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Proposte per il dialogo turco-armeno

conversazione tra Gabriele Nissim e Gérard Malkassian

Gérard Malkassian, docente di filosofia a Parigi, è uno dei promotori dell’appello “Noi facciamo un sogno, insieme” lanciato in occasione del centesimo anniversario del Metz Yeghern con altri intellettuali francesi di origini turche e armene impegnati nel processo di riconciliazione tra Turchia e Armenia. Dalle istanze di quel testo, che auspica un futuro di pace nel rispetto della storia di entrambi i popoli, ha preso avvio una lunga conversazione con Gabriele Nissim in occasione della visita del professor Malkassian nella sede di Gariwo, al rientro da un viaggio tra Armenia e Turchia nei giorni delle celebrazioni per il centenario del genocidio armeno.

La prospettiva da cui il professore guarda alla questione turco-armena è nuova, soprattutto rispetto alla posizione prevalente tra gli armeni della diaspora, ed è incentrata sulla necessità di aprire al dialogo con i turchi disposti a guardare al passato in modo aperto, senza porre come pregiudiziale per un confronto l’uso della G word, la parola genocidio. Nell'ottica di Malkassian, infatti, il riconoscimento del genocidio in sé non è la precondizione ma il punto di arrivo di un cammino comune sulla via della riconciliazione, che muove da ragioni etiche e morali prima che storiche e politiche, e per il quale è indispensabile il contributo attivo degli armeni. In questo senso, arrivano alcuni segnali incoraggianti.
L’apertura da parte turca, sottolinea Malkassian, non riguarda più soltanto uno sparuto gruppo di intellettuali, ma coinvolge un numero crescente di persone sensibili al dibattito sulle libertà, le minoranze, la democrazia. Nonostante il negazionismo di Ankara, molti studiosi turchi si dedicano alla ricerca storica sugli aspetti ancora sconosciuti del genocidio - tra i tanti, anche quello riguardante l'entità della partecipazione della popolazione turca all’eliminazione degli armeni. Anche grazie all’impegno di questi studiosi, negli ultimi anni sono stati organizzati incontri e dibattiti pubblici che hanno contribuito a risvegliare le coscienze di molte persone e a dare impulso a nuovi filoni di ricerca, come quello sui Giusti turchi-ottomani, che in Italia è al centro della ricerca storica di Pietro Kuciukian.

D’altra parte, si assiste a un “risveglio” degli armeni di Turchia. Attraverso la letteratura, il giornalismo, la musica, l'associazionismo, riscoprono la propria cultura, i legami con la società turca, e si affacciano alla vita pubblica rivendicando un ruolo attivo nella costruzione della Turchia moderna. Sono soprattutto giovani, studenti universitari, intellettuali, eredi di Hrant Dink - il giornalista turco di origini armene fondatore del giornale bilingue Agos ucciso a Istanbul il 19 gennaio 2007 - che animano esperienze culturali come quella della casa editrice Aras o del movimento Nor Zartonk (Nuovo risveglio).

Dopo le parole di Papa Francesco, che hanno riportato l’attenzione del mondo su un genocidio a lungo dimenticato, e i segnali positivi sia da parte armena, sia da parte turca - non ultima la recente affermazione di un partito filo-curdo sensibile al tema delle minoranze a scapito dell’AKP del presidente Erdoğan -, abbiamo forse qualche ragione di più per sperare che quel sogno possa finalmente realizzarsi.

Il testo integrale della conversazione, di cui riportiamo uno stralcio di seguito, è disponibile nel box approfondimenti in calce alla pagina.

Nissim: Sono passati esattamente cento anni dal genocidio armeno e credo che la cosa più importante adesso sia suscitare un dibattito nella società turca e abbattere i muri che impediscono il dialogo. L’appello “Noi facciamo un sogno, insieme”, che lei ha lanciato con altri intellettuali francesi di origine turca e armena, va proprio in questa direzione. Mi ha fatto ripensare a quello che accadde in piena Guerra Fredda, quando la società civile si aprì al dialogo con i movimenti del dissenso nei Paesi dell’Est Europa. Erano gli anni degli Accordi di Helsinki con cui si chiedeva, soprattutto alla Russia, il rispetto dei diritti umani. Le cose tuttavia iniziarono a cambiare proprio grazie a quel dialogo, che nasceva dal basso. Allo stesso modo, sono convinto che oggi otterremo qualcosa dalla Turchia solo se sarà la società dal suo interno a muoversi…

Malkassian: Sì, siamo convinti anche noi che quella del dialogo e della riconciliazione sia la via da seguire, anche se la nostra posizione non è capita da tutti, soprattutto nella comunità armena di Francia. Nonostante i passi avanti, molti credono che la pressione internazionale rimanga il mezzo incontrovertible per trattare con i turchi. Certo, dobbiamo considerare che la Turchia non è uscita sconfitta dalla guerra, quindi non si può pensare di risolvere la questione come nel caso tedesco. Il nostro problema è diverso.

Nissim: A questo proposito, mi torna in mente Armin T. Wegner, lo scrittore tedesco cui ho dedicato il mio ultimo libro (La lettera a Hitler, ed. Mondadori, ndr), che dopo l’Olocausto è stato tra i primi ad affrontare il tema cruciale della riconciliazione, quando era ancora del tutto impensabile che un ebreo potesse parlare con un tedesco. Solo dopo il processo di Norimberga e l’ammissione di colpa da parte del Presidente Adenauer - che riconobbe anche economicamente i danni agli ebrei - la Germania poté riacquistare credibilità agli occhi del mondo. Ma c’è una grande differenza tra la Germania di ieri e la Turchia di oggi. Nel primo caso era ancora in vita l’intera generazione dei colpevoli, mentre non è più così per la Turchia. Ed è proprio questo il punto! Non si può affrontare il dibattito sul riconoscimento del genocidio armeno come se le cose fossero avvenute ieri, perché sono fatti di cento anni fa. Ho sempre detto ai miei amici armeni che è fondamentale il loro contributo al dialogo e che occorre chiedersi non solo “cosa possono fare i turchi?” ma anche “cosa possono fare gli armeni per aprire questo dialogo con la società turca?”. È questa la domanda che vorrei rivolgere anche a lei.

Malkassian: Devo dire innanzitutto che da parte turca esiste un’apertura sulla questione. Dieci anni fa riguardava solo gli intellettuali, ma ora coinvolge anche altre persone con uno sguardo nuovo e una sensibilità spiccata, soprattutto rispetto a temi come la democratizzazione della Turchia, il riconoscimento delle minoranze, la rinuncia alla violenza come mezzo per la gestione dei problemi. Da parte armena, credo che dobbiamo aprire il dialogo a tutti quelli che sono disposti a guardare al passato in modo aperto, anche se non usano la parola genocidio. Sono convinto che il resto venga da sé. Porre come condizione per il dialogo l’uso di questo termine non è certo d’aiuto.

Nissim: Lei che parola usa?

Malkassian: Le faccio l’esempio dei due promotori dell’iniziativa nata attorno l’appello “Noi facciamo un sogno, insieme”. Michèl Marian, filosofo francese di origine armena, e Ahmet Insel, economista e politologo turco, nel 2009, hanno scritto insieme il libro Tabù armeno, in cui per la prima volta due intellettuali provavano a scambiarsi rappresentazioni personali e familiari della storia turco-armena, affrontando anche la questione del genocidio. Nel volume, poi tradotto nelle lingue d’origine degli autori, Insel non usava la parola genocidio, ma, come molti, ricorreva all’espressione crimini contro l’umanità. [...]

Valentina De Fazio, redazione Gariwo

16 luglio 2015

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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