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Colpo di Stato in Birmania, preoccupano anche le conseguenze per i Rohingya

l'esercito prende ancora una volta il potere nel Paese

Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi

Proprio qualche giorno fa, il presidente di Gariwo Gabriele Nissim - durante la sua audizione alla Commissione esteri della Camera dei deputati che ha proposto un rafforzamento dell’impegno dell’Italia nella prevenzione dei genocidi - ha parlato anche della pulizia etnica ai danni della minoranza Rohingya della Birmania, costretta a fuggire in Bangladesh. Originari del Rakhine, territorio della Birmania occidentale al confine con il Bangladesh, i Rohingya sono di religione musulmana, non sono riconosciuti da alcun Paese e sono considerati una delle popolazioni più perseguitate al mondo. Appartenere all’etnia Rohingya in Birmania comprende una serie di fortissime discriminazioni e violazioni della libertà individuale che si sono trasformate, a partire soprattutto dall’uccisione di una giovane donna buddista nel 2012, in una vera e propria repressione militare e violenza genocidaria che ha causato centinaia di vittime e costretto migliaia di Rohingya (circa 730.000 nel 2017, anno della pulizia etnica dichiarata dalle Nazioni Unite) a fuggire nei Paesi limitrofi (principalmente il Bangladesh), stabilendosi nei campi profughi.

Impossibile non chiedersi come si evolverà la condizione dei Rohingya - il cui processo di rimpatrio sostenuto dalle Nazioni Unite non è riuscito probabilmente perché in Birmania non sono cambiate le condizioni di vita per loro (oltre 1.400 profughi sono stati recentemente ricollocati dal Bangladesh nell'isolotto di Bhasan Char, nella Baia del Bengala) -, a seguito del colpo di Stato in atto in Birmania, arrivato dopo settimane in cui l’esercito denunciava frodi avvenute alle elezioni legislative dello scorso novembre, vinte dalla Lega nazionale per la democrazia, partito di Aung San Suu Kyi. Il capo del governo birmano e premio Nobel per la Pace San Suu Kyi è stata infatti arrestata dalle forze armate insieme a vari funzionari governativi e leader della società civile, in un golpe ordito dall’esercito a seguito del quale la presidenza ad interim è affidata all’ex generale Myint Swe, che era uno dei due vicepresidenti in carica.

Si tratta della seconda detenzione per The Lady, così come la Consigliera San Suu Kyi è famosa; era stata infatti messa agli arresti domiciliari nel 1989 con la concessione che se avesse voluto abbandonare il Paese lo avrebbe potuto fare (lei rifiutò), dopo che aveva fondato appunto la Lega Nazionale per la Democrazia. Nel 1990 il regime militare decise di convocare elezioni generali che videro una schiacciante vittoria del partito di San Suu Kyi, che sarebbe quindi diventata Primo Ministro; tuttavia i militari rigettarono il voto e presero il potere con la forza. L'anno successivo Aung San Suu Kyi vinse il premio Nobel per la pace per la sua azione in favore della democrazia e usò i soldi del premio per costituire un sistema sanitario e di istruzione a favore del popolo birmano.

La posizione della San Sui Kyi rispetto alla persecuzione dei Rohingya però, è stata e continua a essere molto discussa, tanto da far dubitare fortemente dei suoi meriti come sostenitrice della pace. Dopo le violenze del 2012 la Consigliera ha infatti più volte evitato di parlare dei Rohingya nei discorsi ufficiali e nelle interviste, invitando semplicemente a “rispettare la legge e l’ordine” e rifiutandosi spesso anche di utilizzare il termine “Rohingya” - preferendo piuttosto definire i rifugiati come “bengalesi” o “musulmani”. Dal 2017, nonostante gli appelli di personalità come Desmond Tutu, che ha invitato Aung San Sui kyi a proteggere la minoranza musulmana, The Lady ha continuato a mostrare un atteggiamento contraddittorio, arrivando anche a revocare alla BBC il permesso di recarsi sui luoghi del conflitto. La missione indipendente istituita dalle Nazioni Unite nel marzo 2017 – che aveva il compito di fare luce sulle violenze – ha stabilito non solo che sono state commesse violazioni del diritto internazionale, ma anche che la leader birmana Aung San Suu Kyi "non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine”. Tutto questo ha minato la stima internazionale del Premio Nobel per la pace, che ha visto revocarsi nel 2018 il premio “Ambasciatore della coscienza” conferitole nel 2009 da Amnesty International.

A proposito del colpo di Stato, i Rohingya in Bangladesh hanno comunque condannato l'azione contro i politici in atto nel loro Paese d’origine. “Esortiamo la comunità globale a farsi avanti e ripristinare la democrazia ad ogni costo”, ha detto al telefono a Reuters il leader dei Rohingya Dil Mohammed.

1 febbraio 2021

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Genocidio Rohingya

la tragedia del "popolo senza Stato"

Quella dei Rohingya, in Birmania, è la storia di una delle popolazioni più perseguitate al mondo. Originari del Rakine, territorio della Birmania occidentale al confine con il Bangladesh, sono di religione musulmana, e non sono riconosciuti da alcun Paese. Il casus belli che ha portato agli scontri del 2012 è stato lo stupro e l’uccisione di una giovane donna buddista; l’escalation di violenza che ne è derivata ha portato a morti e dispersi, oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi. Dagli scontri del 2017 con l’esercito birmano è nata invece un’operazione di pulizia etnica, con una conseguente forte ondata migratoria che ha coinvolto tutti i Paesi limitrofi.