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La Turchia ha bisogno di un’opposizione forte e affidabile

Intervista a Baskin Oran

I funerali di Hrant Dink a Istanbul, 23 gennaio 2007

I funerali di Hrant Dink a Istanbul, 23 gennaio 2007 dink.wordpress.com

A meno di sei mesi dal centenario del genocidio degli armeni ci si chiede quale posizione assumerà la Turchia in occasione dell'anniversario e come risponderà alla richiesta di un riconoscimento delle stragi del 1915. Ankara non è più arroccata sulla linea del totale negazionismo, grazie anche al lavoro di ricerca e documentazione compiuto da alcuni studiosi e all'impegno di attivisti e giornalisti per informare sulle atrocità e deportazioni subìte dalla popolazione armena. Il punto di svolta nella crescita della consapevolezza è stata la conferenza “Ottoman Armenians During the Decline of the Empire: Issues of Scientific Responsibility and Democracy" ("Gli Ottomani Armeni durante il declino dell’impero: problemi di responsabilità scientifica e democrazia”), tenuta nel settembre 2005 presso la Bilgi University di Istanbul, dopo essere stata per due volte bloccata dalle autorità. La conferenza - definita “A Crack in the Wall of Denial” (“Una breccia nel muro del negazionismo”) in un articolo della scrittrice turca Elif Shafak per il "Washington Post" – ha rappresentato il primo vero dibattito aperto in Turchia sulla versione ufficiale dei fatti del 1915 e il tentativo da parte di accademici, scrittori e giornalisti di infrangere un tabù.

Nel 2007 la commozione destata l'assassinio di Hrant Dink, giornalista turco-armeno direttore del settimanale bilingue "Agos", ha dato una ulteriore forte scossa alla coscienza collettiva accendendo i riflettori sulla "questione armena", fino allora confinata in ambiti ristretti. Ai funerali dell'attivista parteciparono oltre 100mila persone gridando “Siamo tutti armeni” e “siamo tutti Hrant Dink”.

Altro passo importante per un dibattito senza condizionamenti sul 1915 è stata la “I Apologize Campaign” (Campagna: Io chiedo scusa), lanciata nel dicembre 2008 da Ahmet Insel, Baskin Oran, Cengiz Aktar e Ali Bayramoglu e sostenuta da altri intellettuali, per chiedere scusa per la "immensa catastrofe a cui furono sottoposti gli armeni ottomani nel 1915", con una raccolta di firme online, sottoscritta da 5.000 persone nelle prime 24 ore e arrivata a 30.000 firme nel gennaio 2009.

Nel luglio 2014 infine il Manifesto “Noi facciamo un sogno, insieme”, lanciato da intellettuali, artisti e accademici armeni e turchi, che va oltre il riconoscimento formale del genocidio per chiedere un futuro di “pace tra gli Armeni e i Turchi nel rispetto della storia e di ciascuno dei nostri popoli” e la riparazione politica e morale delle violenze del passato. Le recenti aperture da parte turca, come le condoglianze espresse lo scorso aprile per la prima volta dal primo ministro Erdogan - poi eletto presidente - per il 99simo anniversario del genocidio ai nipoti degli armeni uccisi dall’Impero Ottomano, sembrano offrire spazi per andare avanti nel confronto.

Gariwo ha chiesto ad alcuni intellettuali turchi se il loro Paese è effettivamente pronto ad affrontare la "questione armena"  senza pregiudizi. Il primo a rispondere  è Baskin Oran, Professore di Relazioni Internazionali nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Ankara, esperto di nazionalismo, minoranze, rapporti religione-stato, editorialista di "Agos" dal febbraio 2000.


Il Manifesto armeno-turco "Noi facciamo un sogno, insieme" mostra che l'atteggiamento degli intellettuali turchi rispetto al genocidio armeno è cambiato. Ma come è la situazione per la maggioranza dei turchi: negano ancora il genocidio?

