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Ritrovarsi grazie alla televisione

in Cambogia lo show che riunisce le famiglie divise dal genocidio

Il Washington Post racconta la storia di una donna cambogiana, Sam Somaly, e del suo appello per ritrovare i suoi tre fratelli, che non vede più da 40 anni. I genitori e un fratello sono morti durante il genocidio dei Khmer Rossi; gli altri erano molto piccoli quando la famiglia è stata divisa dalle deportazioni attuate dal regime di Pol Pot, e oggi Sam vuole sapere dove si trovano.

Per questo Sam si è rivolta alla redazione di uno show televisivo a Phnom Penh. La trasmissione, accusata da una parte del Paese di aver trasformato la pagina più crudele della storia cambogiana in uno spettacolo di intrattenimento, è riuscita a riunire una parte della sua famiglia, permettendo a Sam di incontrare 15 tra cugini e altri familiari. E come lei, centinaia di persone sono riuscite così a ritrovare i propri cari dispersi dopo il 1975.

Già negli anni ’80 la Croce Rossa Cambogiana aveva avviato programmi per rintracciare le persone scomparse, anche attraverso una trasmissione radiofonica. Grazie a questo lavoro sono state riunite 5423 famiglie - circa 27mila persone - mentre 4mila appelli rimangono ancora irrisolti. Appelli che, negli ultimi anni, sono in netto calo, per la progressiva scomparsa dei sopravvissuti e il disinteresse dei giovani.

In mancanza di sforzi a guida statale per ritrovare le persone scomparse, nel 2009 la Bayon TV ha iniziato a trasmettere appelli di persone che ancora stavano cercando i propri cari. Sette mesi dopo, è iniziato lo show “It’s Not a Dream” (“Non è un sogno). In quasi cinque anni, il programma ha ricevuto migliaia di richieste e ha raccontato altrettante storie.

Se da un lato non si deve dimenticare che si tratta di un programma televisivo di intrattenimento, il Dr. Khamboly del Sleuk Rith Institute - impegnato nello studio del periodo dei Khmer Rossi - ricorda che è importante “sostenere qualsiasi cosa che aiuti il popolo cambogiano ad affrontare il proprio passato, o che sia utile per educare le giovani generazioni”.

E proprio alle giovani generazioni sono rivolti progetti come quello, Alive, del fotografo cambogiano Kim Hak. Con l’avvicinarsi del 40esimo anniversario del genocidio - iniziato il 17 aprile 1975, con l’ingresso dei Khmer Rossi a Phnom Penh - che provocò la scomparsa di quasi un terzo della popolazione, Hak ha deciso di mettere in mostra gli oggetti che all’epoca del regime di Pol Pot erano proibiti o che riconducono ai divieti del regime: forbici e capelli, che ricordano il taglio corto che le donne erano costrette a portare, ma anche filo spinato, libri, fotografie nascoste, sandali, ciotole e incenso. Oggetti di uso comune, che attraverso le storie di chi li ha nascosti o ritrovati diventano testimoni della memoria del genocidio cambogiano.

17 marzo 2015

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Kmer Rossi

i "Grandi Fratelli" del genocidio in Cambogia

Il Genocidio avviene tra il 1975 e il 1978.
La Cambogia è un Paese del Sud-Est Asiatico confinante con il Vietnam. Colonizzato dai Francesi, nel 1953 diventa uno Stato indipendente sotto la guida del principe Norodom Sihanouk, rovesciata nel 1970 da un colpo di Stato del generale Lol Non, appoggiato dagli Stati Uniti. Dopo una dura campagna contro i comunisti e i vietnamiti presenti nel Paese, nel 1975 il potere passa ai Kmer Rossi, un piccolo gruppo di estrazione leninista popolare soprattutto nelle zone rurali del nord, che proclama la Repubblica della Kampucea Democratica.

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il film di Angelina Jolie sul genocidio in Cambogia

La storia

Dith Pran

giornalista, fotografo e attivista dei diritti umani