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Intervista ad Arussiak Demirgian Nersessian

sopravvissuta al genocidio armeno

Vi proponiamo l'intervista che il Console onorario della Repubblica d'Armenia Pietro Kuciukian ha realizzato nel 1998 ad Arussiak Demirgian Nersessian, sopravvissuta al genocidio.

Ho sentito pronunciare il nome di Henry Morgenthau molti anni fa, in seguito a una conversazione con Sona Ibishian, una connazionale della comunità armena di Milano. La signora Ibishian mi parlò dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America a Costantinopoli ricordando come egli, dopo il genocidio degli armeni del 1915, avesse aiutato migliaia di famiglie armene. Sona Ibishian è figlia di Arussiak Demirgian Nersessian, una centenaria sopravvissuta ai massacri d’inizio secolo nell’impero ottomano

I Demirgian appartenevano a una famiglia benestante di Afion Karahissar, nell’Armenia storica. Il capofamiglia Sarkis Demirgian era direttore di tre succursali di proprietà di Ipranossian, noto imprenditore dell’Impero Ottomano, importatore di attrezzature e macchinari dall’Europa e dall’America. Quando, nel 1915, arrivò l’ordine di deportazione, la famiglia si avviò alla stazione ferroviaria portando con sé tutto ciò che riuscivano a trasportare: oro, gioielli, denaro, tappeti. Trovarono ad attenderli alla stazione un amico turco, Hekmet Bey, che aveva portato loro una tenda in regalo: “Non si sa dove andrete, forse ne avrete bisogno”, con l’indirizzo di un altro turco di Konia, Shukri Bey. Arrivati a Konya, affittarono una casa e vi restarono qualche mese. Attraverso le grate delle finestre, vedevano passare le carovane dei deportati armeni loro connazionali. 

Di fronte alla loro casa vi era un edificio occupato dalle suore armene cattoliche della Congregazione dell’Immacolata Concezione deportate da Angora (l’attuale Ankara). I cristiani cattolici dell’Impero Ottomano erano sotto la protezione della Francia e finché la Francia non entrò in guerra contro la Turchia, i cattolici ebbero salva la vita. Ma quando scoppiò la guerra, le deportazioni e i massacri si abbatterono anche sugli armeni cattolici. La signora Nersessian osservava le suore della casa di fronte che si nutrivano unicamente di albicocche, portate loro ogni giorno dai contadini. Ad una ad una le suore morirono di dissenteria. 

Con l’aiuto di un altro turco, l’avvocato Masu Bey, direttore della filiale di Konya di Ipranossian, i Demirgian riuscirono a contattare l’agente dell’organizzazione che Arussiak Demirgian ricorda si chiamava ”Fondazione Morgenthau” e altro non era che l’“American Near East Relief Society”. Consegnarono all’agente tutti i loro averi, oro denaro gioielli, ricevendo in cambio uno cheque per una banca di Beirut, decurtato dell’interesse del 10%. Tutta la famiglia riuscì a fuggire in Libano. Sarkis Demirgian cambiò l’assegno in denaro contante. Poco tempo dopo  arrivarono, inviati da Masu Bey, anche i tappeti. Da Beirut la famiglia si trasferì in Etiopia, poi in Italia, dove ora risiede.

Incontro la signora Arussiak Demirgian per porle alcune domande:

Vorrei sapere come erano i rapporti fra turchi e armeni all’inizio del ‘900.

Mi chiamo Arussiak Demirgian, sono nata nel 1900 a Zilè, un paese vicino a Samsun. Mio padre, Sarkis Demirgian era una persona benvoluta, era il primo segretario del famoso “amirà” Ipranossian. Quando avevo 4 anni ci siamo trasferiti ad Afyon Karahissar e, più tardi da lì a Konya. Mio padre era molto diplomatico, venivano da noi molti turchi e lui sapeva trattare con loro. Mi ricordo quando avevo 4 anni e abitavamo ad Afyon Karahissar, dove sono andata a scuola fino a 14 anni, quando mio padre è stata esiliato.

Cosa succede quando una persona viene esiliata?

