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Raccontare i khmer rossi

la storia di Bovannrith Tho Nguon

I Khmer Rossi entrano a Phnom Penh, il 17 aprile 1975

I Khmer Rossi entrano a Phnom Penh, il 17 aprile 1975 (SJOBERG/AFP/Getty Images)

“Potrei cominciare questo racconto alla maniera di alcuni scrittori americani, come ad esempio fa Melville nell’incipit di Moby Dick: “call me Ismael”, mi chiamo Ismaele, e poi narrare la mia storia. Ma qual è il mio nome? Ho dovuto cambiare nome per sopravvivere, ho dovuto cancellare dalla memoria i ricordi e le immagini che hanno funestato quattro anni della mia adolescenza”.

Inizia così il racconto di Bovannrith Tho Nguon, nato a Phnom Penh nel 1962 e costretto a lasciare la città il 17 aprile 1975, con l’ingresso dei khmer rossi nella capitale cambogiana. L’uomo affida i suoi ricordi al libro Cercate l'Angkar. Il terrore dei khmer rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano (Jaca Book), nato dall’incontro con Diego Siragusa, e descrive gli anni del genocidio attraverso le immagini che i suoi giovani occhi incontrarono tra il 1975 e il 1979.

“Della battaglia finale - si legge nelle prime pagine del volume - ricordo l’esplosione delle bombe, gli spari, le cannonate, la gente che fuggiva terrorizzata. Alcuni soldati khmer rossi, passando davanti alle nostre case, ci dissero di mettere fuori dalla nostra casa una bandiera bianca. Li vidi per la prima volta, i misteriosi khmer rossi: tutti giovanissimi, con la kramar legata attorno al capo o al collo, la divisa nera, i sandali fatti con la gomma degli pneumatici, coi loro occhi mobili e nervosi mossi dalla paura di essere colpiti da cecchini o soldati governativi in fuga”.
Da quel giorno, la vita della famiglia Nguon venne stravolta. Il padre nascose l’uniforme e i gradi militari, e lo stesso protagonista fu costretto a cambiare il proprio nome: Bovannrith, infatti, significa oro splendente, e questo rischiava di tradire le sue origini benestanti. Il giovane decise quindi, per evitare guai con il regime khmer, che da quel momento si sarebbe chiamato Tho, vaso.

Insieme a genitori, fratelli e sorelle, Tho lasciò la sua casa in preda a confusione e paura. Gli venne intimato di cercare l’Angkar, ma nessuno sapeva di cosa si trattasse: l’Organizzazione, il potere khmer. E così iniziò il suo cammino senza meta (“moderni ebrei in esodo verso l’Egitto”), che lo portò a lavorare nelle piantagioni di riso e di iuta - dove vide morire quasi tutta la sua famiglia, per malattie o denutrizione, e assistette alle crudeltà dei khmer rossi: esecuzioni, torture, rappresaglie.

Dalle sue parole non traspare un dolore malinconico, né rancore nei confronti dei suoi aguzzini. Il pudore e la compostezza non vacillano neppure nel racconto della morte dei suoi genitori. Come lui stesso ricorda, la disperazione lasciava spazio alla commozione, al limite dell’apatia. La morte era diventata così frequente da essere considerata un sollievo preferibile a una vita di sofferenze e privazioni. Il padre, i fratelli, le sorelle e il nonno di Tho vennero sepolti senza il rito delle preghiere, poiché il regime aveva, tra le altre cose, proibito di praticare qualsiasi religione - “considerata retaggio decadente della vecchia società”.

Anche Tho si era ammalato nelle piantagioni; il suo debole corpo, più volte guarito, riuscì tuttavia ad arrivare al confine con la Thailandia, al termine di una lunga e faticosa marcia.

La fuga nel nuovo Paese rappresenta per Tho un passo verso la salvezza: è qui infatti che incontra una volontaria italiana, Sandra Scrimali, giunta nei campi profughi thailandesi appena laureata in Medicina, tramite la CARITAS italiana. Tho sfrutta la sua conoscenza dell’inglese, appreso durante l’infanzia, per farle da interprete. E Sandra riesce ad avviare le pratiche per portarlo in Italia, dove arriverà il 30 settembre 1980. “Non si poteva lasciar appassire in un campo profughi il suo sogno di diventare medico”, scrive la dottoressa nella postfazione al libro.

A Pisa Tho prende la licenza elementare in quattro mesi, la media in sei, in due anni la maturità. Oggi Tho, laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Microbiologia e Virologia all’Università di Pisa, vive e lavora a Biella. “Non ha sprecato una goccia della solidarietà che lo ha circondato - scrive ancora Sandra Scrimali - e ha saputo perseguire la sua strada con l’impegno e la serietà di chi si rende conto che la sua vicenda è stata un vero miracolo, una favola da raccontare”.

La storia di Tho e del suo ritorno in Cambogia è raccontata dal film Shining Gold: Back to Cambodia, documentario di Giovanni Donfrancesco prodotto da Enrica Capra.

Martina Landi, responsabile Redazione Gariwo

25 giugno 2018

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Kmer Rossi

i "Grandi Fratelli" del genocidio in Cambogia

Il Genocidio avviene tra il 1975 e il 1978.
La Cambogia è un Paese del Sud-Est Asiatico confinante con il Vietnam. Colonizzato dai Francesi, nel 1953 diventa uno Stato indipendente sotto la guida del principe Norodom Sihanouk, rovesciata nel 1970 da un colpo di Stato del generale Lol Non, appoggiato dagli Stati Uniti. Dopo una dura campagna contro i comunisti e i vietnamiti presenti nel Paese, nel 1975 il potere passa ai Kmer Rossi, un piccolo gruppo di estrazione leninista popolare soprattutto nelle zone rurali del nord, che proclama la Repubblica della Kampucea Democratica.

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