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Il Papa in Armenia al Giardino dei Giusti

di Pietro Kuciukian

Papa Francesco e il patriarca armeno Karekin II al monastero di Khor Virap,

Papa Francesco e il patriarca armeno Karekin II al monastero di Khor Virap, LaPresse

Durante i tre giorni della visita di Papa Francesco in Armenia, sono stati numerosi i gesti che hanno colpito la mente e il cuore degli armeni, in patria e in diaspora. Uno tra i tanti, dopo la presenza silenziosa e raccolta davanti alla fiamma perenne del memoriale del genocidio, segnata da poche brevi preghiere con il Katolikos di tutti gli armeni, Karekin II, il suo cammino verso il Giardino dei Giusti che si trova all’ingresso del viale che conduce al memoriale, e il gesto semplice e forte di piantare un albero e di versare un po’ d‘acqua per farlo vivere e far vivere insieme la speranza della pace. Un messaggio agli armeni, ai turchi, ma anche a tutto il mondo.

Papa Francesco ha toccato l’animo di un popolo che lo attendeva con tutta la gioia e l’accoglienza di cui è capace. Cerimonie, incontri, scambi di Doni, liturgie solenni e una preghiera ecumenica che ha radunato nella grande piazza della “libertà”, piazza della Repubblica di Yerevan, migliaia di persone. Applausi spontanei di una popolazione colma di gratitudine per papa Francesco che ancora una volta, dopo il 12 aprile del 2015, ha ricordato lo sterminio di un milione e mezzo di innocenti e ha pronunciato la parola tanto attesa, “genocidio”. Nello stesso tempo il Pontefice ha scritto indelebili parole di pace sul Libro d’Onore del Memoriale: Qui prego col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro. Un esempio di come si può stare dalla parte della verità, della libertà, della giustizia. Il riconoscimento di come deve essere chiamato il crimine contro l’umanità con cui si è aperto il Novecento, accompagnato dal richiamo alla memoria del Bene capace di prevenire altre tragedie, di demolire il muro del negazionismo, di aprire la strada al dialogo e alla riconciliazione tra i popoli. Le menti e i cuori di tre milioni di armeni in patria e di otto milioni in diaspora, figli, nipoti, pronipoti dei sopravvissuti, sono stati profondamente toccati.

Identità cristiana, quella del popolo armeno, assunta non come un abito, ma come fonte di verità e illuminazione capace di creare l’unità del popolo e di alimentare la sua cultura. Papa Francesco ha manifestato per tutta la durata della sua visita, gesti di fratellanza sincera e il popolo ha sentito fortemente la sua vicinanza.

Mi ha colpito l’insistenza di papa Francesco sulla necessità non solo di camminare insieme, ma di “correre” insieme. Sono tempi in cui si impone alle Chiese universali, ai politici, a tutti noi, di unire le forze, di guardare a questa contemporaneità su cui si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, delle guerre, dei nazionalismi, dei muri, dei fili spinati che fermano il nuovo nemico, l’immigrato, e di reagire.
Come? Papa Francesco ha indicato la strada e l’ha indicata soprattutto alle nuove generazioni: Cari giovani, questo futuro vi appartiene, ma facendo tesoro della grande saggezza dei vostri anziani, ambite a diventare costruttori di pace, non notai dello status quo, ma promotori attivi della cultura dell’incontro e della riconciliazione.

Nel 1995 mi ero recato insieme a Mischa Wegner a Yerevan per deporre, nel Muro della memoria dei Giusti di Dzizernagapert, le ceneri di Armin Theophil Wegner, il padre di Mischa, un “Giusto” per gli armeni e per gli ebrei. Dopo una commovente cerimonia, al suono del “duduk”, ci siamo diretti verso il giardino dove si onoravano i capi di Stato e le personalità di tutto il mondo che avevano voluto condividere la memoria della tragedia del popolo armeno, uno spazio che è diventato anche il Giardino dei Giusti, di fronte al monte Ararat, il sacro simbolo degli armeni di tutto il mondo. A partire da questo primo riconoscimento dell’opera di un testimone di verità, ho fondato il Comitato dei Giusti per gli Armeni "La Memoria è il Futuro", al quale è seguito nel 2001, grazie all’incontro con Gabriele Nissim, il Comitato Gariwo, la foresta dei giusti. Proprio con Nissim, presidente di Gariwo, al Memoriale di Yerevan, abbiamo piantato un albero in memoria dei Giusti. Ogni anno ho portato la terra tombale di altri Giusti di tutto il mondo che hanno salvato gli armeni o testimoniato la verità del genocidio e l’ho tumulata nel Muro della memoria a loro dedicato. Nel 2012, un giardino dei Giusti è sorto anche nella città di Gyumri, visitata da papa Francesco, che porta ancora i segni delle distruzioni provocate dal terribile terremoto del !988. Con l’aiuto del console italiano a Gyumri, Antonio Montalto, alla presenza di alcuni intellettuali turchi, un cippo è stato dedicato a Hrant Dink, il giornalista assassinato a Istanbul nel 2007, impegnato a far crescere il dialogo tra turchi e armeni.

Gli alberi al Memoriale di Yerevan oggi sono numerosi, il “Giardino” è diventato un bosco; e al Monte Stella di Milano e in tanti altri luoghi in Italia e in Europa, grazie all’impulso di Gariwo, si moltiplicano i Giardini dedicati alla memoria del Bene.

Il gesto del Papa che solleva la terra e si prende cura del nuovo albero è un grande messaggio: avere cura della memoria del Bene, “fonte di pace”, aprire lo sguardo sul mondo di oggi e cercare di sanare le ferite, servendoci attivamente dell’esempio dei Giusti che in tutti i genocidi e totalitarismi del Novecento, ma anche oggi, nelle tragedie del Medio Oriente e in tante altre parti del mondo, cercano di fermare il male.

Pietro Kuciukian, console onorario d'Armenia in Italia

Analisi di Pietro Kuciukian, console onorario d'Armenia in Italia

29 giugno 2016

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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