È successo così. il banditore pubblico ha declamato l’ordine per le strade del paese: “Tutti gli armeni devono andarsene da qui prima del 14 aprile”. Allora tutta la nostra famiglia è andata in campagna, in un villaggio, eravamo in18 persone, siamo rimasti lì per 4 mesi. Quando venne l’ordine tutte le donne andarono dal mutessarif a dire che non volevano partire senza i loro uomini. Al che il mutessarif rispose loro che avrebbe riportato indietro gli uomini e sarebbero partite con i loro mariti. Quando siamo tornati dal villaggio 15, 20 gendarmi sono venuti a casa nostra e ci hanno condotto alla stazione ferroviaria. Eravamo 4 figlie, la più piccola di 6 mesi, mio padre Sarkis e mia madre Haiganush. Durante tutto il mese tutte le famiglie armene furono inviate alla stazione e caricate sui vagoni bestiame. Abbiamo portato con noi denaro, valigie, cuscini, coperte, vestiti, cose personali. Nostra madre, che era di Cesarea, quindi risparmiatrice e brava sarta, ci ha confezionato delle sciarpe con l’interno di ovatta, l’esterno di seta e in mezzo ha cucito delle monete d’oro. Molti anni più tardi, ai tempi di Mustafa Kemal, quando era proibito tenere dell’oro in casa, le abbiamo depositate in banca.

Dove siete andati con il treno?

A Konya, ma sapevamo che da lì ci avrebbero mandati a Deir es Zor. Mio padre per lavoro andava spesso a Bolis (Costantinopoli, n.d.r.) e in treno una volta ha conosciuto una persona influente che faceva parte del governatorato di Konya e, siccome le strade erano impraticabili, lo ha ospitato a casa nostra ad Afyon. Il turco gli ha dato il suo indirizzo.  Quando siamo arrivati a Konya il treno non poteva più proseguire da tanti esiliati c’erano, migliaia e migliaia. Un turco amico di Afyon ci ha dato una grande tenda, molto bella  dove ci siamo sistemati, ma dopo qualche giorno ci hanno detto che non potevamo restare altrimenti saremmo stati spediti a sud. Abbiamo trovato l’indirizzo dell’amico turco ospitato da mio padre, siamo andati da lui e lui ci ha consigliato di non proseguire il viaggio assolutamente. Ci ha indirizzati da un ricco turco di Konya che ci ha affittato una bella casa, ci siamo trasferiti lì senza però far capire ai vicini che eravamo degli esiliati. Nessuno cercava i deportati nelle case dei ricchi. L’amico turco di papà gli ha procurato un documento che gli dava diritto ad amministrare i beni dei deportati. Così siamo rimasti a Konya per 8 anni e ogni volta che i gendarmi fermavano mio padre, lui mostrava quel documento. A quel tempo c’erano circa 10.000 armeni a Konya , ma non c’erano uomini. Gli uomini erano tutti soldati,(amelè taburi, soldati operai, n.d.r.) e mio padre, per essere esonerato dalla deportazione diede del denaro al medico militare per essere considerato ammalato e così è rimasto un mese e mezzo in ospedale. Io allora avevo 18 anni.

Poi cosa è successo? 

Ad un certo momento è arrivato a Konya il cetè Mohammad, un massacratore famoso che impiccò molti armeni. Noi avevamo tanta paura e molte famiglie sono fuggite da Konya. Siamo rimasti a Konya fino al 1922 quando i greci sono stati scacciati da Smirne da Mustafa Kemal; allora  ci hanno avvertito che dovevamo andarcene. Abbiamo depositato tutto l’oro e il denaro in banca da un impiegato ebreo che ci ha rilasciato uno cheque, prendendo però il 10% di provvigione. Siamo andati fino a Bozanti in treno, poi a Mersin dove abbiamo preso una nave. Abbiamo ricevuto un lasciapassare francese come cattolici, anche se eravamo gregoriani apostolici, ortodossi.  Gli inglesi si erano rifiutati di imbarcare gli armeni per l’ Egitto.

Avete visto morti, cadaveri?

No. I turchi di Konia erano molto buoni e onesti.

I turchi volevano sbarazzarsi degli armeni o eliminarli?

I turchi volevano distruggere la razza armena. Prima hanno eliminato gli intellettuali armeni, quindi lo scopo era quello di distruggere la gente armena. Hanno impiccato 20 hentchag (appartenenti al partito Hentchag che voleva le riforme, n.d.r.). Pensavamo che ci avrebbero tutti uccisi. Il primo anno ne hanno uccisi molti, poi mano a mano di meno. Gli abitanti di Konya ci hanno aiutato, avevano pietà di noi, ma noi avevamo molta paura. I rapporti con i turchi erano buoni, ci davano da mangiare, ci ospitavano, prima di partire ci hanno dato una bella tenda militare. Era il governo intenzionato ad eliminarci. Mia madre ha lasciato tutte le sue cose personali, i tappeti, a due famiglie turche di Konya.

