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La Turchia riconosce implicitamente il genocidio degli armeni?

di Pietro Kuciukian

Secondo uno schema classico, le autorità turche la scorsa estate hanno moltiplicato le pressioni per indurre il governo della Germania a dissociarsi pubblicamente dalla risoluzione che ha riconosciuto il genocidio degli armeni approvata il 2 giugno 2016 dal Bundestag, risoluzione voluta dai tre gruppi parlamentari della Cdu di Angela Merkel, dai socialdemocratici della Spd e dai Verdi tedeschi. La risoluzione non solo ricorda e condanna l’atroce e sistematico sterminio degli armeni perpetrato dal regime ottomano, che provocò un milione e mezzo di vittime tra il 1915 e il 1916, ma sanziona anche le gravi responsabilità dell’Impero tedesco alleato nella prima guerra mondiale dell’Impero ottomano, sottolineando “il ruolo ignominioso svolto dal Deutsches Reich che, nonostante le informazioni di diplomatici e missionari tedeschi, non intraprese nulla per fermare il sistematico annientamento degli armeni, questo crimine contro l'umanità».

La Turchia ha richiamato l’ambasciatore ma ha anche minacciato di impedire ai deputati tedeschi di visitare, come era in programma, la base militare di Incirlik in Turchia se l’esecutivo non avesse preso le distanze dal voto. Un vero e proprio ricatto. Un diplomatico turco in merito ha dichiarato che i turchi avrebbero potuto vivere benissimo anche con questa risoluzione del Bundestag, ma il Governo federale avrebbe dovuto precisare che il termine genocidio non avrebbe avuto alcun significato e alcuna conseguenza a livello giuridico.

Un ultimatum umiliante visto che il governo turco pretendeva di impedire alla Germania di riconoscere una pagina tragica della propria storia, come ha fatto per il suo passato nazista con una assunzione di responsabilità che costituisce il fondamento etico e politico della rinascita e del riscatto civile della Repubblica Federale tedesca. In Germania, la Shoah è una delle pagine più studiate a scuola, contrariamente a quanto avviene in Turchia dove non esiste alcun riferimento al crimine che sta alle spalle della fondazione della Repubblica kemalista.

L’ultimatum ha pagato, poiché la Cancelliera Angela Merkel in una intervista rilasciata alla TV tedesca RTL , ha voluto precisare che non si dissociava dalla risoluzione adottata in quanto anche lei membro del Bundestag, ma che per il suo esecutivo la risoluzione non aveva valore ed effetto giuridico vincolanti.

Precisazione peraltro molto attesa dalla Turchia che temeva le conseguenze giuridiche del riconoscimento del genocidio armeno che aveva visto la confisca e l’esproprio di tutti i beni e le proprietà appartenute alla minoranza armena dell’Impero.

A questo punto la base militare di Incirlik è stata aperta alla visita dei deputati tedeschi.

Da questi avvenimenti si può dedurre che la Turchia di oggi sarebbe pronta a riconoscere il genocidio attuato dal governo dei Giovani Turchi a condizione che i discendenti dei sopravvissuti non avanzino pretese di risarcimento nei confronti del governo attuale di Ankara. Resta aperto un interrogativo: il riconoscimento del genocidio è per il governo turco una mera questione economico-finanziaria? E’ dunque sotteso un implicito riconoscimento del genocidio armeno? Se così fosse non ci dovrebbe più essere spazio in Turchia per i nazionalisti e per gli estremisti che ancora oggi considerano motivo di orgoglio avere eliminato all’inizio del Novecento le minoranze per raggiungere l’omogeneità etnica e edificare la “la Turchia dei turchi”, e potremmo sperare che i monumenti ai carnefici vengano sostituiti con i monumenti ai “disobbedienti”, a quei giusti ottomani che si sono ribellati a ordini iniqui edificando piccoli argini al male.

La questione economica, la questione dei risarcimenti è l’unico ostacolo al riconoscimento del genocidio?

Per gli armeni sopravvissuti e per i loro discendenti il riconoscimento del crimine compiuto nel 1915 e negato sino ad oggi dalla Turchia è una grande non negoziabile questione morale: per dare sepoltura ai morti, per poter guardare avanti e per prevenire altri crimini che si profilano oggi negli stessi luoghi che hanno già visto lo sterminio di un popolo.

Come ricorda il testo della risoluzione tedesca,«è difficile per una società confrontarsi con i capitoli più oscuri del proprio passato. Anche se è sempre importante distinguere tra le colpe degli esecutori e la responsabilità di chi vive oggi».

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo

Analisi di Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo

25 novembre 2016

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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