono a non essere cancellati e di essi rimangono le tracce, quando contrastano la negazione. Questo avviene ad esempio attraverso la scrittura, la parola che può e riesce ad essere tramandata.

Pietro Kuciukian si sofferma in particolare sui gesti di due persone che – è da sottolineare – non sono turchi, ma in alcuni momenti della loro carriera professionale operano alle dipendenze e all’interno delle istituzioni turche. Uno è l’ufficiale circasso Hassan Amdja e l’altro è l’arabo beduino Fayez El Gossein, che è stato Kaimakam della regione di Karput.
Del primo si conosce in dettaglio come - su incarico di Gemal Pascià, che desiderava divenire “Sultano del Medio Oriente” - cercasse di adempiere con scrupolo ed efficienza al salvataggio e al trasferimento sulla costa del Mediterraneo di migliaia di armeni destinati ad un ‘orrenda fine” nei campi della regione di Hauran, e come venne ripetutamente contrastato non solo durante la sua opera – tanto da essere costretto a desistere - quanto anche nel raccontarla in una serie di articoli pubblicati nel 1919 su un quotidiano di Istanbul che suscitarono l’immediata opposizione e biasimo da parte dei lettori per aver parlato, per aver voluto raccontare … “in un momento (siamo nel 1919) in cui tutti tacciono (…) tu ti metti a spandere il fiele!”

L’altro episodio di chi “spande il fiele” è riferito a Fayez El Gossein, l’arabo - beduino che dopo aver prestato i propri servigi alle amministrazioni locali turche viene arrestato perché sospettato di tramare per l’indipendenza araba in un’area mediorientale (volendo sottrarla all’impero ottomano). Durante il trasferimento verso il luogo della sua prigionia e l’esilio a Diarbekir vede scene drammatiche e ascolta numerosi superstiti che gli trasmettono ogni genere di testimonianza, che riporterà in uno scritto che rappresenta uno dei primi documenti di memoria sul genocidio reso pubblico già nel 1916. Attorno a questo personaggio sicuramente singolare e attivo, Pietro Kuciukian costruisce una dei suoi eventi di resa omaggio e di riconoscenza a chi ha espresso solidarietà verso gli armeni. Le tappe di questi pellegrinaggi sono noti a chi conosce e ha letto i suoi libri: la ricerca della famiglia del giusto, la ricerca della sua tomba, l’incontro con i discendenti. In questo caso è l’ottantenne figlio di Fayez, con il proprio figlio e con il nipote. E infine il viaggio a Erevan per deporre sulla “collina delle rondini” qualche zolla di terra dell’Haurun.

L’ulteriore rilevanza di questi gesti è rappresentata dal loro valore di ”prova”: provano cioè che gli ordini di sterminio e di esproprio ci furono. E provano – cosa che a Pietro Kuciukian sta molto a cuore - che non tutti i sudditi ottomani approvarono e non tutti furono indifferenti a quanto vedevano.

Certamente però solo pochi ebbero il coraggio di far sentire la propria voce, il proprio dissenso, solo pochi pagarono il pesante prezzo di contrastare la follia, di non sottomettersi alla maggioranza silenziosa asservita che si sottrae all’evento, lo evita.

Agopik Manoukian, presidente onorario dell'Unione degli Armeni d'Italia

22 maggio 2017

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il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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