Pensavate che sarebbero arrivati i russi a liberarvi?

No, solo dalle parti di Erzerum speravano nei russi, noi che eravamo lontani non ci speravamo.

Dove si è sposata?

A Konya  nel 1918, avevo 18 anni, con un armeno di 24 anni, Nersessian. Lui era militare. Le armene si sposavano anche per paura che i turchi potessero prenderle, non con la forza, ma con sistemi amichevoli.  A Konya c’erano turchi presentabili, persone a posto. Sono stata quasi costretta a sposarmi, mio marito poi è venuto con me a Beirut. Era un soldato-amministratore che teneva i conti della compagnia. Venivano spesso a prenderlo, poi lui scappava e i turchi ritornavano a prenderlo.Quando l’hanno mandato ad Ankara per costruire strade ( soldato- operaio dell’amelè taburi, n.d.r.), ha preso molto freddo, ha avuto la polmonite che gli ha rovinato il cuore. È morto a Beirut dopo 8 anni per un attacco cardiaco, aveva 53 anni. A Beirut i tashnag ( partito armeno rivoluzionario, n.d.r.) costruirono case per i deportati che aumentarono di molto quando i francesi furono scacciati dalla Cilicia, dopo i fatti di Marash.

Quando era a Afyon Karahissar, a 4-5 anni, aveva amici turchi?

Gli uomini avevano amici turchi, ma noi bambini stavamo sempre fra di noi, vivevamo in quartieri separati.

Perché gli armeni non si sono turchizzati?

Come potevamo cambiare religione? Alcuni in passato si turchizzarono, a Sebastia e in altri luoghi, ma a Konya non c’erano armeni turchizzati.

Si sarebbero salvati islamizzandosi?

No, lo stesso li avrebbero eliminati. Dopo l’eliminazione degli uomini i turchi hanno proposto alle donne di islamizzarsi, ma poi venivano lo stesso eliminate.

A Konya come stavate?

C’è stata una rivolta contro il sultano al tempo Mustafa Kemal a Konya, sparavano in continuazione da tutte le parti, aprirono le carceri per combattere contro Kemal, noi abbiamo avuto molta paura. Vivevamo in centro città e siamo scappati verso l’interno. Siamo rimasti per 15 giorni ospiti di un chirurgo originario di Sebastia, un turco onesto che ci ha protetti, quando sulle scale della casa che abitavamo in centro avevano trovato un cadavere. Hanno preso mio padre e mio marito e li hanno portati in tribunale, ma l’amico medico turco ha testimoniato che in quel periodo noi eravamo a casa sua, non abitavamo più in centro. Così siamo stati salvati da un turco buono. Poi però ancora una volta hanno esiliato mio padre e mio marito, assieme a tutti gli armeni e i greci. Quando sono tornati, dopo poco tempo li hanno ancora esiliati, nel 1920 a Sebastia. Nel 1923 Mustafa Kemal ci ha concesso un mese di tempo: o rimanete o ve ne dovete andare.

Come siete partiti?

Comunicando con il telegrafo ci siamo ritrovati al porto di  Mersin e da li’ siamo salpati in nave per Beirut. Hanno esiliato anche il primate Surmelian e il professor Haygazyan che però è morto per strada. Gli amici turchi di Konya ci hanno mandato le nostre cose e i tappeti a Beirut, e noi siamo loro riconoscenti. Abbiamo cambiato lo cheque in banca. Tutto ciò è avvenuto perchè gli europei non hanno voluto intervenire a salvarci. Nel 1909 c’erano stati i massacri di Adana, eravamo tutti spaventati, ma siamo stati ingenui, avevamo creduto alla nuova costitizione e 30.000 di noi sono morti ad Adana. Mio padre diceva che anche i nostri partiti erano colpevoli, ma fortunatamente oggi abbiamo uno stato, dopo tante sofferenze.

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo

18 aprile 2014

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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fu più volte incarcerata in Turchia per avere testimoniato la verità sul genocidio armeno