A partire dalla prima conferenza sugli Armeni Ottomani a Istanbul nel 2005 è in corso un cambiamento continuo e incredibile. Ma ci sono due blocchi mentali che rendono difficile per la maggioranza dei turchi comprendere la questione. 
Il primo: "l’educazione". Il filosofo turco Celal il “Barbuto”, un giorno disse: "tanta ignoranza può essere dovuta solo all’educazione". Penso che questo non richieda spiegazioni, mi limito ad aggiungere: io ho appreso del genocidio degli armeni dopo aver compiuto 40 anni. 
Il secondo: lo stato d'animo creato dal termine genocidio”. In Turchia le persone associano questa parola solo al nazismo. Qualsiasi altro termine, tranne questo, avrebbe reso le cose molto più facili per noi: “crimine contro l'umanità” o “mostruosità”, per esempio; qualsiasi termine tranne “genocidio”. Quando la gente sente questa parola, chiude le orecchie con membrane invisibili e fa opposizione, anche se è pronta ad ammettere che delle cose tremende sono state compiute nel 1915. Ma c'è di più: il risultato di queste due calamità (1915 e 1933-1945), è praticamente lo stesso (uccisioni di massa, esilio di massa, distruzione di una civiltà ...), ma questi due processi storici sono troppo diversi per essere chiamati con lo stesso nome. I nazisti pianificarono e misero in atto il loro piano freddamente, in tempo di pace, dal 1933, mentre i fatti del 1915 si svolsero nel corso di una guerra che disintegrò l'Impero ottomano. Peraltro “genocidio” è un termine strettamente giuridico utilizzato con molta disinvoltura per fini politici. 
Vorrei sottolineare ancora una volta questo: per quanto riguarda le atrocità e le conseguenze del 1915 non vi è alcuna differenza tra il mio pensiero e quello di un militante del "Dashnak" (partito politico armeno). L'unica differenza è che io non uso quel termine. Io parlo di "Ermeni Kiyimi” o ”Ermeni Kirimi” (carneficina, massacro, strage degli armeni, ecc.), parole utilizzate dai turchi dal 1915. Che sono l’equivalente di "Olocausto", parola utilizzata dagli ebrei, o di "Metz Yeghern", che in armeno significa “Grande Calamità”, un termine ignoto alla diaspora armena, che di solito non parla la lingua della terra d’origine. La Diaspora usa il termine “genocidio” non solo perché i suoi antenati sono stati uccisi con crudeltà dagli ottomani e perché i turchi vergognosamente ora lo negano; ma loro sanno anche che questo è ciò che offende veramente i turchi di oggi. Comprensibile.


Dal 2000 lei è editorialista di Agos, il settimanale della comunità armena di Istanbul, fondato da Hrant Dink, ucciso nel 2007. In che misura la morte di Dink ha infuito sulla consapevolezza del genocidio da parte della società civile? 

Hrant è ora un santo in Turchia anche per coloro che non hanno simpatia per gli armeni, e i santi sono più potenti dei normali esseri umani. Mi riferisco sia al suo modo di parlare alla gente, sia ai suoi funerali così straordinari. Non solo ha completamente trasformato la società civile, ma ha fatto di più: ha trasformato l’intera Turchia. Sono passati ormai anni da quando quella questione può essere oggetto di un libero confronto tra tutti, senza problemi. Hrant era il fattore più importante per consentire questo, con la sua vita e con la sua morte. Avete visto il suo corpo che giaceva a faccia in giù sul marciapiede davanti alla sede di Agos? Avete visto la suola consumata della sua scarpa destra?


Il forte legame con l'Azerbaijan è un ulteriore ostacolo alla normalizzazione dei rapporti con l'Armenia. Un fattore esterno, come l’avvicinamento all’Unione europea, potrebbe spingere il governo turco a praticare una politica diversa nei confronti dell’Armenia?

