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La fragilità del bene

Dialogo su Armin Wegner

I relatori dell'incontro

I relatori dell'incontro

“Quando, come corrispondente, mi sono recato nei Paesi dell’Est Europa, ho conosciuto dissidenti come Vaclav Havel, e le loro storie mi hanno fatto capire cosa significasse lottare per la libertà. Io non avevo conosciuto il fascismo, ma ho visto cosa significava viverre senza libertà nell’Est europeo. La grande scoperta fu anche vedere che in questi Paesi la memoria della Shoah non esisteva. Da allora sono rimasto sempre affascinato da chi ha lottato per la libertà e la dignità umana, rimanendo poi sconosciuto. Sono storie comuni, come quella di Armin Wegner, di uomini che hanno agito in questo modo perché avevano fiducia nell’Umanità.“

“Ed è proprio quello che abbiamo imparato dai tuoi libri, ovvero che le persone scelgono il bene non per essere eroi, ma perché ‘andava fatto’”.

Così Gabriele Nissim e Andrée Ruth Shammah aprono l’incontro La fragilità del bene, organizzato al Teatro Franco Parenti di Milano il 18 maggio, in occasione dell'uscita del nuovo libro del presidente di Gariwo, La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento.

Sul palco anche Mischa Wegner, figlio di Armin, che ricorda di aver iniziato a “conoscere” suo padre anche grazie alle ricerche sollecitate da Gabriele Nissim. “I padri non parlano con i figli, e i figli non chiedono al padre. Mio padre non mi ha mai parlato della sua vita. Solo con il tempo, attraverso incontri e mostre, ho conosciuto l’uomo di letteratura, di impegno, scoprendo i suoi proclami per la pace e contro la guerra”. Mischa Wegner parla anche del dramma profondo di suo padre, che si è sempre battuto per la cultura tedesca e che dopo la guerra voleva tornare in Germania, ma non è stato accolto positivamente dal Paese.

Le musiche del Maestro Gaetano Liguori e le letture dell’attore Massimiliano Speziani si alternano alle voci sul palco, in un dibattito attento alle diverse sfumature che il la vicenda di Armin Wegner presenta. “Sembra una storia vissuta in prima persona da chi sì ha avuto tante informazioni sul personaggio, ma lo ha anche e soprattutto sentito vicino a sé”, esordisce Livia Pomodoro, giurista, già presidente del Tribunale di Milano, che poi ricorda come sia possibile scoprire la crudeltà del mondo e la capacità di stare insieme soprattuto dagli occhi dei bambini. 
Il bambino armeno che, durante il genocidio del 1915, riesce comunque a giocare e scherzare, ricorda le tante tragedie dei migranti che tutti i giorni vediamo con un’indifferenza “che opprime”.

Presente all’incontro anche Don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova, che mette in risalto l’ambiguità della figura di Wegner, i suoi atteggiamenti alterni, con la voglia di fedeltà alla sua nazione - che vedeva in declino prima nella complicità con la Turchia dei Giovani Turchi, poi con l’affermarsi dei nazisti. Ed è questa la forza di Armin. “Ci sono la storia, le emozioni, i sentimenti, i pentimenti, le paure, il desiderio di ricominciare, la vergogna, i precorsi di redenzione.

Nessuno è così puro, così diritto, nel scegliere il bene. Tuttavia - prosegue - noi tutti siamo donne e uomini di grande potere, perché nella nostra libertà possiamo essere giusti invece che ingiusti, onesti invece che furbi, capaci di lottare contro le ingiustizie piuttosto che in silenzio a curare i propri interessi”.

“Gabriele Nissim non costruisce eroi finti, ma parta di persone vere, con le loro fragilità. E Armin Wegner è una persona vera, un personaggio contraddittorio, non un santo”, continua Francesco M. Cataluccio. “La lettera a Hitler dovrebbe essere inserita nei libri di testo in Germania - sostiene il giornalista e scrittore - perché è un testo che dà dignità al Paese, rivendicando una storia tedesca completamente diversa da quella che veniva raccontata dai nazisti, una storia di cui la Germania doveva andare fiera”.

I veri giusti sono ambigui, dunque, come ribadisce Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera. “In effetti Wegner non è un eroe, ma è profondamente umano, è uno come tutti noi. Documenta il genocidio armeno, ma quando incontra resistenze aspetta a mostrare le immagini, ha l’atteggiamento di chi cerca di adattarsi alla situazione, tasta il terreno per cercare di capire se è pronto a recepire un certo messaggio. Ed è lo stesso con la lettera a Hitler. Lui ha un grande amore per la Germania, che esprime anche durante l’inizio delle persecuzioni contro gli ebrei alla sua compagna ebrea, pensando che si tratti di un episodio marginale. Mi è piaciuto perché è un uomo normale, non ha niente delle stimate dell’eroe, del santo, si mostra nel bene e nelle contraddizioni, ma nel momento giusto scrive a Hitler e si espone in prima persona - sebbene io abbia avuto l’impressione che gli scrivesse anche per un atto di superbia”.

In chiusura, il Console onorario d’Armenia Pietro Kuciukian descrive un’importante caratteristica di Armin Wegner, ovvero la capacità di presagire, di leggere prima degli altri e con più forza i segni della violenza e dell’ingiustizia. “Intuiva i compiti che spettano a ogni essere umano, ma sentiva anche gli impulsi a sottrarsi ad essi, in una sorta di dialettica tra predestinazione e libertà di scelta, che segnerà per sempre la sua esistenza - ha infatti sottolineato il Console - Diventa un Giusto nel corso della sua vita, ed è qui l’ambiguità del bene, il dramma della scelta”.

Wegner, testimone dei tragici eventi del Novecento, raggiungerà la piena consapevolezza dei compiti che gli esseri umani sono chiamati a compiere. A Stromboli, scriverà queste parole: “Ci è stato affidato il compito di lavorare a un’opera, ma non ci è dato di completarla”.

Tutti gli approfondimenti su La lettera a Hitler e le fotografie dell’archivio famiglia Wegner sono disponibili alla pagina speciale del sito Gariwo gariwo.net/wegner

20 maggio 2015

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Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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