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La memoria inutile

Armin Wegner e il fallimento morale del Novecento

Armin Wegner nel 1916

Armin Wegner nel 1916

Ho immaginato in questa settimana lo stupore che Armin Wegner, di cui racconto la storia nella Lettera a Hitler, avrebbe potuto provare a Roma di fronte alle parole di Papa Francesco sul genocidio armeno e su tutti i genocidi del Novecento. Il Papa non solo non ha considerato blasfemo accostare la Shoah alle altre atrocità di massa del Novecento, ma ha drammaticamente posto l’interrogativo sull’incapacità dell’uomo di prevenire i genocidi.

Così accade che la memoria del passato non è in grado di scuotere l’indifferenza delle istituzioni internazionali di fronte ai nuovi crimini di massa. La memoria diventa così del tutto inutile, perché l’umanità non è capace di fare tesoro dei suoi errori. Tutti sono capaci oggi, a eccezione di Erdogan in Turchia, di fare i buoni nei confronti del passato, ma poi di fronte alle derive del presente la maggioranza rimane sorda e muta.

La situazione che sembra prevalere di fronte alla ripetizione del Male nella storia è sempre l’indifferenza.

Armin Wegner è stato il testimone per eccellenza di questo fallimento morale che ha attraversato tutto il Novecento. Quando si trovava come ufficiale sanitario nell’impero ottomano, Wegner registrò l’indifferenza dell’esercito tedesco di fronte alle stragi degli armeni che si susseguivano a pochi passi dagli accampamenti degli ufficiali. L’unica preoccupazione da parte dei soldati tedeschi era quella di non farsi contaminare dal tifo, che viaggiava insieme alle fiumane dei profughi armeni in marcia verso il nulla.

E quando Armin Wegner ritornò in Germania, e dopo la caduta dell’imperatore Guglielmo II cominciò a girare per le città mostrando le foto del genocidio che aveva scattato di nascosto, si accorse presto che le sue conferenze non avevano nessun effetto negli ambienti culturali tedeschi. Non solo non si poteva dire che la Germania era stata alleata di un regime che aveva commesso dei terribili massacri, ma quelle foto non ebbero nessuna rilevanza di fronte alla nascita del nazismo.

Armin si era vergognato come tedesco di fronte al racconto del prete armeno Arslan Dadschad, che gli aveva raccontato nel deserto l’odissea del suo popolo e gli aveva detto senza nessuna illusione: “So di dover morire, una volta ero un prete e adesso non sono altro che un montone che va verso la sua fine.”

Nessuno però si vergognava in Germania per la persecuzione degli ebrei e l’inizio della campagna antisemita nel 1933. La gente per le strade a Berlino applaudiva al boicottaggio dei negozi ebraici e considerava l’odio nei confronti degli ebrei un valore morale che serviva la causa della nazione.

Ecco perché Wegner decise di scrivere a Hitler la sua personale lettera di protesta, dove cercò invano di spiegargli che la persecuzione degli ebrei si sarebbe trasformata in una vergogna terribile per il futuro della Germania.

Il Führer, invece, pensava che il genocidio armeno fosse stato rimosso nell’indifferenza generale, e che lo stesso sarebbe accaduto anche nei confronti degli ebrei. Da un certo punto di vista Hitler era stato coerente, perché era convinto che il passato non servisse a nulla, ma anzi mostrava la possibile impunità dei carnefici.

Armin era anche stupito perché dopo la Prima guerra mondiale aveva immaginato che potessero nascere Stati e formazioni politiche in grado di porre fine alla violenza e all’intolleranza, e invece vedeva come i partiti di ispirazione comunista e l’Unione Sovietica predicavano la legittimità di una “violenza buona”.

Non gli pareva possibile che quanti si ergevano a rappresentanti delle vittime della guerra e dello sfruttamento riproponessero un mondo dove la violenza e l’odio fossero un valore morale da perseguire. Si accorse nel suo viaggio in Russia che il soffocamento della pietà e dell’amore nei confronti dell’altro era considerato un merito da parte dei rivoluzionari. Chi cedeva ai sentimenti privati di fronte al piano grandioso della rivoluzione veniva considerato un piccolo borghese e un uomo vile. Per la vittoria definitiva del Bene era necessario passare sui cadaveri.

Perché tutto si ripeteva nella storia, come afferma il Qohelet, si chiedeva allora Armin Wegner?

È stato questo l’interrogativo a cui non è stato in grado di dare una risposta. Lo ha scritto di fronte all’ingresso del Mulino che aveva acquistato nell’isola di Stromboli: “Perché gli uomini non possono portare a termine il compito che si sono dati?”
Il Papa ha probabilmente riproposto la medesima domanda, ricordando il genocidio armeno e dandogli un nome chiaro e preciso.

Gli uomini falliscono come uomini quando non sono in grado di fermare i massacri, come avviene oggi per le stragi dei cristiani, degli ebrei, e dei musulmani che non si adeguano all’integralismo omicida.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

17 aprile 2015

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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