L’Azerbaigian è per la Turchia lo Stato più nocivo che esista sulla Terra. I rapporti con la UE sono di gran lunga il più importante incentivo per normalizzare e democratizzare la Turchia. Anche se allora è stato molto difficile, come pensa che siamo riusciti a organizzare quella conferenza nel 2005? E’ stato possibile perché la Turchia, per raggiungere la carota UE, approvò il pacchetto di misure di armonizzazione comunitaria tra il 2001 e il 2004. Ma la carota non c'è più ed entrambe le parti sono responsabili per questo, lasciatemelo dire. 
D'altra parte, il fattore esterno può innescare lo sviluppo, ma per andare avanti ci vuole tempo, molto tempo, per non parlare poi delle reazioni che compaiono quando i cambiamenti sono attivati dall'esterno. E tenete presente che la reazione è direttamente proporzionale alla forza e velocità di intervento esterno, soprattutto quando si hanno altri problemi interni, specialmente di tipo economico. Per darvi un'idea: pensate a quanti secoli sono stati necessari in Europa per raggiungere la democrazia dopo le rivoluzioni borghesi. Potete dirmi quanto erano rispettati i diritti umani, il sine qua non della democrazia, prima della Seconda Guerra Mondiale?Per la questione armena, almeno, abbiamo iniziato circa un decennio fa; questi temi richiedono tempo, tempo prezioso. Ma ciò non significa che questo ci intimidisce. Al contrario: ci rinvigorisce tremendamente.


La recente visita di Papa Francesco ad Ankara e Istanbul ha acceso i riflettori sulle minoranze cristiane presenti in Turchia. Pensa che il governo guidato dal partito islamico AKP abbia rafforzato il nazionalismo religioso rendendo più difficile la loro situazione?

No. Questo potrebbe sorprendere chi non conosce la situazione politica in Turchia, ma l’AKP, rispetto a qualsiasi precedente governo laico, è stato molto più indulgente riguardo ai diritti dei non-musulmani. Ma ci vorrebbe troppo tempo per spiegarlo. D'altra parte, l'AKP è molto più duro con gli Aleviti. Questo ricorda qualcosa? La Guerra dei Trent’anni? 


All'interno della società civile ci sono forze non-religiose in grado di controbilanciare il processo di islamizzazione?

Nessuna, per il momento. La società civile è l’elemento più efficace per la democratizzazione della Turchia, ma il Paese necessita di qualcosa di più. Ha bisogno di un’opposizione forte e affidabile, che ancora non esiste. Un fatto interessante e importante è che l'AKP era una vera opportunità per la Turchia e anche per il resto del mondo. A livello mondiale, perché poteva riportare l'islamismo a temperatura ambiente, ovvero a un matrimonio tra Islam e democrazia. Per la Turchia, perché poteva ricondurre anche la politica nazionalista degli anni ‘30 a temperatura ambiente. Rispetto a questo, l’AKP è stata un'esperienza fallita paragonabile al movimento portato avanti dal Partito Democratico (DP) negli anni 1950-1960, che è stato distrutto da un colpo di stato militare dei Kemalisti nel 1960. E ora, l'AKP è stato distrutto da R. T. Erdogan, il suo leader. Un personaggio che non ha logica, non ha buone maniere, non ha freni, non ha piano di uscita, niente di niente: dice che le donne non possono essere uguali agli uomini, la sua polizia usa gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro sit-in del tutto pacifici, gli amministratori municipali del suo partito dichiarano che le case degli studenti dovrebbe essere sgomberate. Una persona affetta da grave arroganza, mitomania e megalomania, tra altre cose. 
Ma c’è un altro fatto, per il momento non ha rivali. Dobbiamo aspettare che distrugga se stesso, e preghiamo che non distrugga anche il Paese. 
Questo ricorda qualcosa? Anche se il confronto è lungi dall'essere perfetto, chi ha distrutto il movimento fascista in Italia o il movimento nazista in Germania? Gli alleati?

di Viviana Vestrucci

9 dicembre 2014

Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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