English version | Cerca nel sito:

Dallaire premiato con l'Elie Wiesel Award

il capitano parla di prevenzione dei genocidi e del suo stress post traumatico

“Rispetto a vent’anni fa ci sono stati dei progressi nella prevenzione dei genocidi. Quello che non è cambiato è la mancanza di una volontà politica di sbarrare la strada alle atrocità”. Si esprime così Romeo Dallaire, il comandante dei caschi blu delle Nazioni Unite che nel 1994, durante il genocidio, cercò invano di allertare la comunità internazionale su quanto stava accadendo tra hutu e tutsi.

In questi giorni il Museo dell’Olocausto di Washington ha consegnato a Dallaire il suo massimo riconoscimento, l’Elie Wiesel Award, premiando proprio il suo tentativo di avvertire l’Onu del genocidio in corso in Ruanda. “Anche quando le sue parole sono rimaste inascoltate - recita la motivazione del riconoscimento - ha rifiutato di abbandonarsi all’apatia internazionale. Ha continuato a richiedere intervento armato, e anche se non era in grado di porre fine alle atrocità, insieme alla sua unità è riuscito a proteggere più di 30mila persone”.

Prima di ricevere il premio - che Dallaire ha accettato “nel nome dei 454 soldati africani e degli 11 canadesi che sono rimasti quando tutti quanti sono andati via” - il capitano canadese ha rilasciato un’intervista in cui ha ricordato che, a distanza di vent’anni, ancora risente dello shock provocatogli dall’aver vissuto quei cento giorni di violenza. Dallaire racconta che, fino a pochi anni fa, lo stress post traumatico era tale da fargli rivivere il genocidio anche in seguito ad azioni di vita quotidiana, come vedere un uomo in Sierra Leone aprire una noce di cocco con un machete o assistere all’infortunio della nipotina che sbatteva la testa contro il tavolo. Troppe erano le immagini del genocidio che si rifacevano vive nella sua mente.

Dopo 14 anni di terapia, Dallaire assume nove farmaci al giorno, tra cui antidepressivi e pillole “per impedirgli di sognare”. “In queste situazioni - ha dichiarato il capitano - il tuo più grande nemico è la notte, e ti ritrovi a pregare di vedere al più presto le prime luci dell’alba”.

Oggi Dallaire si occupa di bambini soldato e lavora per toglierli dal controllo dei gruppi che li hanno terrorizzati e spesso costretti a combattere. Il suo impegno lo porta quindi, ancora adesso, ad analizzare i segnali che possono allertare su un possibile genocidio. “Potevamo immaginare quello che sta accadendo ora nella Repubblica Centrafricana - ha quindi sostenuto il capitano - già quattro anni fa. Il reclutamento di bambini soldato è un elemento rivelatore dell’avviarsi di un Paese verso violenze di massa”. Una delle più grandi difficoltà nella prevenzione dei genocidi, secondo Dallaire, è oggi il fatto che a gestire queste situazioni sono “politicanti, e non statisti”.

6 maggio 2014

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Ruanda 1994

lo sterminio dei tutsi e degli hutu moderati

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Ruanda, piccolo Stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu.
La regione Ruanda-Burundi, esplorata a fine ‘800 dai tedeschi, viene affidata con mandato della Società delle Nazioni, nel 1924, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, all’etnia tutsi, che si era conquistata la corona intorno al XVI secolo, unificando il Paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli hutu e i twa. Nel 1933 i belgi inseriranno l’etnia di appartenenza (hutu e tutsi)  sui documenti di identità ruandesi.

leggi tutto

Multimedia

Shooting Dogs

di Michael Caton Jones

La storia

Eric Eugene Murangwa

sopravvissuto al genocidio ruandese, oggi utilizza il calcio come strumento per promuovere tolleranza, unità e riconciliazione tra i giovani