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Prima i cani, poi gli armeni

di Gabriele Nissim

Talaat Pascia

Talaat Pascia

Dieci anni fa è uscito in Francia un libro straordinario sul genocidio armeno che ha il grande merito di raccontare, in sole cento pagine, attraverso piccoli dettagli, le questioni fondamentali del dramma che si consumò all’inizio del secolo.

Philippe Videlier con la Notte Turca, pubblicato in Italia da Donzelli nel 2007, si dimostra così un grande narratore che ha la forza di farci ragionare sulle motivazioni assurde che spingono i carnefici, sui meccanismi dell’indifferenza che si ripetono nella storia, sui punti in comune della persecuzione degli ebrei e degli armeni, su quanti allora, isolati e inascoltati, ebbero il coraggio di guardare e di esprimere la solidarietà ai perseguitati.
È un piccolo saggio sulla banalità del Male e sulla possibilità del Bene che ci fa leggere in modo universale la storia del popolo armeno.

Videlier si dimostra un vero e proprio artista della memoria, perché attraverso tante sfumature e particolari ci spinge a riflettere sui comportamenti umani che si ripetono nella storia.

Possiamo così scoprire che a Ginevra nel 1896 fu pubblicato un opuscolo propagandistico, firmato con lo pseudonimo di Veglio della Montagna, dove l’autore per cercare il consenso dell’Europa ai crimini del sultano Abdul Hamid, paragonava la questione armena a quella ebraica.
Cercava di spiegare che era stato legittimo massacrare gli armeni per le stesse ragioni per cui era normale essere antisemiti in Europa in quegli anni.

Gli armeni, argomentava, erano “usurai” come gli ebrei ed era inutile scandalizzarsi troppo, perché se anche in Europa fosse cominciata una guerra contro gli ebrei, “nessuna potenza al mondo impedirà il loro sterminio, in quanto giusta rappresaglia per i crimini compiuti negli ultimi cento anni.” Erano gli anni in cui cominciavano gli attacchi contro il capitano Dreyfuss, che provocarono in Francia una grande campagna antisemita.

Videlier ci racconta che il sultano Abdul Hamid era un carnefice che amava i fiori. Il bello era per lui compatibile con i primi massacri degli armeni. Con grande dispendio di denaro aveva importato da tutta Europa le piante più straordinarie per il parco di Yildiz e aveva omaggiato l’imperatrice di Germania con un bouquet di rose colte nelle sue serre, impreziosito con una gemma attinta dai suoi scrigni.

Quando i Giovani Turchi andarono al potere con un nome - “Comitato Unione e Progresso” - che prometteva un mondo migliore, gli armeni festeggiarono nei giardini di Taksim, come annotava nel suo taccuino un giornalista dell’epoca, facendo discorsi sull’uguaglianza e la fraternità.
Si erano però sbagliati, perché anche se tra i capi della rivoluzione c'era chi veniva da Parigi - come il direttore di Mechveret, Amhed Riza, residente in Rue Monge, nel Quartiere Latino - e chi si presentava come “il missionario delle idee liberali”, come il dottor Nazim, laureato in medicina, erano ben altre le idee che venivano importate dall’Europa.

I Giovani Turchi pensarono prima di tutto di liberarsi dai cani randagi che a migliaia vagavano per Costantinopoli. Un rappresentante dell’Istituto Pasteur di Parigi aveva proposto un’eliminazione industriale, al riparo degli sguardi, mediante camere a gas. Invece i nuovi capi decisero di ricorrere ai metodi tradizionali. I gendarmi reclutarono dei nullafacenti che, soddisfatti per la paga inaspettata, in quindici giorni catturarono i cani e li condussero a morire di fame e di sete su di un isolotto sperduto nel Mar di Marmara.

Nessuno si commosse per quella crudele eliminazione degli animali.

Poi i Giovani Turchi, inebriati dalle folli ideologie nazionaliste che attraversavano l’Europa, elaborarono in chiave turca l’idea della razza, della terra e del sangue, della nazione etnica pura. Era il turchismo, la Turchia pura, ripulita dagli elementi contaminanti: Türk Yurdu, Türk Ocaği era il loro motto.Dopo quella assurda operazione di “igiene”, l’obbiettivo erano gli armeni che inquinavano la nazione.

Lo dichiarò apertamente il ministro degli interni Taalat Pascia, a Varktes, il deputato armeno che in un primo momento era stato risparmiato nella retata degli intellettuali del 24 aprile del 1915. 
“Approfitteremo della situazione favorevole in cui ci troviamo, e disperderemo il vostro popolo al punto che per cinquant’anni vi toglierete dalla testa qualsiasi idea di riforma.”
“Dunque volete continuare l’operato di Abdul Hamid?” chiese Varktes.
“Sì” tagliò corto Taalat senza nessuna esitazione. 

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

25 settembre 2015

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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