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Turchia, il negazionismo va combattuto nella scuola

Intervista ad Aldo Ferrari, Professore di Lingua e letteratura armena a Venezia

In Turchia c'è una netta spaccatura tra la parte più avanzata della società civile, che ha preso atto del genocidio armeno, e il resto della popolazione, condizionata dalla propaganda ufficiale, che nega fatti storici accertati. Il divario deriva soprattutto da una formazione scolastica deviata, piena di falsità e invenzioni, dice Aldo Ferrari, Professore di Lingua e letteratura armena presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, ISPI Associate Senior Research Fellow ed esperto di geopolitica dell'area post-sovietica. Negli ultimi anni si sono visti però segnali di attenzione al recupero e alla tutela del grande patrimonio culturale armeno custodito in Turchia. 

Le parole di Papa Francesco sul genocidio degli armeni hanno scosso l’opinione pubblica in tanti paesi. Per quali ragioni?

Penso che la popolarità del Papa sia notevole e questo ha rafforzato l’impatto delle sue parole più di quanto avrebbe potuto avvenire con qualsiasi altro leader, a parte, forse, il Presidente degli Stati Uniti. Certamente sia da parte turca che della comunità internazionale ci sono state reazioni rilevanti, che hanno cambiato in profondità la percezione della realtà del genocidio armeno.

Fino a che punto la società civile turca condivide la posizione ufficiale negazionista del governo rispetto al genocidio e si è allineata alla dura reazione del Presidente Erdogan di rifiuto di questo termine?

La società civile turca sta cambiando molto il volto di quel Paese. Nei giorni immediatamente precedenti il discorso di Papa Francesco io ho organizzato, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, un convegno internazionale sul genocidio con la partecipazione di storici turchi, che sono espressione della società civile più avanzata e moderna e hanno parlato esattamente come ci si poteva aspettare: da intellettuali, non da uomini politici. Hanno riconosciuto il genocidio, detto cose scientificamente molto interessanti, dimostrato l’esistenza in Turchia di un’opinione pubblica che fa il suo dovere, riflette e lavora seriamente su questo problema. Il punto è che rimane comunque una forte spaccatura tra questa componente e il governo e anche la maggior parte della popolazione. Quando noi parliamo di figure come il Professor Halil Berktay, per esempio, parliamo di espressioni di una cultura elevata. La maggior parte della popolazione turca, invece, si forma un’opinione sul genocidio armeno su una manualistica scolastica disastrosa, ancora piena di luoghi comuni, falsità, invenzioni: la propaganda di stato. Non c’è quindi solo una spaccatura tra la società civile e il governo, ma anche tra la società civile e tutti coloro che sono formati dalla propaganda ufficiale. Non è tanto un problema di “informazione”, ma piuttosto di “formazione” e soprattutto formazione scolastica: fino a quando i testi non verranno cambiati, non solo per la questione armena, ma anche per molti altri aspetti, dai curdi ai rapporti con l’Islam, fino a che non verrà migliorata l’istruzione scolastica e la manualistica, i problemi rimarranno.

Qual è la situazione attuale del patrimonio culturale armeno in Turchia e quale sarà il suo destino, se permane il rifiuto della Turchia a tutelare i beni artistici e architettonici armeni sul suo territorio?

Anche in questo ambito il discorso non può essere univoco. Se facciamo il discorso tradizionale, che io stesso facevo fino a pochi anni fa, ci confrontiamo con la realtà non solo di un genocidio fisico, ma anche di un genocidio culturale, che va dalle falsificazioni storiografiche alla distruzione o alla non manutenzione dell’immenso patrimonio artistico del popolo armeno ancora presente in Turchia e anche qualcos’altro. Per esempio se si va a visitare le rovine dell’antica capitale armena, Ani, si vedono delle didascalie completamente false, in cui si parla di bizantini e di georgiani, ma mai di armeni. Un’opera di falsificazione storica. Viaggiando per l’Anatolia e si vedono migliaia di monumenti armeni, soprattutto chiese, in condizione di grave degrado se non di distruzione fisica. Al tempo stesso bisogna però dire che negli ultimi anni ci sono state delle novità, sono state restaurate alcune chiese, a partire da quella famosa sull’isola di Akdamar, ma anche in importanti città come Diyarbakir e Kayseri sono state restaurate grandi e belle chiese armene. Anche in questo ambito ci sono segnali importanti di cambiamenti, di miglioramento.

Il Papa nel suo discorso ha fatto il parallelo tra “Il primo genocidio del ‘900”, quello armeno, e le persecuzioni oggi subite dalle comunità cristiane nel Medio Oriente: persone e beni artistici, monumenti, luoghi di culto cancellati. Pensa che quanto avvenuto cento anni fa si stia ripetendo?

I fenomeni storici sono molto complicati e normalmente non si ripete nulla a distanza di cento anni. Nel secolo intercorso tra il genocidio armeno e gli eventi odierni in Siria e Iraq ci sono stati molti cambiamenti a livello generale. Lo stesso Islam non è più quello di cento anni fa e bisogna essere molto cauti in questi raffronti, ma senza esagerare nel senso che, considerando alcune modalità e finalità, non solo delle stragi del 1915 ma, ancora prima, dei massacri hamidiani del 1894-96 (una serie di eccidi subiti dal popolo armeno durante il regno del sultano ottomano Abdul Hamid II, NdR), vediamo che la popolazione cristiana del Medio Oriente è stata sistematicamente perseguitata, massacrata, repressa, sterminata e ridotta quasi al nulla, al di fuori dell’Egitto e del Libano, rispetto a una componente ancora numerosa e importante all’inizio del ‘900. In conclusione, ci sono elementi importanti di continuità ai danni della popolazione cristiana del Vicino Oriente, ma bisogna distinguere tra momenti storici e attori completamente diversi.

Erdogan ha proposto di formare una commissione congiunta di storici per valutare i documenti. Lei pensa che sia fattibile e possa contribuire a risolvere la questione?

Una commissione potrebbe essere creata ma il punto non è quello. Le parole di Erdogan sono francamente vergognose se non oscene. Il dato storico del genocidio armeno è accertato scientificamente da molto tempo, non c’è da discutere. Gli storici il lavoro lo hanno già fatto.

di Viviana Vestrucci

21 aprile 2015

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Metz Yeghern

il genocidio degli armeni

Nel quadro del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo "dei Giovani Turchi", che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, all’incirca 1.500.000 persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 sono stati preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo "dei Giovani Turchi".

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